giovedì 26 luglio 2012

Comunicazioni di servizio.

Blogger non mi fa commentare, lo sto odiando enormemente per questo. Vi ho scritto così tante parole andate tristemente a vuoto. Uso questo post breve e veloce per dire un paio di cose ad alcune persone:

- Jane Elizabeth: grazie per i tuoi commenti e benvenuta tra i lettori del mio blog (: mi sono aggiunta anch'io ai tuoi, ho letto tutto d'un fiato il tuo ultimo post e l'ho adorato, davvero. Era triste, malinconico, eppure pieno. Qualcosa nelle tue frasi per un attimo mi ha incantata. E anche se ancora non so praticamente nulla di te, mi è venuto spontaneo pensare che se non è per te stessa o nessun altro almeno per G. vale la pena restare. Ti abbraccio.

- Umbriel: ho letto che hai deciso di chiudere il blog. Mi mancherai, dico seriamente. Imbattermi in te, nelle tue parole, nel tuo mondo di cristallo e neve è stato per me più importante di quanto puoi immaginare. Ti ammiro e ti trovo una persona coraggiosa. A tuo modo lo sei eccome. Spero che un giorno tu riesca a trovare ciò che cerchi e a vivere almeno qualche momento di felicità. Perché in fondo lo sappiamo tutti, la felicità non è permanente e se esiste, è solo per qualche istante. Buona fortuna per tutto, spero di ritrovarti un giorno.

Un abbraccio forte alla mia piccola fuyu-chan ed uno altrettanto grande a Creetlach. Vi leggo sempre, siete nei miei pensieri e nel mio cuore. Dovete riuscire a vedere quanto belle siete, la prendo come una battaglia personale u.u

E ancora un grazie a tutte coloro che mi leggono e commentano.
Siete sorrisi, siete presenze lontane ma vicinissime, di cui non saprei più fare a meno. Spero di poter commentare normalmente al più presto, abbiate cura di voi.

lunedì 23 luglio 2012

She's a witch with broken arms.

L'unica cosa che voglio - l'unica di cui sento il bisogno, la necessità - è scrivere. Sciogliermi in inchiostro nero, vorrei esser fatta d'inchiostro, vorrei aver pianto tutte le mie storie non scritte quando ancora non c'era la dogana sulla soglia dei miei occhi, vorrei aver vomitato tutti i dialoghi censurati tra i miei personaggi con l'esistenza messa in stand-by ogni volta che mi sono chiusa in un bagno per dedicarmi a quell'atto di squallida purificazione. Vorrei che dalle mie braccia, dalle mie vene, non fosse uscito che inchiostro ad ogni tentativo di squarciarle, mi porterei addosso cicatrici di valore, il degno e giusto sacrificio all'Arte e non a quell'odio verso me stessa che mi ha bendato gli occhi, presa per mano e guidato per labirinti senza uscita.
Le mie parole però non son mai abbastanza belle, compaiono e vagano e riempiono gli spazi vuoti di un foglio, vanno di corsa e d'un colpo s'arrestano senza preavviso - si caricano in spalla i loro punti, le loro virgole, sistemano i loro bagagli di punteggiatura e semplicemente se ne vanno, abbandonandomi incerta delusa e stanca privata dell'agognato continuo, del paragrafo successivo, del prossimo capitolo, di una giusta fine. Le mie storie nascono e nella mia testa per approsimazione si evolvono - compongono la loro melodia triste e disarmonica, nascono come fiori nell'asfalto, non fanno in tempo a godersi i colori della primavera che già si ritrovano ad essere petali secchi tra le pagine di un diario. Tristi e malinconiche, e sporche, e aggressive e deluse - i segni di una mano inzaccherata in un colore forte, rosso sanguigno ad esempio, sbattuta contro un vetro, le dita che colano segnando delle sofferte linee di serpenti - questo, son le mie storie. Le mie storie che si fermano e non vanno avanti. Che esplodono - nascono e muoiono nel medesimo istante. Che si concentrano in un breve estratto, che come i fuochi d'artificio abbagliano ma per un istante solo.
Scrivi, mi dicono tutti. Se vuoi scrivere fallo e basta, dicono.
Già, che ne sanno loro. Che ne sanno che non dipende da me. Che non c'è niente d'inventato, che gli occhi e gli sguardi e i capelli ed i gesti creati dalla tastiera su cui batto son reali quanto le dita attaccate alle mie mani, quanto le mie mani, quanto le mie braccia, quanto le mie vene e dritto diretto come una freccia scoccata da qualcuno con una mira perfetta - quanto il mio cuore. Che ne sanno che io son solo un tramite. Una voce che deve dare voce e spazio a chi, a questo mondo, non ha né spazio né voce - né corpo. Che ne sanno che queste anime son troppo fragili, impazienti, sfuggenti e si fanno sentire solo quando ne hanno voglia. Che raccontarsi li stanca e presto mi lasciano ancora - troppo presto, molto prima che sia quanto meno abbastanza. Che ne sanno che io senza loro a guidarmi non posso scrivere neanche una riga muta.
Si chiama ispirazione, dicono.
Beh, la mia è solo una troia ubriaca che torna da me solo quando ha finito i soldi per il suo vino a buon mercato. Ci faccio a botte ma lei viene scalfita solo dal suo grigno malefico, la sua risata alcolica e sguaiata - mentre io, io mi becco i lividi, l'affanno, i graffi, i capelli gonfi e strappati. Dopo tanta burrasca però mette via le unghie, si affretta ad indossare uno sguardo dolce, pieno di fascino, uno sguardo che promette tutto e niente ma al quale mio malgrado non so resistere. Rimango ferma a guardarla, indecisa, non so mai come comportarmi, non so mai se posso crederle. Sorride - senza più cattiveria - si avvicina, tutto in lei è seduzione. Mi sfiora e si morde le labbra, rimette a posto i capelli che lei stessa mi ha strappato. Non sarà mai completamente mia, lo so, non sarò mai io a possedere lei - ciò nonostante, a quello sguardo e a quel sorriso non potrei rinunciare mai.
E lo sa, la troia ubriaca lo sa.
Un gesto ancora e sono sua, completamente sua, perdutamente sua, per quell'attimo, per l'eternità, per l'eternità racchiusa in quell'attimo - per quell'attimo eterno che potrebbe rendere eterna me. Dove sei stata per tutto questo tempo, tra le gambe di chi?
Non posso fare domande, non ne ho il diritto, non sono niente io - solo un fantoccio vuoto che ha bisogno di lei per esprimersi - esistere.
Facciamo l'amore, scopiamo furiosamente, con rabbia, con passione. A terra, sui letti, sui mobili, in tutte le città ed in tutti i posti del mondo che mai hanno un nome, un'indicazione, un colore.
Perché quei posti sono tutto il mondo in un posto solo.
Mi annulla nel piacere - in quel momento, allora, scrivo.
M'illudo ch'è mia, m'illudo che ormai lo è per sempre - col pensiero appena sbocciato in bocca arrivo alla soglia dell'orgasmo.


E lei smette.
Si alza.
Si veste.
Prende ciò che le serve.
E se ne va.


Mi abbandona così, nuda inerme ed insoddisfatta.
Debole e dipendente, e pronta a cederle ancora non appena tornerà.



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Ciò nonostante, sono sulla via di concludere il mio primo vero lavoro.
Una raccolta di vari racconti e spezzoni che ho scritto finora, quasi senza accorgermene e senza pretese. Devo solo ribattere tutto per bene al computer, ed è fatta. La farò leggere alla mia ex prof di letteratura italiana, a settembre - l'unica di cui mi fido davvero per questo genere di cose. E chiederò a lei consiglio su cosa fare per tentare una pubblicazione. Non che ci spero molto, scrivo cose troppo strane e complicate per il mercato. Ma ci provo, tanto non ho nulla da perdere.

sabato 21 luglio 2012

The truth is hiding in your eyes.

