giovedì 25 aprile 2013

La forza dell'abitudine.

Fatico sempre di più a capire cosa scrivere qui.
O forse sarebbe più corretto dire che faccio fatica a scrivere e basta, poco importa dove. La mia agenda è infatti rimasta chiusa da non ricordo più quando, l'ultima data in alto a destra risalirà come minimo ad un mese fa. Lo stato di confusione di cui ho parlato negli ultimi post permane e persiste, irriducibile, col risultato che ogni tentativo di guardarmi dentro comporta paranoie e scompensi – più del solito, intendo. Credo di aver scoperto e sperimentato nuovi modi di affrontare l'esistenza, credo di aver trovato qualcosa di simile all'equilibrio, credo di essermi raccontata un sacco di balle per un sacco di tempo su un sacco di cose; credo che sia proprio tempo di crescere, imparare a prendere in mano le situazioni senza tante paure, di prepararsi ad affrontare responsabilità ben più pesanti di quelle che tutto sommato mi è sembrato di avere finora. Se mi guardo indietro stento a riconoscermi. E attualmente non so con che occhi mi guardo. Non so dire se quel qualcosa l'ho perso o l'ho guadagnato. C'è una cartella sul computer che contiene tutti i miei lavori: c'è una raccolta di racconti brevi, in teoria completa; ci sono una serie di cose scritte senza pretese, su spinta dell'ispirazione del momento; ci sono due aspiranti romanzi, entrambi fermi ai primi capitoli – da anni. Sono storie nate ai pendii del male, ed è quella l'unica fonte da cui potrei attingere per portarli avanti, cosa che vorrei veramente fare perché senza presunzione alcuna so che hanno un potenziale. Ma è come se non sapessi più tornare là. Come se non riuscissi più a buttarmi dal dirupo di me stessa. E' una sorta di compromesso, di condizione da pagare; tutto o niente – o soffri e (forse) ci guadagni qualcosa, o resti nella tua presunta serenità beota e rinunci a ciò che avresti potuto vedere. Privilegi e sortilegi di una penna avvelenata. Lasciamo stare.

Peso 50 kg. Ancora. Non mi accadeva da anni e da quando il cinque è tornato sembra voler restare. Ma lo manderò via, giuro. Ho incominciato un paio di diete di recente, due volte: per colpa mia o per fattori esterni ho fallito miseramente. Pensavo di voler dimagrire per domenica scorsa, perché dovevo indossare un abito nuovo, delizioso, bianco e fresco di primavera; pensavo di voler dimagrire per domani, che devo partire per qualche giorno. Erano ovviamente scuse, motivi qualunque tanto per stimolare la mia determinazione – al momento troppo debole, deduco. Che poi alle volte mi rendo conto di come potrebbe non fregarmene nulla. Di come ormai sono arrivata a quel punto in cui, dopo tanti anni di circoli viziosi e sali e scendi e privazioni, qualsiasi motivo ho potuto trovare in passato per decidere di ridurmi all'osso è ormai consumato come la suola di un paio di scarpe indossate quotidianamente per troppo tempo. Di motivi convincenti, non ne ho più. L'immagine? Non ha mai costituito più dell'1% dei possibili motivi. Essere a mio agio con me stessa? So bene che non è pesare meno che mi consente di esserlo. Piacere agli altri? Me ne fregava forse quando avevo 14 anni, certo non adesso. Mostrare agli altri quanto sto male? No, assolutamente – salvo momenti in cui mi sento molto abbattuta o sola, e penso di voler ricorrere a questo per far capire qualcosa a qualcuno, sono consapevole di quanto sia stupido, di come non si ottenga assolutamente nulla e di come occhi esterni penserebbero solo che sono molto in forma, e se passo il segno e mangio veramente troppo poco dipende dallo stress e nient'altro. La cecità di chi non vuol vedere è stupefacente. Insomma, quel che voglio dire è che ormai sono consapevole di tutto e non ho più illusioni che mi facciano credere che smettere di mangiare e dimagrire serva a qualcosa, qualsiasi cosa.

