Vorrei essere un libro in questo momento.
Starmene in attesa su uno scaffale, o un tavolino da salotto proprio di fronte ad un divano o una poltrona che è comoda già solo a guardarsi. Avere una copertina ed un titolo interessanti, cosicché qualcuno, passando di là, sarebbe spinto a prendermi, rigirarmi tra le proprie mani e aprirmi. Vorrei essere un libro diviso per episodi, di quelli che puoi leggere anche separatamente ma che solo nella loro successione trovano piena realizzazione. Vorrei che la persona che, per caso o per volontà, si ritrovasse a leggermi fosse un lettore attento. Di quelli che girano con cura le pagine, che dei libri amano prima di tutto l'odore, di quelli che non saltano prologhi e prefazioni - per quanto lunghi e tediosi possano essere, alle volte. Vorrei poi che fosse uno di quelli che sottolinea le frasi che lo colpiscono, che arricchisce i margini con proprie annotazioni e riflessioni, che pur rispettando la storia che ha in mano ci mette del suo e la rende propria.
Vorrei essere un libro, aperto, nella mani di una persona attenta.
Poco fa ho finito di vedere un film, uno di quelli drammatici che tanto piacciono a me.
La storia di una ragazza sveglia ed intelligente nata nel posto sbagliato, con due genitori incapaci di fare gli adulti, dediti alla droga e a tante altre schifezze da cui un bambino non dovrebbe mai essere circondato. Genitori che vengono da posti ancora più sbagliati, che a loro volta hanno visto cose che nessun bambino dovrebbe vedere. La classica storia in cui la bambina deve badare a se stessa da sola, finchè non è in grado di prendersi cura anche della propria mamma e del proprio papà. Una ragazza che nonostante tutto ama i propri genitori, dimentica il degrado a cui l'hanno costretta e ricorda solo i bei momenti che trova nella sua memoria. Di loro, solo il buono che le hanno dato. Per quanto poco, per quanto insufficiente. Una ragazza che scappa di casa perché nemmeno del nonno ci si può fidare, che torna ogni volta che vede la mamma - malata di aids - arrancare ubriaca verso la porta, con le mani che tremano, tentando invano di dominare il vomito. Che corre ad aiutarla, le fa il bagno, la mette a letto. Poi torna alla sua vita di strada, alla sua unica amica persa e sola come lei. Finché la mamma non muore e la vede seppellire in una cassa di legno, senza alcuna lapide, senza nessuna cerimonia. Una ragazza che non era mai andata a scuola, aveva solo letto per intero un Enciclopedia che una vicina le aveva trovato in mezzo alla spazzatura. Si presentava l'ultima settimana, svolgeva le prove e prendeva il massimo dei voti. Un'infanzia passata ad aspettare che la madre tornasse dall'ospedale con le braccia livide, da cui viene strappata dagli assistenti sociali perché nonostante i ripetuti richiami non frequenta regolarmente la scuola. E mentre la portano via, con le lacrime che le rigano le guance e senza ribellarsi, vede suo padre trovare come unica soluzione stringersi un laccio attorno al braccio. Una vita passata in attesa che qualcuno si prendesse cura di lei. Alla morte della madre si rende conto che questo non avverrà mai, che deve essere lei stessa a prendersi cura di sé. Allora, nonostante la paura, la stanchezza, la rabbia chiama a raccolta le sue forze e si spinge nella direzione giusta. Entra in una specie di scuola privata di altissimo livello, studia giorno e notte lavorando come lavapiatti per mantenersi. Fa più del necessario, più di quanto sarebbe dovuto, più di chiunque altro. Vince un concorso indetto dal New York Times e vince una borsa di studio che le permetterà di pagare la retta del college. Prende il diploma facendo tutti gli anni persi in due. Entra ad Harvard. Racconta la sua storia per liberarsi e vivere senza portarsela sempre addosso.
Vorrei far vedere a chiunque questo film - Homeless go to Harvard, o qualcosa di simile.
L'attrice, bravissima, che ha reso alla perfezione tutti i sentimenti che la storia comportava.
I suoi sguardi, i suoi occhi, che mi sembravano lo sguardo che ho dentro io.