Lo dicevano gli scaffali, tra di loro bisbigliavano e si passavano quell'informazione d'oro, quella delizia indiscreta; di fila in fila gli ingredienti boccheggiavano dalle loro buste di plastica, una bizzarra ahola prodotta dal loro impercettibile voltarsi verso il vicino. Tipo il gioco del telefono che quasi tutti abbiamo fatto da ragazzini, avete presente?, quello in cui una parola qualunque veniva passata da bocca ad orecchio, da un capo della fila all'altro, e l'ultimo doveva pronunciare ad alta voce quanto aveva sentito. Inevitabilmente la parola ultima non corrispondeva mai a quella che per prima era stata detta, il più delle volte mancava totalmente di significato. Un gioco innocente, divertente anche - da ragazzini, appunto - che forse bastava ad insegnare, se un attimo ci si rifletteva, l'incomprensione che regna sovrana anche tra gli esseri umani più vicini.
Quel tardo pomeriggio, in un supermercato talmente grande che a taluni sarebbe bastato come città intera, le confezioni di marmellata, di mais, di biscotti, di verdure, di patatine facevano tra loro quel gioco infantile. Non si sa cosa si dicessero, sembrava solo un lieve fruscio di vento, un bisbiglio segreto che serviva solo a preparare quel passaggio. Perché prima o poi sarebbe passata ovunque, in qualsiasi reparto, maneggiando prodotti a caso di cui avrebbe solo letto quelle informazioni sul retro di cui nessuno si preoccupa - valori nutrizionali, calorie - per poi rimetterli a posto. Esattamente dov'erano prima, come a cancellare anche il semplice fatto che per un istante - un istante solo, niente di più - li avesse tenuti tra le sue mani. Mani bianche, esili, ossute, dalle unghie lucide e fragili come specchi. La ragazza di vetro, la ragazza di cenere, sgretolata in quelle stesse tasche dove quelle mani le nascondeva. Appuntita e scheggiata, minacciava con la sua spigolosità gli sguardi che le si attaccavano addosso come parassiti, succhiandole via quella poca forza rimasta e necessaria a sopravvivere in quell'inferno che per tutti gli altri era un posto come un altro. L'ho vista subito. In quel posto immenso, i miei occhi l'hanno trovata prima ancora che fosse vicina abbastanza. Lei, cosí vicina alla morte da averla scampata probabilmente per un pelo, che si muove senza fare il minimo rumore - senza spostare una sola particella d'ossigeno - eppure riuscendo a rubarmelo tutto, tutto quello contenuto in quel paradiso del mercato, dei prezzi convenienti, delle offerte prendi due paghi uno - tutto quello contenuto in quest'atmosfera ammaccata. Lei, scheletro ricoperto di pelle. Ombra nera, tutta nera nonostante la pelle bianca - bianca, bianca, bianca - la ragazza di cenere, la ragazza di vetro - bisbigliavano sconfitti gli ingredienti dagli scaffali. Lo diceva la gente intimidita, lo dicevano le loro labbra o anche solo i loro occhi - è anoressica, dicevano. Si passavano l'informazione sottovoce, la comunicavano a chi non aveva saputo capire da sé, ma piano, piano, piano, per non farsi sentire. C'era il bisogno di spiegare quella presenza in una parola che forse rendeva loro tutto più facile, perché nonostante non occupasse spazio, non facesse rumose, non pesasse niente lei era per tutti quelli che ammutolivano davanti al suo passaggio quanto di più pesante avessero mai dovuto sopportare. Il cibo più amaro mai conosciuto dai loro palati. Quasi li vedevi, tutti gli stomaci che si chiudevano. Lei era come l'incarnazione di un incubo, uno schiaffo in piena faccia, il rimorso per tutti gli errori che hai commesso. Non faceva rumore, non occupava spazio, non pesava nulla - ma i suoi lineamenti spigolosi, affilati come una spada, tagliavano l'aria. Non pesava più di trentasei chili, trentasette al massimo. Le sue gambe erano solo ginocchia, ricoperte da un paio di calze nere, in un paio di scarpe nere. L'intera sua figura chiusa in un cappotto nero - non fa freddo, ovvio però che lei ne sentisse. I capelli, neri, raccolti in una treccia di lato. Dal naso le usciva un tubicino, quel tubicino, le attraversava la guancia e stava appeso dietro l'orecchio, come una qualunque strana ciocca di capelli. Le colava lungo il collo e spariva in quel cappotto nero. Quello, quello rendeva tutto troppo evidente. Era quello, soprattutto, che faceva mormorare gli scaffali, voltare le persone. L'ho vista subito, e non avrei voluto, dico davvero. Perché dopo non sono riuscita a perderla più di vista. Anche quando non ce l'avevo attorno io ne sentivo la presenza asfissiante accanto. Sapevo che era lí, da qualche parte, troppo vicina a me. Ad un certo punto i nostri sguardi si sono incrociati, ed il suo m'è apparso carico d'odio. Verso tutti, verso di me, che come tutti gli altri la guardavo e vedevo il suo segreto, il suo difetto, il suo orrore, la sua malattia. Qualcosa che doveva essere solo suo e che invece finiva per essere sbandierato a tutto il mondo. Ironico - probabilmente voleva solo sparire e, riuscendoci, s'era resa più appariscente che mai. Avrei voluto spiegarle - avrei voluto dirle che il mio sguardo era un altro. Non era un giudizio. Non era domande, inquietudine, paura della sua figura scheletrica - mortale. Avrei voluto dirle che non mi lasciavo ingannare dalla cattiveria di cui si riempiva gli occhi, che sapevo che quello era il suo unico modo per difendersi. M'é passata dietro, davvero troppo vicino - mi sentivo male, ma male davvero, male male male male male, mi sentivo in gabbia. Mia madre che si unisce al coro di sussurri illuminandomi sul fatto che quella ragazza ha l'anoressia, io caccio fuori un monosillabo, arrabbiato, troppo arrabbiato, perché non posso sopportarlo. Non posso sopportare che si rivolga a mia sorella dicendole che poi le spiegherà che cos'è, l'anoressia, che deve mangiare sempre senza fare capricci. Non posso sopportare che dica J. può arrivarci se continua cosí. Quasi mi scappa una delle mie risate ironiche, amare - mi scapperebbe se in quell'istante non fossi tanto disperata, tanto concentrata a ricordarmi di respirare, a mordermi l'interno delle guance per non farmi sfuggire qualche lacrima. Concentrata a reprimere il desiderio di correre da quella ragazza d'inverno, la ragazza di cenere e di vetro, dirle solo io sono come te, farle da scudo a tutti quegli occhi invadenti oppure semplicemente esserle fisicamente vicina, come se il suo corpo freddo e spigoloso fosse la mia àncora di salvezza. La più dolce tortura che mi sia mai stata inflitta. Non so perché reagisco cosí, perché provo cosí tanto, cosí tante emozioni diverse e contrastanti tutte insieme. Tra le tante, l'invidia. Ebbene sí, e so di dovermene vergognare. Ma invidia non della sua magrezza esasperata: invidia per il fatto che aveva saputo arrivare fino in fondo. Lo pensavo già, e quest'incontro me ne ha convinto: non puoi risalire se prima non tocchi veramente il fondo. Ecco perché non ho mai chiesto aiuto, o perché nessuno ha mai pensato che ne avessi bisogno: non sono mai stata abbastanza male. Mai abbastanza malata. Mai tanto disperata da raccontare la verità. Potrei continuare in quest'equilibrio precario - sempre più sottile - in eterno.

Ma non è tutto.

Perché c'è anche l'altra, ancora più vicina, la ragazzina dagli occhi cielo, i capelli lunghi ed il bellissimo nome da diva del cinema. Figlia di una delle migliori amiche di mia madre, di cui da mesi ricevo a puntate notizie che sembrano di un bollettino di guerra. È stata ricoverata. È tornata a casa. È venuta per fare un esame a scuola ma non sta bene, aveva il sondino. Ha preso quattro chili in quattro settimane, sta andando bene. Tra qualche giorno ha la visita, vedono come va e decidono se lasciarla a casa o ricoverarla ancora. Invece di aumentare ha perso un chilo, come si fa, è stancante, dio mio.
Oggi l'ho incontrata - lei e sua madre. Non ero pronta. Ho fatto finta di non vederle fin quando la madre non ha visto me. L'ho abbracciata - un abbraccio freddo, di quelli tra persone che non si conoscono abbastanza bene da stringersi per davvero. È magra. Meno di quanto temessi, ma abbastanza da esserlo troppo. È pallida. Ha le mani che faresti attenzione a stringerle per paura di romperle. Gli occhi, gli occhi lontani, fatti di neve. Ed il sorriso, il sorriso gentile, amichevole, è cosí triste che vorresti dirle che non ce n'è bisogno, che per te quello sforzo non deve farlo. Dovevano scappare, che deve rispettare degli orari per tutti i piccoli pasti nel corso della giornata. Sua madre lasciava intendere senza dirlo veramente, ed io immaginavo il suo disagio, che tutti sanno e tutti cercano di farle credere di non sapere. Lunedí o martedí la ricoverano ancora. Non so se la vedrò di nuovo prima di partire, vorrei e al tempo stesso no. Mi ucciderebbe il desiderio di parlarle e farle capire che se ne ha bisogno con me potrebbe aprirsi, e la mancanza di coraggio o l'impossibilità di farlo. Non sono una paladina della giustizia, devo ficcarmelo in testa e lasciare in pace tutti.

