Lo dicevano gli scaffali, tra di loro bisbigliavano e si passavano quell'informazione d'oro, quella delizia indiscreta; di fila in fila gli ingredienti boccheggiavano dalle loro buste di plastica, una bizzarra ahola prodotta dal loro impercettibile voltarsi verso il vicino. Tipo il gioco del telefono che quasi tutti abbiamo fatto da ragazzini, avete presente?, quello in cui una parola qualunque veniva passata da bocca ad orecchio, da un capo della fila all'altro, e l'ultimo doveva pronunciare ad alta voce quanto aveva sentito. Inevitabilmente la parola ultima non corrispondeva mai a quella che per prima era stata detta, il più delle volte mancava totalmente di significato. Un gioco innocente, divertente anche - da ragazzini, appunto - che forse bastava ad insegnare, se un attimo ci si rifletteva, l'incomprensione che regna sovrana anche tra gli esseri umani più vicini.
Quel tardo pomeriggio, in un supermercato talmente grande che a taluni sarebbe bastato come città intera, le confezioni di marmellata, di mais, di biscotti, di verdure, di patatine facevano tra loro quel gioco infantile. Non si sa cosa si dicessero, sembrava solo un lieve fruscio di vento, un bisbiglio segreto che serviva solo a preparare quel passaggio. Perché prima o poi sarebbe passata ovunque, in qualsiasi reparto, maneggiando prodotti a caso di cui avrebbe solo letto quelle informazioni sul retro di cui nessuno si preoccupa - valori nutrizionali, calorie - per poi rimetterli a posto. Esattamente dov'erano prima, come a cancellare anche il semplice fatto che per un istante - un istante solo, niente di più - li avesse tenuti tra le sue mani. Mani bianche, esili, ossute, dalle unghie lucide e fragili come specchi. La ragazza di vetro, la ragazza di cenere, sgretolata in quelle stesse tasche dove quelle mani le nascondeva. Appuntita e scheggiata, minacciava con la sua spigolosità gli sguardi che le si attaccavano addosso come parassiti, succhiandole via quella poca forza rimasta e necessaria a sopravvivere in quell'inferno che per tutti gli altri era un posto come un altro. L'ho vista subito. In quel posto immenso, i miei occhi l'hanno trovata prima ancora che fosse vicina abbastanza. Lei, cosí vicina alla morte da averla scampata probabilmente per un pelo, che si muove senza fare il minimo rumore - senza spostare una sola particella d'ossigeno - eppure riuscendo a rubarmelo tutto, tutto quello contenuto in quel paradiso del mercato, dei prezzi convenienti, delle offerte prendi due paghi uno - tutto quello contenuto in quest'atmosfera ammaccata. Lei, scheletro ricoperto di pelle. Ombra nera, tutta nera nonostante la pelle bianca - bianca, bianca, bianca - la ragazza di cenere, la ragazza di vetro - bisbigliavano sconfitti gli ingredienti dagli scaffali. Lo diceva la gente intimidita, lo dicevano le loro labbra o anche solo i loro occhi - è anoressica, dicevano. Si passavano l'informazione sottovoce, la comunicavano a chi non aveva saputo capire da sé, ma piano, piano, piano, per non farsi sentire. C'era il bisogno di spiegare quella presenza in una parola che forse rendeva loro tutto più facile, perché nonostante non occupasse spazio, non facesse rumose, non pesasse niente lei era per tutti quelli che ammutolivano davanti al suo passaggio quanto di più pesante avessero mai dovuto sopportare. Il cibo più amaro mai conosciuto dai loro palati. Quasi li vedevi, tutti gli stomaci che si chiudevano. Lei era come l'incarnazione di un incubo, uno schiaffo in piena faccia, il rimorso per tutti gli errori che hai commesso. Non faceva rumore, non occupava spazio, non pesava nulla - ma i suoi lineamenti spigolosi, affilati come una spada, tagliavano l'aria. Non pesava più di trentasei chili, trentasette al massimo. Le sue gambe erano solo ginocchia, ricoperte da un paio di calze nere, in un paio di scarpe nere. L'intera sua figura chiusa in un cappotto nero - non fa freddo, ovvio però che lei ne sentisse. I capelli, neri, raccolti in una treccia di lato. Dal naso le usciva un tubicino, quel tubicino, le attraversava la guancia e stava appeso dietro l'orecchio, come una qualunque strana ciocca di capelli. Le colava lungo il collo e spariva in quel cappotto nero. Quello, quello rendeva tutto troppo evidente. Era quello, soprattutto, che faceva mormorare gli scaffali, voltare le persone. L'ho vista subito, e non avrei voluto, dico davvero. Perché dopo non sono riuscita a perderla più di vista. Anche quando non ce l'avevo attorno io ne sentivo la presenza asfissiante accanto. Sapevo che era lí, da qualche parte, troppo vicina a me. Ad un certo punto i nostri sguardi si sono incrociati, ed il suo m'è apparso carico d'odio. Verso tutti, verso di me, che come tutti gli altri la guardavo e vedevo il suo segreto, il suo difetto, il suo orrore, la sua malattia. Qualcosa che doveva essere solo suo e che invece finiva per essere sbandierato a tutto il mondo. Ironico - probabilmente voleva solo sparire e, riuscendoci, s'era resa più appariscente che mai. Avrei voluto spiegarle - avrei voluto dirle che il mio sguardo era un altro. Non era un giudizio. Non era domande, inquietudine, paura della sua figura scheletrica - mortale. Avrei voluto dirle che non mi lasciavo ingannare dalla cattiveria di cui si riempiva gli occhi, che sapevo che quello era il suo unico modo per difendersi. M'é passata dietro, davvero troppo