Perché mi rivedevo tanto in lei? Perché in queste storie trovo il mio pezzo mancante?
A volte mi sento una ridicola versione di Marla Singer, Fight Club, la cui unica vera tragedia è che nella sua vita non c'era nessuna tragedia. Da quel che posso ricordare, chiudendo gli occhi non ho mai immaginato nulla di positivo. Le mie fantasticherie necessitavano di elementi tristi, malinconici, tragici.
E anche nella vita reale, nei momenti felici, non posso fare a meno di sentirmi triste.
Mi rivedevo nella protagonista di quella storia quasi la mia vita fosse stata uguale alla sua.
Quando invece, certo, ho avuto i miei momenti difficili ma mai cosí duri.
E mi sento uno schifo, davvero, a sentirmi uno schifo senza motivi cosí validi.
Vorrei far vedere a chiunque questo film perché penso sia d'ispirazione. Amo quando viene messa in primo piano l'importanza della mente, dello studio, dell'impegno, della cultura. Ho sempre voluto ottenere risultati importanti, ma mai con la consapevolezza e la determinazione di adesso. Voglio davvero, con tutta me stessa,
Avrei voluto piangere durante la visione del film - avrei voluto piangere durante l'intero corso della giornata e commuoversi per il film sarebbe stata un'ottima scusa - ma ero circondata da altre persone, il che mi ha impedito di lasciarmi andare. Credo che sia il cibo a controllare il mio umore e quand'è troppo finisco col sentirmi cosí - depressa, arrabbiata, nervosa, fallita. O forse preferirei che fosse cosí, perché tener conto di tutti quegli altri piccoli pezzi che potrebbero concorrere come motivi sarebbe troppo.
Cos'è, la mancanza di certezze?
La paura di non entrare a Psicologia?
Il rapporto con mio "padre" più a puttane che mai?
Oh, poi c'è la questione ragazzo, giusto. Messaggiamo - da qui è l'unica cosa che posso permettermi, telefonare costa troppo. Mi manca. Ma continuo a pormi domande su qualunque cosa provo. Del tipo se a mancarmi è effettivamente lui o se semplicemente ho bisogno di qualcuno accanto. Non gli dico niente di carino da quando è successo quel che è successo. Nemmeno un semplice ti voglio bene. Mi veniva da gettarmi tra le sue braccia quasi appena dopo essermi sfogata di tutto quel che avevo dentro, e mi sono imposta di non farlo perché non può pensare che è tutto cosí semplice. Perché è andata cosí anche l'altra volta, e in breve tempo ci siamo trovati punto e a capo. Volevo che stavolta capisse. Che dicevo sul serio, che per me non è facile. Ma passato quel primo momento, quell'istinto di gettarsi tutto alle spalle e convincersi che va tutto bene, la dolcezza m'è sparita completamente. Ora, semplicemente, non ci riesco. Lui lo sa e dice che non è un problema. Io, però, mi chiedo se forse in realtà me lo sto ancora imponendo da sola, se forse - inconsciamente - ho tirato il freno troppo forte perché avevo paura. Probabile. Quando mi sento ferita, o delusa - e per più di una volta - mi chiudo a riccio e tiro fuori gli aculei. Come forse fanno un po' tutti. E non lo so, non so davvero, quanto ci vorrà prima che io mi ammorbidisca di nuovo. E se nel frattempo non faccio che creare altri muri e altre distanze tra noi?
Mi dico e mi ripeto che ho già fatto tanto a restare, che farmi sentire di nuovo a casa e al sicuro adesso sta a lui, come gli ho messo ben chiaro fin da subito. Ma la verità è che, anche quando mi sforzo di fare la dura, io non riesco a dare colpe a nessuno se non a me stessa. Finendo per odiarmi oltre ogni misura.
Non lo so, forse la semplice verità è che lo amo veramente e non ho mai guardato in faccia - negli occhi - questa possibilità, pur avendolo creduto fin da subito. Voglio dire, un conto è lasciarsi prendere e coinvolgere da un sentimento, tutt'altro è rendersi conto di non poter fare a meno e non riuscire a lasciar andare una persona.