Però. C'è comunque un però che non mi abbandona.
E non è un “però” con un motivo dietro, è un però d'abitudine.
Un però che è lì a sussurrarmi che se non ho motivi specifici per farlo, non ne ho neanche per non farlo. Perché non apparire meglio? Perché non far sì che i vestiti mi cadano addosso come piace a me? Perché non provare la soddisfazione dei numeri che scendono, di entrare nelle taglie più piccole? Perché non essere quella personcina aggraziata e delicata che ho sempre sognato di essere? Perché non rendersi leggere e facili da sollevare, perché – se ne sono stata capace tante volte – non permettermi di sorridere ancora sotto il sole estivo con addosso abiti floreali e dentro lo stomaco chiuso? L'estate scorsa mi bussa nei ricordi e chiede insistentemente una replica – tutto andava male, ma pesavo così poco, e questo era molto piacevole.

Sono come divisa in due, ma la realtà è che la parte di me che dice che tanto presto o tardi tornerò quella che ero è più forte, e dorme tranquilla sapendo che il momento in cui avrà il controllo è vicino. Negli ultimi tempi ho pensato che non ne sarei più stata in grado; che non avevo più la forza o la volontà necessaria; che ormai ero passiva e avrei continuato a mangiare come capitava evitando di pensare per non soffrirne. Mi stavo quasi rassegnando all'idea di restare in un corpo normale.
Ma nonostante questo, per tutto il tempo, ho conservato nell'armadio quel paio di cose nuove, ancora col cartellino attaccato, pensando che le avrei indossate la prima volta solo quando sarei stata più magra. E continuo a pensare a quando, dopo l'estate scorsa, il mio ragazzo mi disse che mi aveva trovata più in forma del solito; ero sottopeso di un paio di chili, gli confessai con un filo d'amarezza. Lui mostrò quel po' di preoccupazione che sembra necessaria, ribadendo però che gli ero sembrata in gran forma. E' da idiota pensare che gli importi quanto peso, so bene che il piacergli anche fisicamente non dipende da quello; però, per quando tornerà, vorrei comunque essere come allora.

Scusate il post inutile e di pessimo esempio.

venerdì 19 aprile 2013

Dovute spiegazioni.