Intanto mia madre continua a fare domande scomode, davanti a due tazze di caffellatte.
Sospetti mai avuti prima, commenti mai usciti dalle sue labbra; il realizzare tramite esperienze altrui che queste malattie esistono e possono capitare a chiunque deve averle fatto aprire gli occhi, diventare tutt'un tratto quasi paranoica. E poi lo shopping di questi giorni, che l'ha portata a vedere come di ogni cosa mi serva la taglia più piccola esistente. 34 e 36, di ogni indumento. Qualche mia frase, qualche mia spiegazione parlando delle ragazze incontrate che mi escono spontanee, sicure, scientifiche, che forse dicono che ne so qualcosa di troppo. Ma poi rido e sorrido, mi difendo ponendo la mia bassezza come giustificazione al mio peso - il peso su cui mento dicendo di essere sempre sui 46/47. In realtà adesso non so quanto sono, non ho una bilancia qui, ma non credo di aver superato i 45.

Io rido e sorrido e tergiverso e sposto l'argomento - intanto mi chiedo che diavolo gli ha preso a questo mondo.
Da un momento all'altro chiunque ha un dca? Ma soprattutto, sono l'unica che non ha saputo dirlo o manifestarlo?
In ogni caso, quel che veramente mi fa impazzire è dover stare a sentire gente che tenta di spiegarmi, come non ne sapessi nulla, la realtà che vivo da otto fottutissimi anni.

Sento che quest'anno non saprò mantenere quell'equilibrio.

Tornerò a casa, se avrò preso peso lo perderò di nuovo, altrimenti ne perderò altro ancora. In dieci giorni. Poi arriverà il mio ragazzo, allora tenterò di essere normale e forse tornerò al punto di partenza. Poi lui andrà via, e mentre ci salutiamo salirò gli scalini di uno scivolo spaventosamente ripido di cui la fine nemmeno si vede.
Toccare veramente il fondo è l'unica maniera per risalire.

sabato 14 luglio 2012

And if every hole makes a scar, then I will never live freely without your trace.

Vorrei essere un libro in questo momento.
Starmene in attesa su uno scaffale, o un tavolino da salotto proprio di fronte ad un divano o una poltrona che è comoda già solo a guardarsi. Avere una copertina ed un titolo interessanti, cosicché qualcuno, passando di là, sarebbe spinto a prendermi, rigirarmi tra le proprie mani e aprirmi. Vorrei essere un libro diviso per episodi, di quelli che puoi leggere anche separatamente ma che solo nella loro successione trovano piena realizzazione. Vorrei che la persona che, per caso o per volontà, si ritrovasse a leggermi fosse un lettore attento. Di quelli che girano con cura le pagine, che dei libri amano prima di tutto l'odore, di quelli che non saltano prologhi e prefazioni - per quanto lunghi e tediosi possano essere, alle volte. Vorrei poi che fosse uno di quelli che sottolinea le frasi che lo colpiscono, che arricchisce i margini con proprie annotazioni e riflessioni, che pur rispettando la storia che ha in mano ci mette del suo e la rende propria.
Vorrei essere un libro, aperto, nella mani di una persona attenta.

Poco fa ho finito di vedere un film, uno di quelli drammatici che tanto piacciono a me.
La storia di una ragazza sveglia ed intelligente nata nel posto sbagliato, con due genitori incapaci di fare gli adulti, dediti alla droga e a tante altre schifezze da cui un bambino non dovrebbe mai essere circondato. Genitori che vengono da posti ancora più sbagliati, che a loro volta hanno visto cose che nessun bambino dovrebbe vedere. La classica storia in cui la bambina deve badare a se stessa da sola, finchè non è in grado di prendersi cura anche della propria mamma e del proprio papà. Una ragazza che nonostante tutto ama i propri genitori, dimentica il degrado a cui l'hanno costretta e ricorda solo i bei momenti che trova nella sua memoria. Di loro, solo il buono che le hanno dato. Per quanto poco, per quanto insufficiente. Una ragazza che scappa di casa perché nemmeno del nonno ci si può fidare, che torna ogni volta che vede la mamma - malata di aids - arrancare ubriaca verso la porta, con le mani che tremano, tentando invano di dominare il vomito. Che corre ad aiutarla, le fa il bagno, la mette a letto. Poi torna alla sua vita di strada, alla sua unica amica persa e sola come lei. Finché la mamma non muore e la vede seppellire in una cassa di legno, senza alcuna lapide, senza nessuna cerimonia. Una ragazza che non era mai andata a scuola, aveva solo letto per intero un Enciclopedia che una vicina le aveva trovato in mezzo alla spazzatura. Si presentava l'ultima settimana, svolgeva le prove e prendeva il massimo dei voti. Un'infanzia passata ad aspettare che la madre tornasse dall'ospedale con le braccia livide, da cui viene strappata dagli assistenti sociali perché nonostante i ripetuti richiami non frequenta regolarmente la scuola. E mentre la portano via, con le lacrime che le rigano le guance e senza ribellarsi, vede suo padre trovare come unica soluzione stringersi un laccio attorno al braccio. Una vita passata in attesa che qualcuno si prendesse cura di lei. Alla morte della madre si rende conto che questo non avverrà mai, che deve essere lei stessa a prendersi cura di sé. Allora, nonostante la paura, la stanchezza, la rabbia chiama a raccolta le sue forze e si spinge nella direzione giusta. Entra in una specie di scuola privata di altissimo livello, studia giorno e notte lavorando come lavapiatti per mantenersi. Fa più del necessario, più di quanto sarebbe dovuto, più di chiunque altro. Vince un concorso indetto dal New York Times e vince una borsa di studio che le permetterà di pagare la retta del college. Prende il diploma facendo tutti gli anni persi in due. Entra ad Harvard. Racconta la sua storia per liberarsi e vivere senza portarsela sempre addosso.

Vorrei far vedere a chiunque questo film - Homeless go to Harvard, o qualcosa di simile.
L'attrice, bravissima, che ha reso alla perfezione tutti i sentimenti che la storia comportava.
I suoi sguardi, i suoi occhi, che mi sembravano lo sguardo che ho dentro io.
Perché mi rivedevo tanto in lei? Perché in queste storie trovo il mio pezzo mancante?
A volte mi sento una ridicola versione di Marla Singer, Fight Club, la cui unica vera tragedia è che nella sua vita non c'era nessuna tragedia. Da quel che posso ricordare, chiudendo gli occhi non ho mai immaginato nulla di positivo. Le mie fantasticherie necessitavano di elementi tristi, malinconici, tragici.
E anche nella vita reale, nei momenti felici, non posso fare a meno di sentirmi triste.
Mi rivedevo nella protagonista di quella storia quasi la mia vita fosse stata uguale alla sua.
Quando invece, certo, ho avuto i miei momenti difficili ma mai cosí duri.
E mi sento uno schifo, davvero, a sentirmi uno schifo senza motivi cosí validi.

Vorrei far vedere a chiunque questo film perché penso sia d'ispirazione. Amo quando viene messa in primo piano l'importanza della mente, dello studio, dell'impegno, della cultura. Ho sempre voluto ottenere risultati importanti, ma mai con la consapevolezza e la determinazione di adesso. Voglio davvero, con tutta me stessa,

Avrei voluto piangere durante la visione del film - avrei voluto piangere durante l'intero corso della giornata e commuoversi per il film sarebbe stata un'ottima scusa - ma ero circondata da altre persone, il che mi ha impedito di lasciarmi andare. Credo che sia il cibo a controllare il mio umore e quand'è troppo finisco col sentirmi cosí - depressa, arrabbiata, nervosa, fallita. O forse preferirei che fosse cosí, perché tener conto di tutti quegli altri piccoli pezzi che potrebbero concorrere come motivi sarebbe troppo.

Cos'è, la mancanza di certezze?
La paura di non entrare a Psicologia?
Il rapporto con mio "padre" più a puttane che mai?

