Fatico sempre di più a capire cosa scrivere qui.
O forse sarebbe più corretto dire che faccio fatica a scrivere e basta, poco importa dove. La mia agenda è infatti rimasta chiusa da non ricordo più quando, l'ultima data in alto a destra risalirà come minimo ad un mese fa. Lo stato di confusione di cui ho parlato negli ultimi post permane e persiste, irriducibile, col risultato che ogni tentativo di guardarmi dentro comporta paranoie e scompensi – più del solito, intendo. Credo di aver scoperto e sperimentato nuovi modi di affrontare l'esistenza, credo di aver trovato qualcosa di simile all'equilibrio, credo di essermi raccontata un sacco di balle per un sacco di tempo su un sacco di cose; credo che sia proprio tempo di crescere, imparare a prendere in mano le situazioni senza tante paure, di prepararsi ad affrontare responsabilità ben più pesanti di quelle che tutto sommato mi è sembrato di avere finora. Se mi guardo indietro stento a riconoscermi. E attualmente non so con che occhi mi guardo. Non so dire se quel qualcosa l'ho perso o l'ho guadagnato. C'è una cartella sul computer che contiene tutti i miei lavori: c'è una raccolta di racconti brevi, in teoria completa; ci sono una serie di cose scritte senza pretese, su spinta dell'ispirazione del momento; ci sono due aspiranti romanzi, entrambi fermi ai primi capitoli – da anni. Sono storie nate ai pendii del male, ed è quella l'unica fonte da cui potrei attingere per portarli avanti, cosa che vorrei veramente fare perché senza presunzione alcuna so che hanno un potenziale. Ma è come se non sapessi più tornare là. Come se non riuscissi più a buttarmi dal dirupo di me stessa. E' una sorta di compromesso, di condizione da pagare; tutto o niente – o soffri e (forse) ci guadagni qualcosa, o resti nella tua presunta serenità beota e rinunci a ciò che avresti potuto vedere. Privilegi e sortilegi di una penna avvelenata. Lasciamo stare.
Peso 50 kg. Ancora. Non mi accadeva da anni e da quando il cinque è tornato sembra voler restare. Ma lo manderò via, giuro. Ho incominciato un paio di diete di recente, due volte: per colpa mia o per fattori esterni ho fallito miseramente. Pensavo di voler dimagrire per domenica scorsa, perché dovevo indossare un abito nuovo, delizioso, bianco e fresco di primavera; pensavo di voler dimagrire per domani, che devo partire per qualche giorno. Erano ovviamente scuse, motivi qualunque tanto per stimolare la mia determinazione – al momento troppo debole, deduco. Che poi alle volte mi rendo conto di come potrebbe non fregarmene nulla. Di come ormai sono arrivata a quel punto in cui, dopo tanti anni di circoli viziosi e sali e scendi e privazioni, qualsiasi motivo ho potuto trovare in passato per decidere di ridurmi all'osso è ormai consumato come la suola di un paio di scarpe indossate quotidianamente per troppo tempo. Di motivi convincenti, non ne ho più. L'immagine? Non ha mai costituito più dell'1% dei possibili motivi. Essere a mio agio con me stessa? So bene che non è pesare meno che mi consente di esserlo. Piacere agli altri? Me ne fregava forse quando avevo 14 anni, certo non adesso. Mostrare agli altri quanto sto male? No, assolutamente – salvo momenti in cui mi sento molto abbattuta o sola, e penso di voler ricorrere a questo per far capire qualcosa a qualcuno, sono consapevole di quanto sia stupido, di come non si ottenga assolutamente nulla e di come occhi esterni penserebbero solo che sono molto in forma, e se passo il segno e mangio veramente troppo poco dipende dallo stress e nient'altro. La cecità di chi non vuol vedere è stupefacente. Insomma, quel che voglio dire è che ormai sono consapevole di tutto e non ho più illusioni che mi facciano credere che smettere di mangiare e dimagrire serva a qualcosa, qualsiasi cosa.
Però. C'è comunque un però che non mi abbandona.