Il motivo per cui ho chiuso all'improvviso il blog è questo. Se cliccate vi si aprirà sullo schermo un'altra finestra, una finestra su un'altra vita, raccontata a piccole dosi da una ragazza come tante, una come noi. Una con la sua storia di abbuffate e digiuni e cicatrici sulle braccia. Niente di nuovo, no? Peccato che quella ragazza per me non è affatto “una come tante”: è la mia migliore amica. Sì, esatto, quella di cui ho sempre parlato qui, quella per cui ho fatto e farei di tutto, quella che senza è peggio che senza una gamba o un braccio. Bene, improvvisamente mi ha detto che stava pensando di aprire un blog e mi ha chiesto come si facesse, e a me è preso un colpo. Spero che non mi giudicherete male per questo, che non mi riterrete falsa, bugiarda, una che riesce a prendere in giro persino chi dice di amare tanto. E' obiettivamente ingiusto che io le tenga nascosto quanto scrivo qui, mentre lei non solo mi dice tutto quotidianamente ma non ha esitato a condividere con me anche quanto voleva scrivere qui; provo a spiegare cos'è che mi porta a comportarmi così. Ho aperto questo blog in uno dei tanti “momenti no”. Avevo bisogno di sfogarmi e farlo in un modo che desse riscontri, che mi facesse sentire ascoltata e capita: la carta non era più sufficiente e con le persone a me vicine, per un motivo o per un altro, non riuscivo ad aprirmi. Così sono arrivata qui, ho trovato voi, e da allora mi sono sentita bene anche nei momenti peggiori perché oltre ogni mio blocco mentale e comportamentale potevo aprire questo spazio e liberarmi di tutto ciò che mi opprimeva. Scrivere mi riesce molto meglio che parlare, l'ho detto tante volte, e questo blog mi ha dato l'opportunità di sfogarmi scrivendo ed essere al contempo "ascoltata" da qualcuno. Credo sia tra i  motivi principali per cui tutte noi siamo qui, quello di sentirci al sicuro come se fossimo da sole davanti al nostro diario segreto, però poi troviamo anche incoraggiamenti, parole di conforto, consigli – accettazione e comprensione. Al di là di questo, sono una persona che ha sempre bisogno di un punto di fuga dalla realtà, anche dal punto di vista delle relazioni. Lo sappiamo tutti, avere un rapporto con chicchessia, anche la persona che più ti ama e meglio ti conosce al mondo, ti porta ad essere quel che quella persona vede; e su 360° ce ne saranno sempre un paio che sfuggiranno. Per questo mi capita di intraprendere amicizie virtuali che mollo nel giro di un paio di settimane, solo per concedermi di essere quei due gradi che quotidianamente non sono. Stessa cosa, ma a livello molto più ampio, per quanto riguarda questo blog. Io qui condivido emozioni e pensieri e ragionamenti che non mi escono fuori da nessun altra parte. E ci sono periodi in cui mi risulta necessario, fondamentale.
Ora, se io le svelassi soltanto adesso l'esistenza di questo blog – o più che altro, se iniziasse a leggerlo adesso – ho paura che ci resterebbe male. Non tanto per il fatto che gliel'ho tenuto nascosto in sé, quanto perché leggendo scoprirebbe di tutti i momenti no o pensieri o situazioni di cui non le ho parlato. Ci resterebbe male per un'infinità di motivi: perché avrebbe la sensazione che non ho condiviso niente di importante con lei, che non le ho lasciato rivestire a pieno quel ruolo di “migliore amica”, che non l'ho cercata quando avevo bisogno di qualcuno. Ma io non l'ho fatto per cattiveria, giuro. I motivi sono semplicemente due: perché tengo più a lei che a me stessa e ci sono stati periodi in cui non volevo addossarle anche i miei di problemi, o semplicemente perché non riuscivo a confidarmi con nessuno. Quindi, se anche adesso che anche lei è qui potrei desiderare dirglielo, non me la sento di farlo, perché è già un momento difficile sotto tanti aspetti e non voglio assolutamente rischiare che nascano incomprensioni per cose che è meglio lasciare come stanno; in secondo luogo, perché tutta la relativa libertà che mi ha dato sapere di potermi sfogare qui verrebbe intaccata e ridotta. Per logiche conseguenze. Mettiamo che lei mi dice di sentirsi molto giù, io la invito ad uscire e per tutto il pomeriggio faccio l'idiota su di giri per tirarle su il morale e se per caso mi chiede come sto le rispondo "bene"; poi torno a casa e la sera scrivo qui un papirone su quanto mi sento una merda, e lei dopo lo legge. Come andrebbe poi? Mi chiederebbe perché non le ho detto niente, forse si sentirebbe in colpa per non averlo capito, e a quel punto forse inizierei a scrivere cose finte per evitare tutto questo.
E' una questione complicata, potrebbe aver senso solo per me, può darsi che sono una merda e basta ed è inutile che cerco di giustificarmi. Il punto è solo questo: non volevo che trovasse me in questo spazio. Ho bisogno di scrivere qui e non voglio che qualcuno che mi conosce davvero legga, perché a quel punto non scriverei più quel che sento veramente. Perché quel che voglio condividere con chi conosco realmente è altro. Perché non voglio addossare a loro i miei problemi. Ho sempre cercato di essere un sostegno e benché spesso mi è pesato essere quella che ascolta e non quella che viene ascoltata, preferisco così perché sono più brava ad ascoltare che non a confidarmi. E' difficile ed è sbagliato, ma ho trovato una specie di equilibrio. E ho bisogno che resti così.
Però ve lo chiedo con tutto il cuore, come favore personale quasi: andate a leggerla. Fatele compagnia, commentatela, datele il sostegno di cui ha bisogno. Sta passando un momento bruttissimo e sentire il vostro affetto sia pur virtualmente, sono sicura che un po' la aiuterebbe. Si sta anche già facendo le pare che quel che scrive non è interessante e che non importa a nessuno. Dimostratele il contrario. Anche perché scrive molto bene e se inizierete a conoscerla di più non potrete non amarla, credetemi. 
Però non ditele niente di me, di questo blog, vi prego. Mi fido di voi, tanto che ho confessato tutto questo. Già che ci sono, quella certa Nice sono io. Può darsi che vi abbia commentate anche con quell'account. E' il nick con cui gestisco il mio blog pubblico: Aneurysm, dove scrivo principalmente di libri ma anche pensieri a caso, quando sono ispirata. Se ci passate mi fa piacere, solo niente riferimenti a "Julien". Quello davvero lo leggono persone che mi conoscono, compreso il mio ragazzo.
Bene, non ho molto da aggiungere al momento.
Ero al secondo giorno di dieta e stava andando tutto per il meglio, ma oggi è il compleanno di mia sorella, pranzo, buffet, dolci... Il mio umore cola a picco ad ogni schifezza che ingurgito. 
Stasera finirà molto male, lo so. 