Oh, poi c'è la questione ragazzo, giusto. Messaggiamo - da qui è l'unica cosa che posso permettermi, telefonare costa troppo. Mi manca. Ma continuo a pormi domande su qualunque cosa provo. Del tipo se a mancarmi è effettivamente lui o se semplicemente ho bisogno di qualcuno accanto. Non gli dico niente di carino da quando è successo quel che è successo. Nemmeno un semplice ti voglio bene. Mi veniva da gettarmi tra le sue braccia quasi appena dopo essermi sfogata di tutto quel che avevo dentro, e mi sono imposta di non farlo perché non può pensare che è tutto cosí semplice. Perché è andata cosí anche l'altra volta, e in breve tempo ci siamo trovati punto e a capo. Volevo che stavolta capisse. Che dicevo sul serio, che per me non è facile. Ma passato quel primo momento, quell'istinto di gettarsi tutto alle spalle e convincersi che va tutto bene, la dolcezza m'è sparita completamente. Ora, semplicemente, non ci riesco. Lui lo sa e dice che non è un problema. Io, però, mi chiedo se forse in realtà me lo sto ancora imponendo da sola, se forse - inconsciamente - ho tirato il freno troppo forte perché avevo paura. Probabile. Quando mi sento ferita, o delusa - e per più di una volta - mi chiudo a riccio e tiro fuori gli aculei. Come forse fanno un po' tutti. E non lo so, non so davvero, quanto ci vorrà prima che io mi ammorbidisca di nuovo. E se nel frattempo non faccio che creare altri muri e altre distanze tra noi?
Mi dico e mi ripeto che ho già fatto tanto a restare, che farmi sentire di nuovo a casa e al sicuro adesso sta a lui, come gli ho messo ben chiaro fin da subito. Ma la verità è che, anche quando mi sforzo di fare la dura, io non riesco a dare colpe a nessuno se non a me stessa. Finendo per odiarmi oltre ogni misura.
Non lo so, forse la semplice verità è che lo amo veramente e non ho mai guardato in faccia - negli occhi - questa possibilità, pur avendolo creduto fin da subito. Voglio dire, un conto è lasciarsi prendere e coinvolgere da un sentimento, tutt'altro è rendersi conto di non poter fare a meno e non riuscire a lasciar andare una persona.
No, non è questo che voglio realmente dire - scusatemi.
Sono confusa, e incasinata e la realtà è che tutti possiamo imparare a fare a meno di chiunque. È difficile, fa male, ci si sente soli, stanchi, arrabbiati, ci si fa del male - ma si sopravvive. Ho dovuto far a meno di molte persone fino ad ora e sono sempre sopravvisuta. Dev'essere stato questo, però, ad indurirmi.
E continuo a dispiacermi, perché vorrei essere tanto diversa da quel che sono.

Odio le attese e per la maggior parte del tempo è l'unica cosa che posso fare.
Aspettare un mese per vederlo - sperando che tutto vada secondo i piani, cosa di cui non posso mai esser certa - e vedere come va. Aspettare settembre per fare quel test. Aspettare questi anni, per potermi costruire la vita che voglio.

Aspettare, aspettare, aspettare.

martedì 10 luglio 2012

To be afraid of not being afraid.

Vi sto trascurando e vi chiedo scusa. E' tanto che non vi commento, che non vi ricambio col sostegno che date a me - non ce la faccio, semplice. Se a stento riesco a sopportare queste giornate, come posso pensare di confortare qualcun altro? Vi ho lette, tutte, come sempre. Leggo e rimango senza parole da aggiungere a quelle dette da voi. Senza pensieri miei. Senza sentimenti. Sono troppo arida, il mio serbatoio di umanità non è poi così capiente. Si prosciuga in fretta, troppo in fretta, e poi bisogna aspettare prima che possa tornare a riempirsi nuovamente - una goccia per volta, piano piano. Non riesco a mangiare. Non ci riesco, non ci riesco proprio. La mia bocca non vuole saperne di aprirsi davanti ad una forchetta che s'avvicina, la mia testa nemmeno mi parla più, non mi urla di no, non m'insulta, non cerca di fermarmi - è spenta, l'azione del mangiare è stata presa e rimossa completamente, cestinata, archiviata in quanto fatica superflua e non necessaria. E' così che una mattina sali sulla bilancia e leggi 44.5 - ingresso trionfale nella fascia del sottopeso. E non pensi nulla. Non sei felice non sei triste non sei sollevato non sei angosciato. In sottofondo passa una eco di paura - dove arrivi se continui così? se continui a non mangiare nulla? vuoi davvero andare a letto ogni sera con la testa che gira e il cuore che batte troppo forte? - eppure non la senti. E' lontana anche quella. Piuttosto, continui ad aver paura di non avere paura - l'espressione te l'ha insegnata Kurt Cobain all'età in cui non avresti proprio dovuto avere le credenziali per capirla, e tu invece l'hai ringraziato con gli occhi pesti ed un corpo vuoto per intero. Si è capaci di qualunque cosa quando si smette di aver paura, e non è bello come può sembrare. Ti ritrovi a dire al tuo ragazzo tutto, tutto quanto, e te lo ritrovi con la voce tremante al telefono. I silenzi, le scuse, le parole introvabili. Amarezza, delusione, rabbia, tristezza, nausea, amore, dolore - appallottolati insieme, tirati fuori da una matassa impossibile da districare. La stanchezza, la confusione, lasciami andare, stringimi più forte - “fanculo, io ti amo” - e riattacca. E ti manda subito un sms: spero tu non abbia sentito solo "fanculo". E vorresti sorridere e pensare affettuosamente che idiota, ma non ce la fai. Le labbra proprio non vogliono saperne di piegarsi all'insù. Il freddo. Nessuna soluzione all'orizzonte, solo pazienza, solo attese. “Ogni volta è come se mi congelo, e stavolta è peggio delle altre. E devi essere tu a scongelarmi.” - “E chi se no?” - “Intendo che non posso farlo da sola.” 
Terza possibilità, nel frattempo un male che cresce cresce cresce - pur non sentendo niente, allo stesso tempo.
Vorrei che venisse qui, mi prendesse in braccio e mi facesse sentire leggera.
Come faccio a non restare ancora, io così imperfetta a non reggere le imperfezioni altrui. E' umano, sbaglia. Ma ci tiene tanto a me da non permettermi di mollare - nemmeno allentare - la sua presa. “Posso davvero abbracciarti?” - “Ieri sera lo volevo.” - “E oggi?” - “Oggi non lo so.” - “Ah...” - “Metti che capita che non voglio per tre settimane.” - “...io ti abbraccio lo stesso.” Se anche mi mettessi a sbattere i piedi per terra, ad urlargli contro, lui mi stringerebbe forte e mi lascerebbe piangere sulla sua spalla. Devo davvero perderla una persona così? Devo davvero essere così stupida da allontanarlo solo perché non riesco a lasciarmi andare?
Non lo so, non lo so ragazze mie, sono un cubetto di ghiaccio. Eppure resto ancora, eppure ci si riprova, perché in fondo - da qualche parte dentro, troppo in fondo - quell'affetto verso di lui è troppo sincero. Anche se adesso è in modalità silenzioso e non lo sento. Le mie ossa iniziano a sbucare e urlano aiuto a chiunque mi passi accanto. Ma tanto nessuno lo vede. Mio “padre” le trova tutte per mettermi i bastoni tra le ruote e rovinarmi la vita. Non gli parlo da mesi, chissà se almeno ci ha fatto caso. Ormai mi sembra un tizio qualunque con cui non capisco cosa ho a che fare e perché debba influenzare così i miei progetti ed i miei piani. Non lo odio nemmeno, provo solo indifferenza, freddezza e disgusto. Ma sono dell'idea che chiunque raccoglie ciò che semina. Pagherà le conseguenze di ciò che sta facendo, quando un giorno mia madre davvero non ce la farà più e se ne andrà e almeno due figli su tre non gli parleranno nemmeno. Non è per vendetta, è che non abbiamo e non avremo mai niente da dirci.
Se non tutto il rancore che potrebbe seppellirlo vivo.