vicino - mi sentivo male, ma male davvero, male male male male male, mi sentivo in gabbia. Mia madre che si unisce al coro di sussurri illuminandomi sul fatto che quella ragazza ha l'anoressia, io caccio fuori un monosillabo, arrabbiato, troppo arrabbiato, perché non posso sopportarlo. Non posso sopportare che si rivolga a mia sorella dicendole che poi le spiegherà che cos'è, l'anoressia, che deve mangiare sempre senza fare capricci. Non posso sopportare che dica J. può arrivarci se continua cosí. Quasi mi scappa una delle mie risate ironiche, amare - mi scapperebbe se in quell'istante non fossi tanto disperata, tanto concentrata a ricordarmi di respirare, a mordermi l'interno delle guance per non farmi sfuggire qualche lacrima. Concentrata a reprimere il desiderio di correre da quella ragazza d'inverno, la ragazza di cenere e di vetro, dirle solo io sono come te, farle da scudo a tutti quegli occhi invadenti oppure semplicemente esserle fisicamente vicina, come se il suo corpo freddo e spigoloso fosse la mia àncora di salvezza. La più dolce tortura che mi sia mai stata inflitta. Non so perché reagisco cosí, perché provo cosí tanto, cosí tante emozioni diverse e contrastanti tutte insieme. Tra le tante, l'invidia. Ebbene sí, e so di dovermene vergognare. Ma invidia non della sua magrezza esasperata: invidia per il fatto che aveva saputo arrivare fino in fondo. Lo pensavo già, e quest'incontro me ne ha convinto: non puoi risalire se prima non tocchi veramente il fondo. Ecco perché non ho mai chiesto aiuto, o perché nessuno ha mai pensato che ne avessi bisogno: non sono mai stata abbastanza male. Mai abbastanza malata. Mai tanto disperata da raccontare la verità. Potrei continuare in quest'equilibrio precario - sempre più sottile - in eterno.
Ma non è tutto.
Perché c'è anche l'altra, ancora più vicina, la ragazzina dagli occhi cielo, i capelli lunghi ed il bellissimo nome da diva del cinema. Figlia di una delle migliori amiche di mia madre, di cui da mesi ricevo a puntate notizie che sembrano di un bollettino di guerra. È stata ricoverata. È tornata a casa. È venuta per fare un esame a scuola ma non sta bene, aveva il sondino. Ha preso quattro chili in quattro settimane, sta andando bene. Tra qualche giorno ha la visita, vedono come va e decidono se lasciarla a casa o ricoverarla ancora. Invece di aumentare ha perso un chilo, come si fa, è stancante, dio mio.
Oggi l'ho incontrata - lei e sua madre. Non ero pronta. Ho fatto finta di non vederle fin quando la madre non ha visto me. L'ho abbracciata - un abbraccio freddo, di quelli tra persone che non si conoscono abbastanza bene da stringersi per davvero. È magra. Meno di quanto temessi, ma abbastanza da esserlo troppo. È pallida. Ha le mani che faresti attenzione a stringerle per paura di romperle. Gli occhi, gli occhi lontani, fatti di neve. Ed il sorriso, il sorriso gentile, amichevole, è cosí triste che vorresti dirle che non ce n'è bisogno, che per te quello sforzo non deve farlo. Dovevano scappare, che deve rispettare degli orari per tutti i piccoli pasti nel corso della giornata. Sua madre lasciava intendere senza dirlo veramente, ed io immaginavo il suo disagio, che tutti sanno e tutti cercano di farle credere di non sapere. Lunedí o martedí la ricoverano ancora. Non so se la vedrò di nuovo prima di partire, vorrei e al tempo stesso no. Mi ucciderebbe il desiderio di parlarle e farle capire che se ne ha bisogno con me potrebbe aprirsi, e la mancanza di coraggio o l'impossibilità di farlo. Non sono una paladina della giustizia, devo ficcarmelo in testa e lasciare in pace tutti.
Intanto mia madre continua a fare domande scomode, davanti a due tazze di caffellatte.
Sospetti mai avuti prima, commenti mai usciti dalle sue labbra; il realizzare tramite esperienze altrui che queste malattie esistono e possono capitare a chiunque deve averle fatto aprire gli occhi, diventare tutt'un tratto quasi paranoica. E poi lo shopping di questi giorni, che l'ha portata a vedere come di ogni cosa mi serva la taglia più piccola esistente. 34 e 36, di ogni indumento. Qualche mia frase, qualche mia spiegazione parlando delle ragazze incontrate che mi escono spontanee, sicure, scientifiche, che forse dicono che ne so qualcosa di troppo. Ma poi rido e sorrido, mi difendo ponendo la mia bassezza come giustificazione al mio peso - il peso su cui mento dicendo di essere sempre sui 46/47. In realtà adesso non so quanto sono, non ho una bilancia qui, ma non credo di aver superato i 45.
Io rido e sorrido e tergiverso e sposto l'argomento - intanto mi chiedo che diavolo gli ha preso a questo mondo.
Da un momento all'altro chiunque ha un dca? Ma soprattutto, sono l'unica che non ha saputo dirlo o manifestarlo?
In ogni caso, quel che veramente mi fa impazzire è dover stare a sentire gente che tenta di spiegarmi, come non ne sapessi nulla, la realtà che vivo da otto fottutissimi anni.
Sento che quest'anno non saprò mantenere quell'equilibrio.
Tornerò a casa, se avrò preso peso lo perderò di nuovo, altrimenti ne perderò altro ancora. In dieci giorni. Poi arriverà il mio ragazzo, allora tenterò di essere normale e forse tornerò al punto di partenza. Poi lui andrà via, e mentre ci salutiamo salirò gli scalini di uno scivolo spaventosamente ripido di cui la fine nemmeno si vede.
Toccare veramente il fondo è l'unica maniera per risalire.