Vi abbraccio

mercoledì 17 aprile 2013

Beautiful blogger award

Ciao a tutte! Finalmente credo di aver sistemato la faccenda del blog privato, vi ho aggiunte e ho provveduto a cancellare i commenti contenenti l'email di chi me l'ha chiesto; attendo di ricevere sulla mia email gli indirizzi delle ragazze che preferivano non scriverla pubblicamente, e poi finalmente è fatta. Nel frattempo, c'è questo premio che ormai penso conosciate tutte, e che mi è stato passato da ben tre persone: priccina.Bee. e caffè amaro

Regole:
1 - Copiare il premio in un post


2 - Ringraziare la persona che ti ha nominato
Ringrazio tantissimo tutte e tre, è veramente bello sapere che quanto scrivo arriva a qualcuno. Mi scuso con priccina per averlo "ritirato" solo ora, sei stata la prima a passarmelo ed è passato un po' di tempo, meglio tardi che mai! Grazie a .Bee. e grazie a caffè amaro non solo per il premio ma soprattutto per le belle parole che hai speso per me ancora una volta.

3 - Raccontare 7 cose di te
1. Sono un po' una fanatica del linguaggio corretto. Adoro le persone che parlano bene, m'incantano e finisce che m'interesso a quanto dicono anche se l'argomento in sé non mi attrae più di tanto. Ogni lingua ha un suono, una melodia e chi sa usarla bene è un musicista. Leopardi scrisse che una lingua è la storia di un popolo e di tutti quelli che la parlarono; credo sia vero. Ho avuto l'onore d'incontrare Camilleri, e mentre parlava mi sembrava dipingesse immagini con la voce. Spero tanto di riuscire a fare lo stesso, un giorno, perché una cosa che mi accompagna da sempre è un'incongruenza tra come scrivo e come parlo: i professori del liceo dicevano sempre che se avessi imparato ad esprimermi a voce allo stesso livello che raggiungevo sulla carta, sarei stata perfetta. Purtroppo parlando sono molto meno sciolta ed esce sempre fuori la metà di quanto potrei dare, sia quando si tratta di esposizioni "scolastiche", sia nel parlare con gli altri di cose serie. 

2. Mi sono sempre sentita diversa dai miei coetanei e fino ad un paio di anni fa le provavo tutte per integrarmi e sentirmi il più possibile parte del gruppo almeno con le poche persone che mi sentivo di frequentare. L'esempio più antico al riguardo risale a quand'ero veramente piccola, andavo ancora all'asilo: i miei mi hanno raccontato che quando iniziai a parlare, pronunciavo ogni parola nuova che imparavo correttamente, senza storpiarle com'è tipico dei bambini; e quando giocavo con loro e sentivo che dicevano in modo diverso alcune parole, come pittoli invece di piccoli, ce la mettevo tutta per parlare come loro, ma non riuscivo proprio a sbagliarle. E' un aneddoto che mi ha sempre divertita.

3. Mia madre è svedese ed anch'io sono nata in Svezia. Parlo correntemente lo svedese ma zoppico nello scritto e faccio un po' di fatica a leggerlo; immagino ci vorrebbe solo più pratica per colmare queste lacune, e spero di avere il tempo di farlo un giorno. Torniamo almeno una volta l'anno a trovare tutti i parenti, ed io è lì che mi sono sempre sentita a casa. Ho sempre detto che da grande sarei andata a viverci. Penso proprio che prima o poi succederà.