Stasera per lo meno riparto. Statemi bene, piccole mie.

domenica 8 luglio 2012

Ho appena fatto partire quella canzone. Quella che quando sono triste nel pieno e vivo senso della parola non dovrei far partire mai, ché poi gli organi dentro 'sto corpo ingombrante iniziano a far male, i polmoni restano senz'aria, solo tanto male che vorresti far uscire fuori in singhiozzi - piangere come una bambina di quattro anni, istericamente e senza controllo fino a quando non ce la fai più e ti addormenti stremato, con gli occhi pesti e qualcosa di dolorante non ben localizzato. Quella canzone che ascoltavo quasi ogni giorno, che mi ricorda particolarmente una mattina in cui aprii la porta di casa trovandomi davanti una cascata di pioggia, amai follemente quel momento, quel buongiorno che si addiceva così tanto alla malinconia che pesava sulle spalle assieme allo zaino, pronta per salire in macchina assieme a mio padre ed essere trasportata a scuola. Quella canzone che già allora mi faceva pensare a te, quella canzone che raccontava la mia età e per filo e per segno i miei bisogni e le mie necessità. Pensavo di non meritarlo e che i miei sogni non sono fatti per essere realizzati, avevo paura a lasciarmi andare a qualunque speranza, perché non volevo sbattere contro una realtà totalmente diversa da quella che pensavo di desiderare più di ogni altra cosa. Avevo paura e non lo ammettevo neanche con me stessa, ma già in quei giorni quella canzone la associavo a te. Te che forse avresti saputo riempire tutti i miei vuoti, te che forse avresti avuto la pazienza di cercare tutte le mie ferite e ricucirmele ad una ad una. Te che forse mi avresti ascoltata, capita, rassicurata, sollevata. Te che forse eri quella canzone fatta persona. Io non ho pensato. Per l'unica volta in vita mia ho davvero spento il cervello. Non so nemmeno come ho fatto a riuscirci, ma mi sono spogliata di tutto, riposto in un fagotto e chiuso a chiave in un cassetto. Ci ho lasciato tutte le mie mille ed una paure, le mie centoquindici paranoie, le mie innumerevoli insicurezze. Ho vissuto tutto il nostro inizio per ciò che era, momento per momento, niente domande, zero compromessi. Con te non sono stata razionale, non sono stata logica, non sono stata normalità ed abitudine, non sono stata nemmeno corpo - solo anima. Sono stata il mio passato, il mio presente, il mio futuro - tutto insieme, tutto in un secondo, condensato in un infuso di tè in una sera d'inverno. Sono stata le mie paure, le mie malattie, le mie ossessioni, i miei sogni, i miei libri, le mie storie, le mie ossa, i miei occhi, i miei diari, la mia chitarra scordata, i miei racconti a metà, i miei viaggi mentali, tutti i miei film non visti, le mie speranze, le mie delusioni, il mio cervello pieno, il mio stomaco vuoto, il mio sangue, le mie vene, i miei fiori secchi, le mie valigie fatte e disfatte, le mie (in)capacità, il mio cuore pulsante e vivo preso e messo in mano tua. Senza chiedermi se fosse giusto o meno. Senza chiedermi se era veramente quello il suo posto. Credevo di sapere tante cose, credevo di aver capito così presto quello che certe persone non hanno la possibilità di capire nemmeno in una vita durata cent'anni. Me ne andavo in giro ad urlare ai passanti la mia felicità, a dire a chiunque che io stavo bene che io amavo che io ero amata - volevo scriverlo sui muri con la vernice rossa, volevo rendere felice ogni singola persona sulla faccia della terra perché improvvisamente tutto mi sembrava così facile, perché ero così forte, così viva, così piena di sentimenti che per me erano troppi, dovevo condividerli e regalarli come regali di Natale. Immagino che avevano ragione tutti gli sguardi scettici, tutti i sorrisi come di tenera compassione. Dicevano che mi brillavano gli occhi quando parlavo di te. Dicevano “non ti avevo mai vista così!” - e per così immagino intendessero felice. Credevo, ero sicura, che tu avessi capito tutto di me. Che mi avessi vista per ciò che sono veramente, come se quest'involucro fosse trasparente ed il tuo sguardo potesse cogliere di me ogni singola sfumatura. Credevo tante cose, amore mio, credevo talmente tante cose che ne ho lasciate credere altrettante anche a te. Ti ho lasciato credere che fossi una ragazza da amare, una con cui sognare e costruire un futuro sicuro e stabile, prevedibile e rassicurante. Ti ho lasciato credere che fossi perfetta per te perché per te ho fatto qualsiasi cosa. Ho messo da parte tutto ciò che in me non va per non farti soffrire, ho messo da parte me stessa, completamente, perché per una volta, una soltanto, volevo provare ad essere una normale, una che può vivere qualcosa di bello, una che può sentirsi dire quelle frasi sconvolgenti che si sentono solo nei film, una che per una sola fottutissima volta può essere la protagonista e non l'ultima delle comparse. Volevo andare bene. Volevo stare bene. E mi sono sforzata, ce l'ho messa tutta per essere la ragazza che da sempre desideravi al tuo fianco. Quella che, a quanto pare, effettivamente sono riuscita a diventare. Ascoltandoti ogni singola volta che ne hai bisogno, standoti vicina nonostante le distanze che ci dividono, infondendoti coraggio, dandoti sostegno, cercando di aiutarti a superare tutte le tue insicurezze, tutti i tuoi problemi, tutto quel che un passato sbagliato ti ha lasciato come ricordo. Tu avevi promesso che avresti fatto la stessa cosa con me. Avevi promesso tante cose... Sono talmente stupida che non riesco nemmeno ad avercela con te, non riesco a puntarti il dito contro, non riesco a farti capire quanto mi sento sola, abbandonata, delusa. Sono arrabbiata, tanto, e finisce che me la prendo solo con me perché non ci riesco a sbatterti in faccia tutti i tuoi errori. Tempo fa mi hai aperto dentro una ferita talmente grande che nemmeno immagini. Talmente grande che è stata l'unica volta in cui non sono riuscita a trattenere il veleno. Ti ho sparato contro una raffica di parole che non potevano farti male, erano solo espressione del mio dolore che poi ho preso e messo da parte, come sempre, ché tu non volevi, non era tua intenzione. La realtà è che non hai capito, non capisci mai, non vuoi capire perché sono un territorio di cui non conosci le strade e privo di qualsiasi indicazione. Mi sei capitato in un momento strano, un momento in cui avevo imparato a stare bene col mio dolore - e ho dovuto, all'improvviso - imparare l'amore. Ho scelto di farlo in fretta, di berlo tutto d'un sorso, di lasciarmi andare e di essere tua fino all'ultima particella di ossigeno che respiro - rinunciando così, senza accorgermene, ad essere prima di tutto mia. Non sono io che mi sono dimenticata chi sono: sei stato tu a farmene dimenticare. Involontariamente, senza farlo apposta. Perciò è tutta colpa mia, come sempre. Giuro, non lo dico tanto per dire, è colpa mia. Ho sbagliato dall'inizio alla fine e ne pago le conseguenze. Vorrei dirti tante cose. Vorrei dirti che mi uccide il nostro parlare da mattina a sera senza dirci mai niente - e te l'ho detto, ci ho provato in tutti i modi, ma tu fai finta di niente oppure ci provi e poi torna tutto come prima. Vorrei dirti che mi fa male il fatto che non mi chiedi mai niente, mai un come stai, mai una domanda su quel che faccio o sulle scelte che prendo. Vorrei dirti che mi fa male il tuo chiuderti e sparire quando qualcosa non va, senza chiederti minimamente come nel frattempo possa stare io. Vorrei dirti che mi fanno male tutte le volte che avrei voluto parlarti e non me l'hai permesso, e tutte le volte che avevo bisogno di te e non c'eri. Vorrei dirti che mi fa male il fatto che a te basta che io ci sia.
Per te va tutto bene perché io sono la soluzione. La tua cura. La tua via di fuga. Qualsiasi cosa accada, sai che io ti rimetterò a posto. Che anche se non ci riesco ci metterò l'anima per provarci e almeno un po' meglio ti farò sentire. Non ti sei mai chiesto se quando ti dicevo che stavo bene ti stessi dicendo la verità. Non ho mai avuto il coraggio di dirti se non mangiavo, se cedevo al richiamo della lametta - l'unica volta che l'ho fatto ho ferito te. Già, perché quando provavo a parlarti se stavo male finiva solo che oltre a tenermi in piedi da sola dovevo anche consolare te, ferito di riflesso dal mio dolore. Non capisco più il senso di noi due. Credevo che alla base di una relazione ci fosse un reciproco dare e ricevere, e invece mi ritrovo a dare dare dare dare dare per ricevere una briciola ogni tanto che mi fa credere che sono io sbagliata, che pretendo troppo, che sono una stronza. Ma non è così, non è così... Credo di non farcela più. Non ce la faccio più a sentirmi così. A sentire di non poterti parlare, di non poterti dire mai niente, di esserci per te e basta senza sentirmi mai ascoltata e capita. Ti chiedo scusa di tante cose. Di tutte le promesse che non potrò mantenere. Di tutto quello che ho creduto di poterti dare. Lo volevo davvero, te lo giuro, volevo tutto questo, volevo noi due, volevo la nostra vita insieme. Ma non è possibile. E' la cosa più triste che io abbia mai dovuto dire e vedere, ma non sei la persona giusta per me ed io non sono la persona giusta per te. Tu non lo capisci, non vuoi rendertene conto, forse non lo vedrai mai - oppure un giorno, tra qualche anno, ci ritroveremo a parlare, sereni e tranquilli, e mi dirai che avevo ragione. Voglio che tu sia felice. Che trovi una brava ragazza, una tanto diversa da me. Una semplice, che sorride alle tue parole dolci, una che sa preparare tante deliziose torte fatte in casa, una che sia simpatica anche a tua madre, una che vive per l'amore, che s'innamorerà di te e vivrà per te. Una con cui fare tanti bei bambini, che spero abbiano il taglio dei tuoi occhi e il tuo sorriso, con cui invecchiare e con cui essere felice. Tranquillo, al sicuro, e felice.
Forse se fossi arrivato prima mi avresti trovata meno guasta. Meno stanca, meno complicata, meno cinica, meno spigolosa e diversa. Forse, se fossi arrivato prima, avrei potuto essere io quella brava ragazza.
Ma questa vita non è fatta di se. E' andata così. Spero che non mi porterai troppo rancore, che mi penserai comunque ogni tanto e che pensandomi ti spunterà un bel sorriso. Spero di averti lasciato tanti bei ricordi, spero che ogni tanto parlerai di me e che mi racconterai con le parole giuste.
Spero che, nonostante tutto, continuerai a volermi bene.
Spero di riuscire a dirti tutto questo, un giorno, e spero di non odiarmi troppo quando poi, inevitabilmente, mi mancherai. Sei stato importante, sei stato il mio primo vero amore. Resterai probabilmente la parte più bella e dolce di questa vita. L'errore sono io, che non so vivere di solo amore. Che necessito di cose che tu non puoi capire, che sono così strana da non combaciare con nessun pezzo di puzzle esistente. Forse nessuno mi amerà mai come mi hai amata tu. Forse sto commettendo l'errore più grande della storia. Ma questo è ciò che sento adesso e non posso fingere, e non posso continuare a vivere un amore a metà.
Perdonami.