No, non è questo che voglio realmente dire - scusatemi.
Sono confusa, e incasinata e la realtà è che tutti possiamo imparare a fare a meno di chiunque. È difficile, fa male, ci si sente soli, stanchi, arrabbiati, ci si fa del male - ma si sopravvive. Ho dovuto far a meno di molte persone fino ad ora e sono sempre sopravvisuta. Dev'essere stato questo, però, ad indurirmi.
E continuo a dispiacermi, perché vorrei essere tanto diversa da quel che sono.
Odio le attese e per la maggior parte del tempo è l'unica cosa che posso fare.
Aspettare un mese per vederlo - sperando che tutto vada secondo i piani, cosa di cui non posso mai esser certa - e vedere come va. Aspettare settembre per fare quel test. Aspettare questi anni, per potermi costruire la vita che voglio.
Aspettare, aspettare, aspettare.
Starmene in attesa su uno scaffale, o un tavolino da salotto proprio di fronte ad un divano o una poltrona che è comoda già solo a guardarsi. Avere una copertina ed un titolo interessanti, cosicché qualcuno, passando di là, sarebbe spinto a prendermi, rigirarmi tra le proprie mani e aprirmi. Vorrei essere un libro diviso per episodi, di quelli che puoi leggere anche separatamente ma che solo nella loro successione trovano piena realizzazione. Vorrei che la persona che, per caso o per volontà, si ritrovasse a leggermi fosse un lettore attento. Di quelli che girano con cura le pagine, che dei libri amano prima di tutto l'odore, di quelli che non saltano prologhi e prefazioni - per quanto lunghi e tediosi possano essere, alle volte. Vorrei poi che fosse uno di quelli che sottolinea le frasi che lo colpiscono, che arricchisce i margini con proprie annotazioni e riflessioni, che pur rispettando la storia che ha in mano ci mette del suo e la rende propria.
Vorrei essere un libro, aperto, nella mani di una persona attenta.
Poco fa ho finito di vedere un film, uno di quelli drammatici che tanto piacciono a me.
La storia di una ragazza sveglia ed intelligente nata nel posto sbagliato, con due genitori incapaci di fare gli adulti, dediti alla droga e a tante altre schifezze da cui un bambino non dovrebbe mai essere circondato. Genitori che vengono da posti ancora più sbagliati, che a loro volta hanno visto cose che nessun bambino dovrebbe vedere. La classica storia in cui la bambina deve badare a se stessa da sola, finchè non è in grado di prendersi cura anche della propria mamma e del proprio papà. Una ragazza che nonostante tutto ama i propri genitori, dimentica il degrado a cui l'hanno costretta e ricorda solo i bei momenti che trova nella sua memoria. Di loro, solo il buono che le hanno dato. Per quanto poco, per quanto insufficiente. Una ragazza che scappa di casa perché nemmeno del nonno ci si può fidare, che torna ogni volta che vede la mamma - malata di aids - arrancare ubriaca verso la porta, con le mani che tremano, tentando invano di dominare il vomito. Che corre ad aiutarla, le fa il bagno, la mette a letto. Poi torna alla sua vita di strada, alla sua unica amica persa e sola come lei. Finché la mamma non muore e la vede seppellire in una cassa di legno, senza alcuna lapide, senza nessuna cerimonia. Una ragazza che non era mai andata a scuola, aveva solo letto per intero un Enciclopedia che una vicina le aveva trovato in mezzo alla spazzatura. Si presentava l'ultima settimana, svolgeva le prove e prendeva il massimo dei voti. Un'infanzia passata ad aspettare che la madre tornasse dall'ospedale con le braccia livide, da cui viene strappata dagli assistenti sociali perché nonostante i ripetuti richiami non frequenta regolarmente la scuola. E mentre la portano via, con le lacrime che le rigano le guance e senza ribellarsi, vede suo padre trovare come unica soluzione stringersi un laccio attorno al braccio. Una vita passata in attesa che qualcuno si prendesse cura di lei. Alla morte della madre si rende conto che questo non avverrà mai, che deve essere lei stessa a prendersi cura di sé. Allora, nonostante la paura, la stanchezza, la rabbia chiama a raccolta le sue forze e si spinge nella direzione giusta. Entra in una specie di scuola privata di altissimo livello, studia giorno e notte lavorando come lavapiatti per mantenersi. Fa più del necessario, più di quanto sarebbe dovuto, più di chiunque altro. Vince un concorso indetto dal New York Times e vince una borsa di studio che le permetterà di pagare la retta del college. Prende il diploma facendo tutti gli anni persi in due. Entra ad Harvard. Racconta la sua storia per liberarsi e vivere senza portarsela sempre addosso.