4. Ho tre tatuaggi: una J incrociata ad una chiave di basso sul dorso della mano destra – chiunque si ritrovi a parlare con me per la prima volta non resiste e mi chiede cosa sia, perché a primo impatto non è semplice da decifrare. Be', l'ho fatto nel corso del primo anno col mio ragazzo, la J è la sua iniziale, che s'incrociava bene con la chiave di basso che comunque desideravo per rappresentare il legame che ho con la musica; ho avuto quest'idea di unirli anche perché quand'è arrivato nella mia vita lui è stato musica e proprio grazie ad essa abbiamo cominciato a conoscerci. Le persone restano sgomente quando scoprono che è la sua iniziale, pensano sempre che sia un errore perché se poi ci lasciamo quel tatuaggio me lo dovrò tenere. Io la trovo un obiezione molto stupida, innanzi tutto perché non è un fatto dovuto che la nostra storia finisca, ma soprattutto perché io l'ho fatto non per marchiarmi sulla pelle il nostro amore, ma quanto sia importante lui per me. Se un giorno dovessimo lasciarci, la fine della nostra storia non cancellerebbe il ruolo che lui ha avuto nella mia vita. E' stato importante (lo è ancora) e questo non verrebbe cambiato da un'eventuale "fine". I tatuaggi raccontano quel che siamo e le nostre storie, lui è una storia che merita di essere raccontata. L'altro è sull'avambraccio destro, una semplice scritta in stile calligrafia: nevermind. L'ho fatto in un momento no della mia vita. E' per l'omonimo album dei Nirvana, una delle mie band preferite con cui sono praticamente cresciuta; mi sono sempre sentita legata a Kurt Cobain e leggendo e conoscendo meglio la sua storia poi ho capito perché. Ma è anche perché la trovo una bellissima parola, una di quelle che esiste davvero solo nella lingua cui appartiene. Secondo me è intraducibile in italiano. Diremmo “non preoccuparti”, ma non è lo stesso. Forse è un'interpretazione mia... ci vedo dentro un po' d'amarezza, come un “qualunque cosa accada, va bene lo stesso”. E' un promemoria, è un modo di dirmi qualcosa che solo io so, è un modo di prendere le cose e vivere la vita. Il terzo e – per ora – ultimo è un piccolo segno dell'infinito sul lato dell'anulare sinistro. Ho letto da qualche parte, o mi è stato detto (non ricordo), che l'anulare sinistro sia l'unico dito direttamente collegato al cuore e che per questo è a quello che si porta la fede. Non so se sia vero, comunque l'idea mi piaceva. Evito di blaterare sul concetto d'infinito.

5. Ho la fobia degli aghi ma persino nelle mie fobie sono strana e assurda. Crescendo ho superato la paura di una semplice iniezione e se devo farne una non ho grandi problemi; ma non ho mai fatto analisi del sangue e penso non le farò mai finché non sarà strettamente necessario: mi fa non senso, qualcosa di molto di più il pensiero di farmi conficcare un ago nella vena del braccio. Fosse da una qualsiasi altra parte del corpo, potessero estrarmi il sangue da, che ne so, un dito, una coscia, una chiappa, pancia, spalla... andrebbe benissimo, ma da lì proprio non posso farcela. Collegato a questo, mi fa ovviamente senso tutto ciò che ha a che fare coi piercing. Non so come quest'estate sono riuscita a farmi quello al naso, ma sia in quel momento sia ogni volta che ho dovuto medicarlo o cambiarlo ho rischiato di svenire. E nonostante questo non ho buchi alle orecchie. So che è follia pura, ma potrei farmi bucare l'altra narice, un labbro, ma i lobi delle orecchie proprio no. E non è per il dolore, è una fobia, credo. Persino quando mia sorella deve cambiarsi gli orecchini non riesco a stare nella stessa stanza, quando ho accompagnato qualcuno a farne sono dovuta andarmene fuori perché già mi si annebbiava la vista. E' qualcosa d'irrazionale su cui non posso fare niente. Mi prendono tutti in giro per 'ste cose e il mio ragazzo, che ha un orecchino, si diverte tantissimo a cambiarselo davanti a me o tormentarmi con finte tragedie tipo non trovare il buco e trafiggersi altri punti del lobo. Lo odio tantissimo quando fa così.

6. Ho un ossessione/passione per diverse cose. Libri in primis, una parete della mia stanza è tutta occupata da una libreria ormai piena; sistemarla mi fa sentire bene e lo faccio maniacalmente. Ogni tanto cambio metodo ma ci sono delle regole fisse, ad esempio i libri di uno stesso autore devono stare uno accanto all'altro, possibilmente in ordine cronologico di pubblicazione; classici con i classici, narrativa e poesia raggruppate insieme in un angolo a parte, saggistica e testi universitari in uno scaffale apposito. Al momento è ordinata anche per colori e case editrici. La follia, lo so, ma fa un bellissimo effetto anche a guardarla. Oh, e non metto mai a posto libri che non ho ancora letto. Quelli li spargo in ordine casuale sul comodino e dove c'è posto. Un'altra cosa con cui sono andata in fissa sono gli oggetti vintage. Ne ho alcuni in camera, un mappamondo e una scatola in particolare, che adoro. Mi piacerebbe moltissimo avere una macchina da scrivere, possibilmente una Underwood.

