Torno in punta di piedi, con le ginocchia leggermente più sbucciate, con le occhiaie viola, i capelli in disordine ed un sorriso che è stato radioso poi finto poi è scomparso poi è tornato ed era vero e ora non lo so. Ho passato l'estate in un parco giochi, a scartare regali offerti dai figuranti, mangiare stelle di cioccolato e sporcarmi le dita di brillantini dorati; quel giorno senza fine ad un certo punto è finito, nella notte ho visto passare i clown e le principesse ancora truccati ma con le labbra che erano una linea dritta o tendente all'ingiù. Tenevano i cappelli e le coroncine in mano, le mani penzolanti lungo i fianchi. Scalciavano con noncuranza i sassolini e la sporcizia lungo la strada, passandomi accanto senza neanche vedermi. Seduta su uno scalino li ho seguiti con lo sguardo, la bocca spalancata per lo stupore, stavolta non meravigliato ma amaramente deluso.
Ancora una volta, mi sono trovata davanti la palese dimostrazione che il mio star bene, la mia felicità, erano state create in luoghi dove tutto è possibile e di conseguenza nulla è reale. Uno di quei posti in cui devi non esiste, dove il tempo non importa, dove di spazio ce n'è a sufficienza. Mi è caduto il mondo addosso per questo, perché quella volta ci avevo creduto davvero. Avevo creduto al mio sorriso radioso nello specchio, avevo creduto ai miei occhi pieni che mi sembravano più verdi che mai, avevo creduto a quella nuova incredibile sensazione di sentirmi accettabile – accettata da me stessa – nonostante qualche volta tornasse quel male dentro, fitto e denso e oscuro, dalle parti dello stomaco fin verso il petto. Ma va be', mi dicevo, questo capiterà a tutti ogni tanto, e continuavo a crederci. Credere nel mio lasciarmi andare, nell'opzione di darmi un pizzico di fiducia in più e lasciare che qualcun altro si fidasse di me, credere di poter amare e lasciarmi amare incondizionatamente, credere nella felicità come condizione stabile, credere di poter mettere insieme i pezzi, credere nelle favole raccontate tra i boschi del nord.
Ma nelle favole la bella di turno non va a chiudersi in bagno per incidersi la pelle, non si accascia a terra col sangue che le cola tra le mani, non si siede a tavola senza mangiare e senza guardare nessuno con addosso il peso di cento segreti. E nelle favole, poi, il principe non è costretto a scoprire quelle ferite mentre la spoglia con amore, non è costretto a mettere in pausa le sue carezze per dire: “Che ti sei fatta?”, e credere momentaneamente ad un banale niente per poi riprendere l'argomento dopo un soddisfacente orgasmo, quello spazio che dovrebbe essere dedicato a un mite dormiveglia farcito di coccole, speso in silenzi, in non so cosa fare, cieli impotenti e chili di stanchezza. I principi sono pronti a difenderti dal cattivo, non sono preparati all'evenienza che il cattivo sia tu stessa.
Eppure quelli che ti amano restano, restano sempre, anche quando non hanno capito niente e sbagliato tutto, anche quando tu sei una scatola vuota e ammaccata e nel tuo delirio masochista vorresti solo che ti abbandonassero, così da avere un ulteriore scusa per farti male. Intanto che le strisce rosse sul mio corpo si rimarginavano, c'è stato un grande letto matrimoniale scricchiolante su cui abbiamo navigato notti intere fino ad arrivare stremati all'alba, lunghe camminate poco prima che scoppiassero gli acquazzoni estivi. Ho pianto fino a non avere più liquidi in corpo, ho sentito lui quasi urlare e prendere a pugni le pareti, perché dopo tante lotte e tante fallimentari tentate soluzioni la parola fine sembrava ormai inevitabile. Tra un naufragio e l'altro però continuavamo a cercarci come rispettivo appiglio e quando, insieme, abbiamo ritrovato un modo come tanti di galleggiare, ho deciso di riprovare a crederci.