E non è un “però” con un motivo dietro, è un però d'abitudine.
Un però che è lì a sussurrarmi che se non ho motivi specifici per farlo, non ne ho neanche per non farlo. Perché non apparire meglio? Perché non far sì che i vestiti mi cadano addosso come piace a me? Perché non provare la soddisfazione dei numeri che scendono, di entrare nelle taglie più piccole? Perché non essere quella personcina aggraziata e delicata che ho sempre sognato di essere? Perché non rendersi leggere e facili da sollevare, perché – se ne sono stata capace tante volte – non permettermi di sorridere ancora sotto il sole estivo con addosso abiti floreali e dentro lo stomaco chiuso? L'estate scorsa mi bussa nei ricordi e chiede insistentemente una replica – tutto andava male, ma pesavo così poco, e questo era molto piacevole.
Sono come divisa in due, ma la realtà è che la parte di me che dice che tanto presto o tardi tornerò quella che ero è più forte, e dorme tranquilla sapendo che il momento in cui avrà il controllo è vicino. Negli ultimi tempi ho pensato che non ne sarei più stata in grado; che non avevo più la forza o la volontà necessaria; che ormai ero passiva e avrei continuato a mangiare come capitava evitando di pensare per non soffrirne. Mi stavo quasi rassegnando all'idea di restare in un corpo normale.
Ma nonostante questo, per tutto il tempo, ho conservato nell'armadio quel paio di cose nuove, ancora col cartellino attaccato, pensando che le avrei indossate la prima volta solo quando sarei stata più magra. E continuo a pensare a quando, dopo l'estate scorsa, il mio ragazzo mi disse che mi aveva trovata più in forma del solito; ero sottopeso di un paio di chili, gli confessai con un filo d'amarezza. Lui mostrò quel po' di preoccupazione che sembra necessaria, ribadendo però che gli ero sembrata in gran forma. E' da idiota pensare che gli importi quanto peso, so bene che il piacergli anche fisicamente non dipende da quello; però, per quando tornerà, vorrei comunque essere come allora.
Scusate il post inutile e di pessimo esempio.
O forse sarebbe più corretto dire che faccio fatica a scrivere e basta, poco importa dove. La mia agenda è infatti rimasta chiusa da non ricordo più quando, l'ultima data in alto a destra risalirà come minimo ad un mese fa. Lo stato di confusione di cui ho parlato negli ultimi post permane e persiste, irriducibile, col risultato che ogni tentativo di guardarmi dentro comporta paranoie e scompensi – più del solito, intendo. Credo di aver scoperto e sperimentato nuovi modi di affrontare l'esistenza, credo di aver trovato qualcosa di simile all'equilibrio, credo di essermi raccontata un sacco di balle per un sacco di tempo su un sacco di cose; credo che sia proprio tempo di crescere, imparare a prendere in mano le situazioni senza tante paure, di prepararsi ad affrontare responsabilità ben più pesanti di quelle che tutto sommato mi è sembrato di avere finora. Se mi guardo indietro stento a riconoscermi. E attualmente non so con che occhi mi guardo. Non so dire se quel qualcosa l'ho perso o l'ho guadagnato. C'è una cartella sul computer che contiene tutti i miei lavori: c'è una raccolta di racconti brevi, in teoria completa; ci sono una serie di cose scritte senza pretese, su spinta dell'ispirazione del momento; ci sono due aspiranti romanzi, entrambi fermi ai primi capitoli – da anni. Sono storie nate ai pendii del male, ed è quella l'unica fonte da cui potrei attingere per portarli avanti, cosa che vorrei veramente fare perché senza presunzione alcuna so che hanno un potenziale. Ma è come se non sapessi più tornare là. Come se non riuscissi più a buttarmi dal dirupo di me stessa. E' una sorta di compromesso, di condizione da pagare; tutto o niente – o soffri e (forse) ci guadagni qualcosa, o resti nella tua presunta serenità beota e rinunci a ciò che avresti potuto vedere. Privilegi e sortilegi di una penna avvelenata. Lasciamo stare.