7. Sono in grado di appassionarmi a praticamente qualunque cosa. Tranne dove c'è troppa scienza e matematica, per il semplice motivo che non sono mai stata portata. Da un giorno all'altro potrei mettermi a studiare arte contemporanea e storia del giardinaggio con lo stesso interesse. Mi piace conoscere, mi piace imparare; può essere positivo, ma ha anche il risvolto negativo che chi "mille ne pensa, una ne fa".

4 - Nominare altri 7 blog e farglielo sapere con un commento
A dire la verità la maggior parte delle persone a cui l'avrei passato l'hanno già fatto e poi preferirei comunque dedicarlo a tutte; come scrivevo a caffè amaro lo trovo un bel premio questo, perché spinge a raccontare qualcosa di sé che magari altrimenti non sentiremmo motivo di scrivere. In questo modo ho scoperto aspetti nuovi di voi, ho scoperto cose che vi caratterizzano molto di più di numeri e diete e obiettivi e mi è piaciuto tanto leggere di qualche vostra stranezza, di come sorridete o qualche assurdità commessa in passato. Perciò, chiunque non abbia ancora partecipato e ha voglia di raccontarsi e condividere con tutte noi pezzi di sé, si senta libera di ricevere da me questo premio, ne sarei felicissima.

Un abbraccio!

lunedì 15 aprile 2013

Blog privato / email

Ora che vi ho considerevolmente annoiato con questa storia, direi che abbiamo quasi finito.
Stasera sono passata a lasciare un commento a tutte le lettrici fisse che hanno un blog per avvertirvi, e questo è il post di cui vi ho detto; lasciatemi nei commenti qui sotto l'indirizzo email con cui darvi l'accesso. Poi provvederò a chiudere ed aggiungervi e finalmente tornerò a scrivervi normalmente. Anche perché ho accumulato diverse cose da dirvi.

Un abbraccio, e grazie per la pazienza.

domenica 14 aprile 2013

S.O.S.

Ragazze scusatemi, avrei bisogno di una mano per privatizzare il blog. Qualcuna di voi sa bene come si fa? Non capisco qual è l'opzione giusta da selezionare... Vorrei dare automaticamente l'accesso a tutte le lettrici fisse, più qualche altra che me l'ha chiesto. Aggiungervi una ad una sarebbe un casino, anche perché non ho la mail di tutte... Finirei con l'escludere qualcuno e non vorrei. Vi prego aiutatemi XD

Giuro che appena sistemata questa faccenda ho cose più "interessanti" da scrivere. Della serie: post chilometrici in arrivo.

venerdì 12 aprile 2013

importante.

Per motivi che ora non è indispensabile stare a spiegare, per il momento mi sentirei meglio a rendere privato il blog. La cosa onestamente mi dispiace, perché mi piace l'idea che chiunque capiti qui per caso possa decidere di fermarsi e diventare per me una compagnia fissa, cosa che ovviamente accade molto di meno privatizzando. Tuttavia mi preme di più che quest'angolo e questo mondo resti soltanto mio, mi sentirei morire se venisse trovato da qualcuno che mi conosce e che potrebbe riconoscermi.
Darò ovviamente l'accesso a tutti i lettori fissi, ma se per caso c'è qualcun altro che mi legge pur senza commentare che vorrebbe continuare a leggermi, me lo dica così posso provvedere.
Apporterò la modifica nei prossimi giorni.

Scusatemi, per l'ennesima volta, se ci sono così poco. Ogni volta giuro che recupererò ma credetemi è così, perché quando non sono in contatto con voi mi manca qualcosa. Sono stata poco bene ultimamente, oltre che le solite cose anche dal punto di vista prettamente fisico: qualche malanno e qualche acciacco. Mi sto rimettendo, almeno spero. Grazie di tutto come sempre, statemi bene.