Le parole che non ho il coraggio di dire e che prima o poi - presto - sarò costretta ad usare. Mi ritrovo a nuotare tra le lacrime alla ricerca di un cuore buttato via con le mie stesse mani, mentre con gli occhi che bruciano cerco in ogni dove il coraggio di spezzare il suo. Ho bisogno di qualcuno che mi veda, qualcuno che mi ascolti anche quando le mie parole fanno paura. Ho bisogno di qualcuno che legga nei miei cambiamenti di capelli, qualcuno che mi dia ciò di cui ho bisogno senza foglietti d'istruzioni per l'uso. Ho bisogno di qualcuno che cerchi le crepe sul mio corpo e non cerchi di aggiustarle, ma che le faccia piuttosto combaciare con quelle del suo. Ho bisogno di silenzi, di poche parole pregne di significato, ho bisogno di uscire dall'ordinario, ho bisogno di qualcuno che mi porti ad urlare contro la luna, che mi prenda per mano e mi trascini in una corsa folle nonostante il mio terrore di cadere. Ho bisogno di qualcuno che mi urli contro, di qualcuno contro cui posso urlare anch'io. Ho bisogno di qualcuno che sia talmente imperfetto da dire sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato, qualcuno che nel mondo stona eppure ci sta meglio di tutti gli altri. Ho bisogno di qualcuno che sia libero e disinibito, ribelle e pazzo ed elegante. Ho bisogno di qualcuno che abbia la forza di prendermi in braccio, di restare sveglio di notte a leggermi poesie in francese, qualcuno che sappia sognare l'impossibile, con me.
Ho bisogno, per adesso, di stare da sola.


Scrivo di un amore che mi sembra già finito, anche se non è così, mentre mi passano per la teste immagini, momenti, canzoni. Mentre piango per qualcosa che ho deciso solo e soltanto io, e continuo a chiedermi come farò, come farò, come accidenti farò a dirgli tutto questo. Lui che non sa, che non immagina neanche, perché tutti i segnali che ho lanciato non ha voluto vederli. Ho paura e tremo e non mangio e ho paura ancora. C'ho provato, ce l'ho messa tutta - non posso.
Sono troppo melodrammatica e disadattata per far parte di una favola. Sono nera dentro, gliel'ho sempre detto.
Credo di non aver mai avuto così tanta paura in vita mia. La rabbia che avevo si è sciolta, è diventata semplice dolore.
Non so se ce la faccio. Non lo so proprio.

sabato 7 luglio 2012

All'improvviso e senza motivo.

« I want to be perfect in a sort of tragic way. »
Mi sembra la frase più adatta a me che io abbia mai letto. E' esattamente di questo che si tratta. E' questo che, in fondo, in un modo o nell'altro ho sempre ricercato. Innanzi tutto ritengo che il termine perfezione sia oltremodo soggettivo. Per me è perfetta una distesa di neve bianca e fredda o una giornata sovrastata da un cielo grigio, con la pioggia a bussare alle finestre; per la maggior parte della gente invece una giornata perfetta è calda, col sole, magari al mare. Per me una serata perfetta è d'inverno, con una tazza di tè e un buon libro; per altri potrebbe essere in discoteca con fiumi di alcol in mezzo a un'infinità di gente, a ballare fino alle prime luci del mattino. E se la perfezione è soggettiva riferita a qualsiasi cosa, figuriamoci quanto possa esserlo applicato a canoni estetici.
Io non ho mai voluto essere perfetta in assoluto, né perfetta per gli altri.
La perfezione che bramo è una ricerca del tutto egoistica, perché ambisco ad essere perfetta solo e soltanto per me.
E la perfezione che voglio, solo e soltanto per me, è una perfezione del tutto imperfetta.
Tipo una bellissima bambola di ceramica, con una crepa sulla guancia.
Tipo un libro che contiene frasi e parole sublimi, che raccontano una storia tragica.
Tipo una modella etera, che poi scopri psicopatica.
L'idea che ho io, di perfezione, è estremamente strana ed inquietante.
Forse vi chiederete perché, adesso, sto scrivendo questo.


Credo di aver avuto quella che si definisce un'epifania.
Ero su un blog tumblr rigurgitante immagini thinspo, una cosa che al contrario di quanto si possa pensare non faccio spesso. Stavo salvando sul pc quelle che mi piacevano di più, nel frattempo messaggiavo con la mia migliore amica raccontandole alcuni miei progetti.
Ed è successo. Ho capito.
Da tantissimo tempo, io e lei, ci diciamo che possiamo essere e fare tutto ciò che vogliamo.
Mi sono resa conto, poco fa, che non avevo realmente capito il senso di questa cosa. Lo sentivo, lo percepivo ma era come quando qualcuno ti racconta i suoi sentimenti e si tratta di cose che tu puoi capire, perché ci arrivi ad immaginare e capire, però non le hai mai vissute sulla tua propria pelle; questo t'impedirà di sapere fino in fondo di cosa si tratta. 
Bene, all'improvviso, senza motivo apparente, io ho capito che posso essere e fare quello che voglio. Ho capito che è tutta una questione di testa. Di come vedi, pensi, ragioni.
Vi faccio degli esempi stupidi: ho sempre pensato che fosse inutile passare troppo tempo a curarmi, truccarmi perché tanto sono quel che sono, perché la mia pelle è piena di imperfezioni, perché è tempo sprecato. Ho tagliato i capelli perché pensavo facessero schifo, perché non sono come quelli delle ragazze nelle foto. Rimango sempre delusa dalle mie ricerche di stile, perché non sono mai all'altezza delle mie aspettative. Mi smonto sempre a metà dell'opera, perché io non sono soddisfatta del mio operato, perciò preferisco distruggere prematuramente piuttosto che portare a termine qualcosa d'insoddisfacente. Esclusi i quaderni e gli appunti scolastici - impeccabili - non sono mai stata ordinata. Spesso ho cercato di raggiungere un'organizzazione estrema - degli spazi, degli impegni, di tutto - ma poi rinunciavo, perché non faceva per me. Ci sono molte cose che mi dico che non fanno per me, perché troppo belle, delicate, giuste ed esatte.
Vaffanculo, non era vero niente.
Bastava questa presa di coscienza, ed ora sarei molto più avanti di quanto sono ora.
Può dimostrarlo una cosa semplicissima: se voglio dimagrire, dimagrisco.
Quella stessa forza di volontà, quella stessa costanza potrei metterla in qualunque cosa.
Se voglio una stanza impeccabile, posso impegnarmi a renderla tale. Se voglio apparire in un certo modo, basta avere la pazienza di lavorarci su e smetterla di pensare che tanto è inutile. Se voglio scrivere un libro, io posso scriverlo.