Peso 50 kg. Ancora. Non mi accadeva da anni e da quando il cinque è tornato sembra voler restare. Ma lo manderò via, giuro. Ho incominciato un paio di diete di recente, due volte: per colpa mia o per fattori esterni ho fallito miseramente. Pensavo di voler dimagrire per domenica scorsa, perché dovevo indossare un abito nuovo, delizioso, bianco e fresco di primavera; pensavo di voler dimagrire per domani, che devo partire per qualche giorno. Erano ovviamente scuse, motivi qualunque tanto per stimolare la mia determinazione – al momento troppo debole, deduco. Che poi alle volte mi rendo conto di come potrebbe non fregarmene nulla. Di come ormai sono arrivata a quel punto in cui, dopo tanti anni di circoli viziosi e sali e scendi e privazioni, qualsiasi motivo ho potuto trovare in passato per decidere di ridurmi all'osso è ormai consumato come la suola di un paio di scarpe indossate quotidianamente per troppo tempo. Di motivi convincenti, non ne ho più. L'immagine? Non ha mai costituito più dell'1% dei possibili motivi. Essere a mio agio con me stessa? So bene che non è pesare meno che mi consente di esserlo. Piacere agli altri? Me ne fregava forse quando avevo 14 anni, certo non adesso. Mostrare agli altri quanto sto male? No, assolutamente – salvo momenti in cui mi sento molto abbattuta o sola, e penso di voler ricorrere a questo per far capire qualcosa a qualcuno, sono consapevole di quanto sia stupido, di come non si ottenga assolutamente nulla e di come occhi esterni penserebbero solo che sono molto in forma, e se passo il segno e mangio veramente troppo poco dipende dallo stress e nient'altro. La cecità di chi non vuol vedere è stupefacente. Insomma, quel che voglio dire è che ormai sono consapevole di tutto e non ho più illusioni che mi facciano credere che smettere di mangiare e dimagrire serva a qualcosa, qualsiasi cosa.
Però. C'è comunque un però che non mi abbandona.
E non è un “però” con un motivo dietro, è un però d'abitudine.
Un però che è lì a sussurrarmi che se non ho motivi specifici per farlo, non ne ho neanche per non farlo. Perché non apparire meglio? Perché non far sì che i vestiti mi cadano addosso come piace a me? Perché non provare la soddisfazione dei numeri che scendono, di entrare nelle taglie più piccole? Perché non essere quella personcina aggraziata e delicata che ho sempre sognato di essere? Perché non rendersi leggere e facili da sollevare, perché – se ne sono stata capace tante volte – non permettermi di sorridere ancora sotto il sole estivo con addosso abiti floreali e dentro lo stomaco chiuso? L'estate scorsa mi bussa nei ricordi e chiede insistentemente una replica – tutto andava male, ma pesavo così poco, e questo era molto piacevole.
Sono come divisa in due, ma la realtà è che la parte di me che dice che tanto presto o tardi tornerò quella che ero è più forte, e dorme tranquilla sapendo che il momento in cui avrà il controllo è vicino. Negli ultimi tempi ho pensato che non ne sarei più stata in grado; che non avevo più la forza o la volontà necessaria; che ormai ero passiva e avrei continuato a mangiare come capitava evitando di pensare per non soffrirne. Mi stavo quasi rassegnando all'idea di restare in un corpo normale.
Ma nonostante questo, per tutto il tempo, ho conservato nell'armadio quel paio di cose nuove, ancora col cartellino attaccato, pensando che le avrei indossate la prima volta solo quando sarei stata più magra. E continuo a pensare a quando, dopo l'estate scorsa, il mio ragazzo mi disse che mi aveva trovata più in forma del solito; ero sottopeso di un paio di chili, gli confessai con un filo d'amarezza. Lui mostrò quel po' di preoccupazione che sembra necessaria, ribadendo però che gli ero sembrata in gran forma. E' da idiota pensare che gli importi quanto peso, so bene che il piacergli anche fisicamente non dipende da quello; però, per quando tornerà, vorrei comunque essere come allora.
Scusate il post inutile e di pessimo esempio.