Un grandissimo abbraccio

domenica 7 aprile 2013

where there is desire there's gonna be a flame


Scrivevo ieri notte sulla mia agenda:


Ci sono momenti in cui sto talmente male che quasi inizio a preoccuparmi per me. Preoccuparmi per me nel modo in cui mi preoccupo per gli altri, tipo qualsiasi cosa posso fare per te non esitare a dirmela, tipo star male se non posso risolvere i problemi di quella persona e sentirmi impotente e disarmata.
Sta diventando un rito quotidiano quello di mettersi a letto e spremersi nel tentativo quasi disperato di piangere; ci sono già riuscita un paio di volte di recente, che per me è un vero record. Stasera solo qualche lacrima. Non è abbastanza. Mi sono sparata in cuffia le versioni strumentali di alcune canzoni dei Placebo. So bene perché le amo così tanto: perché sono tutto ciò che io non riesco ad esprimere. Hanno il sapore esatto del mio dolore. Il mio “dolore” che non è mai tristezza o sofferenza allo stato puro, lo è forse per pochi fugaci istanti, poi si confonde con una rabbia intima e strisciante che si confonde con una disillusa amarezza che io alla mia età – immagino – non dovrei provare.
Mi è salito in gola il desiderio che a volte torna ancora, quello di non aver mai lasciato la danza in un'altra vita – chi può dirlo, magari oggi non avrei fatto così schifo se avessi continuato, avrei una valvola di sfogo più concreta ed un qualcosa cui aggrapparmi. Mi sarei chiusa in camera con quelle canzoni al massimo volume, al buio, e avrei improvvisato. A volte nella mente i passi passano ancora.
Scrivere non è la stessa cosa.
Scrivere raramente è uno sfogo.
Il più delle volte è girare il dito nella piaga. Gettare sale sulla ferita. Scrivere non è buttare fuori: è guardare dentro. Guardare più lontano possibile, più a fondo possibile. Il che significa scavare, cercare, raschiare, rischiare.
E a me questo adesso fa paura. Come un po' tutto il resto.
Non so più muovermi. Non so più parlare. Non so più capire e farmi capire. Non so nemmeno se il muro sono io o gli altri. E' una partita a ping-pong in cui nessuno vince o perde mai. Eravamo stelle e ci siamo schiantate a terra perché troppo (de)cadenti oppure esplose bruciate dalla nostra stessa bellezza.
Sono stata per un po' con J. al telefono stasera. J. con alle spalle giornate di merda che finalmente ha avuto un sabato sera divertente e che gli sento il sorriso nella voce. Vorrei dirgli mi sento uno schifo, vorrei dirgli la mia migliore amica ha ricominciato a tagliarsi e mi ha appena detto l'ultima volta è stata mercoledì, vorrei dirgli che a fatica le ho detto di quanto mi sento sola e la risposta è stata sarà perché io non ci sono più..., vorrei dirgli un sacco di cose che invece fanno un nodo alla mia lingua, ché ho paura di parlare – non voglio rovinargli quel sorriso già fragile di suo, non voglio scoppiare a piangere mentre siamo al telefono, non voglio che intuisca le lacrime da un tremito nella voce. E gli regalo silenzi. Gli regalo qualche ti amo sussurrato e un non sai quanto ti vorrei qui adesso che benché mi risponda anche io sono sicura non lo sa davvero, perché non può immaginarlo. Non può immaginare che gli avrei chiesto di far l'amore, solo per sentirlo più vicino possibile e illudermi che posso essere compresa fino in fondo da qualcun altro ben oltre tutti i limiti che m'inchiodano adesso, e che dopo avrei pianto sulla sua pelle nuda.
Come la seconda volta.
Perché sarebbe stato troppo, in un senso o nell'altro.
Guardo i sogni degli altri e i miei mi sembrano così fragili al confronto. Paura, tutto finisce sotto questo nome comune di cosa, femminile, singolare. La paura è una donna sola. E' come se non riuscissi più a capire nulla, eppure appena mi azzardo a pensare mi ricordo perfettamente, all'istante, perché dicevo sempre che ero stanca di essere me. E mi ricordo di tutto, qualunque cosa. Non vorrei, ma non so come evitarlo.
Dietro c'è il passato, che mi pesa e mi stanca.
Davanti il futuro, che mi spaventa e mi angoscia.
Qui il presente, che mi destabilizza, in cui continuo a perdermi.
Voglio momenti fuori dal tempo.

Where there is desire there's gonna be a flame
Where there is a flame someone's bound to get burned
But just because it burns don't mean you're gonna die
You've got to get up and try try try

– Pink, Try