Tutto questo vi apparirà folle e senza senso, forse.
Ma per me è stata una presa di coscienza forte ed importante.
E ci tengo a dire che se questo discorso vale per me, vale anche per tutte voi. Tutte, nessuna esclusa. Potete arrivare ovunque volete, sta solo a voi decidere di partire e continuare a camminare fino alla meta, qualunque essa sia.


Spero di non rimuginarci su e di non rimangiarmi niente di quanto ho scritto.
Picchiatemi, se lo faccio.


Nuova e sempre uguale, più forte forse - in ogni caso me.



Parlo d'altro per non sentire dolore.

Ciao, sono qui a scrivere perché avrei un bisogno incredibile di piangere, di quelli che ti soffocano da dentro, che ti tolgono l'aria; ma non ci riesco, allora apro questa pagina e scrivo - che scrivere è la mia alternativa a tutto, a tutto quello che non so fare, a tutto quello che non ho. Non c'è nemmeno molto da dire in realtà, ci sono solo i tuoi progetti che ti scivolano tra le mani come sabbia e ti ritrovi all'improvviso a stringere il niente proprio nel momento in cui pensavi che a breve avresti avuto tutto. Purtroppo mi sono illusa spesso nella mia vita, o meglio, non era veramente un illudersi, era solo lo sperare, ogni volta, che le cose vadano per il verso giusto. Che se c'è un problema a questo si può trovar presto una soluzione, che se ci sono degli ostacoli al raggiungimento dell'obiettivo questi si potranno superare - con determinazione, quella forza che di tanto in tanto vacilla, possibilmente col sostegno di qualche persona amica. Ma non va mai così. Non sono un'ottimista di natura, anzi, sono solo una che di fronte a qualcosa di difficile e complicato, sulla cui riuscita ci sono dei dubbi, cerca semplicemente di non pensare e fare del proprio meglio - poi vada come vada, se so di avercela messa tutta non avrò nulla da rimproverarmi, altrimenti potrò prendermela con me stessa quanto mi pare ma questo non cambierà comunque l'esito di ciò che è fatto. Non capisco invece quelle persone che non fanno che lamentarsi dei propri limiti, delle proprie incapacità, del proprio non riuscire; quelle persone che sanno di sbagliare, sanno che così non vanno da nessuna parte e pur essendone consapevoli non fanno nulla per migliorarsi. Quelle persone a cui devi continuamente infondere fiducia, forza, motivazione - così che ne rimani privo tu avendole donate interamente all'altro, l'altro che sembra non voler assolutamente ascoltare e che rimane fermo immobile continuando a difendere la propria inadeguatezza e che solo dopo, molto dopo, quando ormai non ce n'è più bisogno, ti dice che le tue parole sono servite, che sei stata d'aiuto. Te lo dice quando ormai tu sei a pezzi perché hai dato tutto ciò che avevi per rimettere in piedi qualcun altro - ma questo tanto non verrà notato. Perché ti limiterai a rispondere che se è così, se sono servite davvero, allora non puoi che esserne felice. Una felicità che in realtà non esiste, che è solo lieta stanchezza, e che durerà giusto fino al giorno dopo o quello dopo ancora perché tanto quella persona trova un motivo per far così ogni due per tre. E quando poi sei tu che sei insicura, che hai paura di non riuscire, o che sei stanca perché davvero ce la stai mettendo tutta, ti viene solo detto che non hai motivo di far così perché tu sei tu, sei così volenterosa, intelligente, tu sì che ce la fai. E questo ti fa rabbia. Perché non vuol dire niente, tu ce la fai perché nelle cose t'impegni, mica t'è tutto naturale o regalato. E invece, anche se sicuramente non di proposito, tutti ti fanno sentire come una che ottiene tutto con uno schiocco delle dita, perché sei così.
Sei sempre stata brava a scuola, perché non dovresti riuscire a passare il test di ammissione per Psicologia? Hai già frequentato un anno di università, hai preso il massimo a tutti gli esami, perché sei brava. In famiglia è tutto un casino e tua nonna ti dice fortuna che tua madre può contare su di te che sei così matura, così equilibrata. Torni a “casa” e torni alla collera immotivata di tuo padre nei tuoi confronti, ai suoi commenti che anche quando meno pesanti ti squarciano lo stomaco. Apri gli occhi e non capisci perché sei qui, in quel letto troppo grande, in questo caldo insopportabile. Vai in bagno, incontri il tuo riflesso allo specchio, non riesci a guardarlo. Ti prepari, esci, odi ogni strada che attraversi, ogni sguardo che incroci - e un po' ti senti in colpa ché in fondo sai non ce n'è motivo; sei tu che ti senti inadeguata a questo posto, il problema è tuo. Ma tanto non è un problema, ché sei così spenta e così in modalità automatica che quasi niente ti raggiunge. Poi arriva un messaggio. E' il tuo ragazzo che ti dice che non ha passato quei cazzo di esami di maturità. Ti chiede scusa. E mentre tua madre, che involontariamente aveva letto prima di te, inizia a dispiacersi e pensare a tutte le conseguenze, tu senti niente e meno di niente. Rimetti via il cellulare come l'avessi tirato fuori solo per guardar l'ora. Gli unici pensieri che ti attraversano sono come lontani, bene non devo fare niente allora nessun'altra guerra con papà nessun casino per organizzare una nuova vita in meno di due mesi. E' andato tutto a puttane. Niente convivenza. Niente relazione normale, di quelle in cui puoi vedere la persona che ami quando vuoi, di quelle in cui ci si abbraccia, ci si bacia, si fa l'amore; di quelle in cui puoi dire “ci vediamo tra dieci minuti”, di quelle in cui puoi uscire il sabato sera, di quelle in cui si fanno tante cose insieme. No, niente. Un altro anno peggio ancora di quello passato. Qualche telefonata qua e là quando riusciamo ad averne il tempo. Sms. Racimolare i soldi per i treni ad alta velocità e gli alberghi. Non averli o non avere il permesso di partire, rinunciare all'idea perché non ce la fai più, il dolore atroce di doversi salutare di nuovo quando si riesce a passare quei pochi giorni insieme. Va bene, è perfetto, che male c'è. Il mese di vacanza da me, ad agosto, doveva essere una sorta di "regalo" per la maturità. Quindi non mi stupirei affatto se i genitori non gli permettono più 'manco di venire. Non lo so, dovrei forse essere arrabbiata con lui che aveva promesso d'impegnarsi, che era motivato più che mai a realizzare i nostri progetti e sapeva perfettamente che questo era il primissimo scoglio da superare. Dovrei avercela con lui per tutte le volte che mi ha detto di non aver studiato, di aver preso brutti voti, di aver saltato interrogazioni o compiti in classe. Avrei dovuto rimproverarlo ogni singola volta e ricordargli che così rendeva impossibile realizzare i nostri desideri. La semplice verità è che non ne sono capace. Confido nella maturità e nella capacità delle persone che mi circondano, cerco sempre di incoraggiarle piuttosto che stare a sottolineare gli errori commessi. Giustifico qualsiasi cosa, perché in genere conosco la persona in questione, i problemi che ha che non rendono semplici tutto il resto. Ma mi domando se non sono io la prima a sbagliare tutto con questo atteggiamento così soft e alle volte accomodante. 
E' solo un anno in più, direte voi. Beh, non avete idea di quanto sia pesante da sopportare.


Pensavo, tra l'altro, meno male che almeno finalmente avrò vicino lui, se la mia migliore amica andrà davvero a vivere dall'altra parte del mondo. Pensavo che, almeno questo, mi avrebbe reso più sopportabile il distacco da lei. Invece no. Continuerò a stare senza di lui, e resterò anche senza lei. Sarò sola come non lo sono stata mai.
E che stupida, avevo già iniziato ad immaginarmi la nostra vita veramente insieme.
Ci stavo facendo l'abitudine quasi fosse già cominciata.
Che stupida stupida stupida - non bisogna mai dar per scontato niente.
Una cosa non è vera finché non accade.


Nel frattempo mi ero dimenticata di dirvi che quel chilo perso l'ho ripreso, non per mia mancanza di volontà - una nonna che ti guarda e si dispiace se non tocchi niente, l'ha preparato lei, apposta per te che ti vede solo un paio di volte l'anno e se lasci tutto poi comincia a pensare che é perché non ti piace la sua cucina, perché forse da loro non ti trovi bene. Non importa quante volte le ripeti che tu da loro ci andresti a vivere pure subito, è talmente sensibile che ogni piccola cosa la spaventa e la preoccupa. Allora provi a mettere da parte le tue, di paure, per il bene degli altri - come sempre. Anzi, per fortuna che era uno solo, già m'immaginavo di averne ripresi anche due o tre. Approfitto di questi inutili giorni a casa per rimediare, cercando poi di non riportarmi al punto di partenza.