Vorrei far vedere a chiunque questo film - Homeless go to Harvard, o qualcosa di simile.
L'attrice, bravissima, che ha reso alla perfezione tutti i sentimenti che la storia comportava.
I suoi sguardi, i suoi occhi, che mi sembravano lo sguardo che ho dentro io.
Perché mi rivedevo tanto in lei? Perché in queste storie trovo il mio pezzo mancante?
A volte mi sento una ridicola versione di Marla Singer, Fight Club, la cui unica vera tragedia è che nella sua vita non c'era nessuna tragedia. Da quel che posso ricordare, chiudendo gli occhi non ho mai immaginato nulla di positivo. Le mie fantasticherie necessitavano di elementi tristi, malinconici, tragici.
E anche nella vita reale, nei momenti felici, non posso fare a meno di sentirmi triste.
Mi rivedevo nella protagonista di quella storia quasi la mia vita fosse stata uguale alla sua.
Quando invece, certo, ho avuto i miei momenti difficili ma mai cosí duri.
E mi sento uno schifo, davvero, a sentirmi uno schifo senza motivi cosí validi.
Vorrei far vedere a chiunque questo film perché penso sia d'ispirazione. Amo quando viene messa in primo piano l'importanza della mente, dello studio, dell'impegno, della cultura. Ho sempre voluto ottenere risultati importanti, ma mai con la consapevolezza e la determinazione di adesso. Voglio davvero, con tutta me stessa,
Avrei voluto piangere durante la visione del film - avrei voluto piangere durante l'intero corso della giornata e commuoversi per il film sarebbe stata un'ottima scusa - ma ero circondata da altre persone, il che mi ha impedito di lasciarmi andare. Credo che sia il cibo a controllare il mio umore e quand'è troppo finisco col sentirmi cosí - depressa, arrabbiata, nervosa, fallita. O forse preferirei che fosse cosí, perché tener conto di tutti quegli altri piccoli pezzi che potrebbero concorrere come motivi sarebbe troppo.
Cos'è, la mancanza di certezze?
La paura di non entrare a Psicologia?
Il rapporto con mio "padre" più a puttane che mai?
Oh, poi c'è la questione ragazzo, giusto. Messaggiamo - da qui è l'unica cosa che posso permettermi, telefonare costa troppo. Mi manca. Ma continuo a pormi domande su qualunque cosa provo. Del tipo se a mancarmi è effettivamente lui o se semplicemente ho bisogno di qualcuno accanto. Non gli dico niente di carino da quando è successo quel che è successo. Nemmeno un semplice ti voglio bene. Mi veniva da gettarmi tra le sue braccia quasi appena dopo essermi sfogata di tutto quel che avevo dentro, e mi sono imposta di non farlo perché non può pensare che è tutto cosí semplice. Perché è andata cosí anche l'altra volta, e in breve tempo ci siamo trovati punto e a capo. Volevo che stavolta capisse. Che dicevo sul serio, che per me non è facile. Ma passato quel primo momento, quell'istinto di gettarsi tutto alle spalle e convincersi che va tutto bene, la dolcezza m'è sparita completamente. Ora, semplicemente, non ci riesco. Lui lo sa e dice che non è un problema. Io, però, mi chiedo se forse in realtà me lo sto ancora imponendo da sola, se forse - inconsciamente - ho tirato il freno troppo forte perché avevo paura. Probabile. Quando mi sento ferita, o delusa - e per più di una volta - mi chiudo a riccio e tiro fuori gli aculei. Come forse fanno un po' tutti. E non lo so, non so davvero, quanto ci vorrà prima che io mi ammorbidisca di nuovo. E se nel frattempo non faccio che creare altri muri e altre distanze tra noi?