Stavolta non c'è stato nessun luna park, solo corse dietro agli autobus, viaggi infiniti con le teste contro i finestrini, destinati a dare un ordine e una forma a queste vite. Ho sempre finto che non mi costasse niente mangiare zuccheri e carboidrati, ho comprato calze sexy come se avessi intenzione di indossarle con questo corpo, ho detto "da oggi sto a dieta” come fossi una persona qualunque che decide di perdere quel paio di kg di troppo, ho ceduto come se non facesse differenza, raccontandomi che i pranzi al Mc e le barrette di cioccolata non erano un binge. Ho lasciato che le mie giornate si riempissero di cose da fare, che la mia testa si svuotasse da tutto ciò che non era veramente importante. Ho fatto finta che tutti quei pensieri sotto pelle – sono grassa sono grassa sono grassa – non fossero importanti, che il riflesso osceno nelle vetrine non fosse il mio, ho finto di non sentire il desiderio di squarciarmi il ventre quando sentivo i fianchi rimbalzare per gli scossoni dell'autobus. Ho finto di non compiacermi dei tagli casuali fatti mentre mi depilavo le gambe, ho continuato a mangiare come se la cosa mi andasse bene, quando lui mi toccava non ho dato il minime segno di quanto mi sentissi a disagio sapendo che stava toccando forme deformi, grasso mal distribuito, un corpo sempre più brutto.
Ma ieri qualcosa ha fatto breccia, un libro per la precisione, la cui protagonista ogni tanto si taglia e ha quel modo di vivere le cose che me la faceva sentire troppo vicina. Non è affatto un libro incentrato sui disturbi, però è fatto di personaggi che non sanno vivere come tutti gli altri. L'ho letto tutto d'un fiato e ha portato a galla lacrime che non sapevo nemmeno di avere. Avrei tanto voluto piangere ma ero in pubblico e non ci riuscivo.
Era scesa la notte ormai, ero sulla terrazza di uno dei centri commerciali più grandi d'Europa, era strapieno di gente ma da quel lato non c'era quasi nessuno. Mi sentivo in caduta libera e non sapevo a cosa aggrapparmi. Ho guardato il cielo nero, non si vedevano nemmeno le stelle. Ho pensato che poteva essere un posto perfetto per piangere o per lasciarsi. Ho aspettato che lui staccasse da lavoro, poi per tutto il tragitto non ho quasi aperto bocca; volevo – volevo fare finta di niente e cazzeggiare con lui, oppure aprirmi e dirgli tutto, riversargli addosso il male che mi stava all'improvviso divorando – ma non ci riuscivo. Uscendo dalla metropolitana è stato lui a darmi il via, parlavamo dell'eventualità in cui ci fossimo conosciuti in un contesto del tutto diverso da quello che realmente è stato, se ci saremmo piaciuti lo stesso; io son sicura che lui avrebbe in ogni caso attirato la mia attenzione, anch'io avrei attirato la sua, sosteneva lui. Non credo, rispondevo io, scrollando le spalle come se l'idea – che per me è una certezza – non mi mettesse malinconia. Ti prego abbracciami, volevo dirgli, ho bisogno che tu mi stringa forte perché sto andando in pezzi. E neanche questo riusciva a uscirmi di bocca. Che ti sei intristita? mi ha chiesto col sorriso, allora gliel'ho detto, gli ho parlato del libro e del fatto che aveva distrutto il mio muro. Mi ha stretta forte mentre aspettavamo il mio autobus, tra un grazie e un e di che gli ho detto che senza quell'abbraccio mi sarei sicuramente tagliata appena tornata a casa. Forse ha avuto paura, ha temuto che non bastasse e che per impedirlo avrebbe dovuto essere tutta la sera con me. Tranquillo, non lo farò.
E stanotte?
Stanotte non so se resisto. Ho scritto alla mia migliore amica che ho bisogno di essere magra, che così non mi sento io e non mi sento nessuno, che credo di non poter vincere e non poter riuscire. Oggi non ho fatto che mangiare ma da domani...
E non so se saprò resistere alla tentazione di farmi un promemoria sulla pelle, qualcosa che bruci e bruciando mi ricordi. Mi ricordi che quando dimentichi com'è, quando ricadi fa solo più male. Che più sei in alto, più la caduta è lunga.
Credevo di non aver più niente da dire.
Sono felice di non aver chiuso questo blog.
Spero con tutta me stessa che ci siate ancora.