Voglio farmi il piercing al naso, ma ne ho una paura fottuta. Pur avendo fatto tranquillamente svariati tatuaggi, ho la fobia degli aghi e l'idea di farmi trapassare da parte a parte una narice non mi fa impazzire di gioia. Però l'ho sempre desiderato e se non fosse per questa stupida paura l'avrei già fatto da anni.
Convincetemi a farlo, vi prego.



Quando mi sento così - e non so dire esattamente come sia, così, che non è tristezza, non è dolore, non è niente -
torno sempre a desiderare dei capelli lunghissimi, mi dico che li farò crescere illudendomi che saranno belli come  quelli di tutte le altre ragazze - morbidi, lisci, vaporosi. Ma i miei non sono così, sono insignificanti, crespi, mi fanno schifo. Ecco perché, alla fine, ogni volta che s'allungano abbastanza mi passa la fantasia e corro a tagliarli. Ma poi, appunto, succede che mi sento così e rivoglio i miei capelli lunghi di tanto tempo fa, voglio l'inverno e voglio esser minuscola dentro un maglione di lana.

Prendetevi cura di me, che io non ne son capace.
Vi voglio bene.

venerdì 6 luglio 2012

Surfer e subacquei.

Avrei voluto rispondere a questo post. L'ho letto, e le parole da usare mi sono girate in testa per un bel po'. Ora, semplicemente, non ne ho più voglia. Mi bastano i commenti che ha lasciato Snotra ed il suo post a riguardo, che esprimono in gran parte anche il mio pensiero. Di certo non me la prendo per il fatto che tra i blog linkati compare il mio, anche perché chi l'ha scritto ha detto che i blog portati come esempio erano scelti a caso. Ma a prescindere da questo, mi sarei sentita chiamata in causa in ogni caso. Perché faccio parte di questa realtà, tanto nel mondo virtuale quanto in quello reale. Mi dà solo fastidio quando si fa di tutta l'erba un fascio, qualsiasi sia l'argomento o il contesto. A mio parere, una cosa sono le "pro-ana" - una definizione talmente ridicola e che mi fa tanta rabbia, che avrei preferito non comparisse mai sul mio blog - e ben altra cosa sono le tante ragazze che soffrono di disturbi alimentari, che consapevoli o meno hanno una malattia. 
Le cosiddette pro-ana a mio avviso sono delle ragazzine esaltate e fanatiche che non sanno nemmeno di cosa parlano. Non posso credere che esistano persone che davvero si dedicano alla venerazione di una malattia. Dichiararsi pro-ana sarebbe come dirsi pro-cancro o pro-aids: stupido e senza alcun senso.
Non credo di dovermi giustificare, non ho aperto un blog per indurre qualcuno a seguire il mio esempio, né per dire al mondo quanto fosse figo non mangiare, andare in giro a rischio svenimento o riuscire a dimagrire. No. Volevo solo uno spazio mio dove poter trovare persone che mi capissero. Non ho bisogno di essere incoraggiata o di sentirmi dire quanto sono brava se scrivo di aver perso un chilo. Quel che conta è ben altro, lo so io come penso lo sappiate tutte voi, e quel che cercavo l'ho trovato nelle persone che hanno saputo leggere i pezzi della mia storia che ho, pian piano e devo ammettere con fatica, iniziato a lasciare qui.
Chi ha avuto la pazienza di leggere sa bene che non mi sono svegliata dall'oggi al domani pensando che sarebbe stato davvero fantastico pesare 38kg o avere l'amenorrea.


La mia prof di italiano una volta citò una riflessione fatta da non ricordo chi - diceva che un tempo c'erano più subacquei: persone che andavano a fondo nelle cose; mentre oggi la nostra società è composta per lo più da surfer - cavalcano la cresta dell'onda, ma restano sempre in superficie.


M'è rimasto impresso, perché l'ho sempre trovato un paragone perfetto.
E sono perfettamente d'accordo. D'altronde, a quel modo è tutto più facile.


Ultima cosa: ci si taccia di essere persone tristi, infelici, chiuse nella nostra tristezza e ben determinate a non far nulla per uscirne. - e ad essere onesta resto più io sconcertata a leggere cose del genere...- bene. Io non sono affatto sola. Ho una famiglia, per quanto incasinata e problematica possa essere. E non intendo solo genitori e fratelli/sorelle, ma anche dei nonni che adoro, zii e cugini con cui per lo più mi sento a mio agio. Specie quelli che sono lontani e che purtroppo posso vedere poco. Ho una migliore amica di cui ho parlato spesso, che per me è tutto così come io per lei; il nostro rapporto dimostra e va oltre il significato stesso di amicizia. Ho un ragazzo, che pur essendo lontano anche lui ha saputo dimostrarmi che mi ama davvero e quando riusciamo a passare del tempo insieme mi sento a casa.


Ho dei sogni. Ho degli obiettivi. Ho mille interessi, tutto ciò che è cultura e sapere m'interessa e m'incuriosisce, a parte la matematica. Leggo di tutto, spazio tra i più improbabili generi musicali, prediligo i film malinconici e di un certo spessore ma poi mi vedo anche le più sceme commedie romantiche per far compagnia a mia madre.


Sorrido sempre - o almeno ci provo. Cerco di fare il possibile per essere d'aiuto ogni qualvolta qualcuno ne ha bisogno. Forse non sempre riesco, però giuro che ci provo.


Quel che voglio dire è: non si può ridurre tutta la propria intera personalità in una pagina persa nel web. Chi leggerà quanto scrivo qui forse m'immaginerà come una ragazza triste, infelice, depressa incapace di godersi qualsiasi cosa, incapace di apprezzare la vita e quindi di vivere. Beh, non è così. Il fatto è che la positività, l'energia, la determinazione, i sorrisi... io devo mostrarli ogni giorno, a chiunque m'incontra, a chiunque mi rivolge la parola. Pensate che quest'anno una ragazza che ho conosciuto all'università mi disse che invidiava il mio essere così estroversa, così coinvolgente, così sicura di me che mi portavano a fare amicizia così facilmente con tutti; a momenti sputai la coca cola che stavo bevendo. Le dissi che le apparenze spesso ingannano.
Tutti abbiamo bisogno di sfogarci. Dopo un'adolescenza passata a farlo solo con la carta dei quaderni, inizi a stancarti e ad avere bisogno di raccontarti a qualcuno di reale. Forse ci provi, forse trovi qualcuno con cui farlo. A quel qualcuno puoi parlare ogni volta che vuoi, ma quel qualcuno ha anche i suoi di problemi e tu non vuoi stancare. Quel qualcuno non sa più cosa dirti, forse nemmeno capisce più di cos'hai bisogno e ai tuoi poemi inizia a rispondere con un semplice "mi dispiace".


E' semplicemente questo il motivo di questo blog. Cercavo comprensione, e l'ho trovata.


Chiudo qui l'argomento.
Per il resto, siamo dovuti tornare in fretta e furia a casa perché mio fratello - da circa due anni in depressione - ha avuto una crisi pazzesca. Non entro nei dettagli, non mi va di parlarne, fatto sta che ho passato dei giorni che non augurerei nemmeno al peggiore dei miei amici, ho avuto paura. Ora che è tornato ai suoi spazi, alle sue abitudini sta già "meglio". Ed io, mia madre e mia sorella torneremo in Svezia appena possibile.
Che spero veramente sia presto perché io ho bisogno di stare là, che è la mia vera casa, dove ho quella parte della famiglia che più di ogni altra cosa o persona mi fa sentire in famiglia. Non potete capire il malessere, il nervoso, l'angoscia che mi prende appena atterro in Italia. Ormai ho deciso, io mi laureo e vado a vivere là. Il mio ragazzo per ora dice di volermi seguire, che anche lui vuole andarsene da qua... Lo spero, sarei felice se ce ne andassimo da qua, ma non vorrei nemmeno si sentisse obbligato. Chiamatemi egoista, io però non resisto a stare qua. Mi sembrerebbe una cosa totalmente senza senso - sapere qual è il proprio posto nel mondo, avere tutte le possibilità ed i motivi per andarci e non farlo.
Vorrei mandare avanti veloce questi - spero - pochi giorni e ripartire subito.


Nel frattempo, anche se non ho commentato vi ho lette tutte, come sempre :)
Un po' confusa, perduta e spaesata
vi mando un abbraccio fortissimo.