Mi dico e mi ripeto che ho già fatto tanto a restare, che farmi sentire di nuovo a casa e al sicuro adesso sta a lui, come gli ho messo ben chiaro fin da subito. Ma la verità è che, anche quando mi sforzo di fare la dura, io non riesco a dare colpe a nessuno se non a me stessa. Finendo per odiarmi oltre ogni misura.
Non lo so, forse la semplice verità è che lo amo veramente e non ho mai guardato in faccia - negli occhi - questa possibilità, pur avendolo creduto fin da subito. Voglio dire, un conto è lasciarsi prendere e coinvolgere da un sentimento, tutt'altro è rendersi conto di non poter fare a meno e non riuscire a lasciar andare una persona.
No, non è questo che voglio realmente dire - scusatemi.
Sono confusa, e incasinata e la realtà è che tutti possiamo imparare a fare a meno di chiunque. È difficile, fa male, ci si sente soli, stanchi, arrabbiati, ci si fa del male - ma si sopravvive. Ho dovuto far a meno di molte persone fino ad ora e sono sempre sopravvisuta. Dev'essere stato questo, però, ad indurirmi.
E continuo a dispiacermi, perché vorrei essere tanto diversa da quel che sono.
Odio le attese e per la maggior parte del tempo è l'unica cosa che posso fare.
Aspettare un mese per vederlo - sperando che tutto vada secondo i piani, cosa di cui non posso mai esser certa - e vedere come va. Aspettare settembre per fare quel test. Aspettare questi anni, per potermi costruire la vita che voglio.
Aspettare, aspettare, aspettare.
Il film sicuramente lo vedrò, perché mi ha incuriosita e lo voglio vedere!
RispondiEliminaPer il resto tesoro, secondo me devi aspettare che le cose passino.. Prova ad ammorbidirti con lui e sappi che le colpe non sono tue o almeno non tutte. Tutti facciamo piccoli errori nelle relazioni con gli altri, nessuno escluso. Quindi è inutile che ti colpevolizzi totalmente perché questo fa del male solo a te. Tu gli hai detto quello che pensavi, hai fatto quello che potevi fare e sei stata sincera. Ora spetta a lui. Non necessariamente devi essere fredda con lui, perché nel momento in cui lui non ti farà sentire come vuoi che lui ti faccia sentire non avrai di certo bisogno di scuse per mettere fine a questa storia e se diventi un po' più dolce con lui non significa che tutto è passato. E lui non deve credere, vedendoti più dolce, che avevo solo bisogno di sfogarti, perché tu tutte quelle cose che gli hai detto le pensavi davvero, e hai fatto bene a dirglielo, credimi. Il fatto che nonostante tutto lui sia ancora qua significa però che lui ti ama davvero e che in questo caso devi essere anche tu a chiarirti un minimo le idee. Sai certe volte siamo noi che abbiamo un pensiero e non riusciamo a fingere, così non ci rendiamo conto di quello che gli altri fanno per noi ed, essendo arrabbiati, diamo poco valore alle cose. Non sto dicendo che è il caso tuo, lo dico perché spesso è successo a me.
In ogni caso piccola, non ti preoccupare per i test, c'è ancora tutto agosto e metà luglio. Studia e ce la farai (e vale anche per me)
Ti abbraccio fortissimo e mi manchi
Snotra
..tante cose vorrei scriverti,ma non posso per delicatezza nei confronti della mia famiglia,belle queste storie,pero' ti rimane l'amarezza di chi,magari,vive quelle situazioni e se ne lascia distruggere.Sono favole o realta'?Non siamo fatte di acciaio,cadiamo,cadiamo,prendiamo calci e pugni,l'importante e' decidere il giorno per cambiare,almeno tentare.Spero di cuore che i tests vadano o andranno benissimo,non temere se cadi,troverai il modo di rialzarti e,magari,quando lo farai,vedrai un'altra opportunita'.Siamo positive,altrimenti si vive solo angoscia e panico !!!Abbracci !
RispondiElimina