Cadono i castelli di carte.
Era diventato così grande, così bello, sembravi quasi che se mi fossi fatta piccola piccola avrei potuto andare a vivere là. Era pieno di stanze, ognuna arredata in modo diverso e tutte in maniera splendida. L'avevo costruito sul grande tavolo di mogano nella sala da pranzo di mia nonna, perché quella è una stanza finta da usare solo quando ci sono ospiti e poi perché c'è una luce particolare in quella stanza, una luce soffusa che non fa male agli occhi. C'è persino un camino che quand'è acceso profonde nell'ambiente quel rassicurante tepore che sa di tempi antichi, di grembiuli bianchi e fiabe lette a lume di candela. Mancavano gli ultimi ritocchi e sarei potuta rimanere in quel castello per sempre, giocando a nascondino coi fantasmi nei corridoi, col privilegio di poter guardare tutti quelli che passavano da quelle parti senza che loro vedessero me - avrei avuto l'opportunità di crearmi un mondo tutto mio, con le pareti tappezzate dai poster di quel che non sono per davvero e che tuttavia scelgo di essere, un mondo in cui essere irrimediabilmente sola e perduta ma incredibilmente più serena e felice.
Però qualcuno che sa dove ti sei nascosto esiste. Qualcuno che conosce bene i tuoi progetti megalomani e che laddove tutti gli altri passano indifferenti, sa riconoscere l'impareggiabile messa in scena, la fatiscente overture di una magnifica tragedia in tre atti portata avanti con astuzia e sagacia dai tuoi migliori alter ego sul palcoscenico della vita, in onda tutti i giorni tutto il giorno e che tra i titoli di coda cita il tuo nome come grande creatore di tutto questo concreto nulla. Quel qualcuno per dovere d'affetto e di coscienza sente l'insopprimibile necessità di venirti a cercare, e dopo esser stato un paio di volte al tuo gioco lasciandoti correre qua e là, permettendoti di confonderlo col rumore di porte sbattute che in realtà non avevi nemmeno aperto e unendosi al coro delle tue risate trillanti nei giardini decadenti - si stanca. Ti afferra per un polso e ti costringe a fermarti, fine della corsa, fine dei giochi: che stai facendo? dove sei? come stai? Racconti le tue incantevoli storie, tutti i misteri che si sono consumati tra le stanze in cui adesso vivi, le immagini favolose che hai potuto guardare dalle tue mille finestre, tutte le avventure che hai progettato e che ad ogni minuto ti aspettano - ma ormai è fatta. Ad ogni parola una carta scivola via - mi serve un'onomatopea per il sibilo delle carte da gioco che si sfilano e ai giochi mettono fine, esiste?, qualcuno me la trova, qualcuno me la presta? - inizi a balbettare nonostante di tutto quel che cerchi di dire sei convinta guardami GUARDAMI HO TUTTO SONO FELICE sono la regina e se mi va sono anche il re, sono l'orfanello che ruba e fa i dispetti sono la strega cattiva e la fata Turchina MI CHIAMO ALICE E QUESTO E' IL PAESE DELLE MERAVIGLIE possibile che non te ne accorgi? come puoi non credermi anche se non c'è niente qui questo niente è mio e mi basta chiudere gli occhi per trasformarlo in TUTTO va via ti prego va via IO STO BENE - mi serve il suono, il suono di quelle carte che scivolano via, vi prego mi serve, continuano a farlo e mi serve. Ma ormai è finita.
Ti volti: del tuo castello restano solo le macerie.
Cadono i castelli di carte, che sono i miei sto bene di tutti i giorni.
Fa male perché per salvarmi avevo saputo essere così convincente da cascarci anch'io. Da non pensare più, fuggire nelle cose che da sempre amo e illudermi di stare - quasi - bene. Stasera per un niente mi hanno aperto una crepa, dentro; l'ho proprio sentita, nella testa, mentre pian piano s'apriva: sono ingrassata sono grassa va tutto a puttane non ce la faccio non ce la faccio lui è lontano non posso vederlo mi manca nessuno riesce mai a capirmi io non so aprirmi aiuto non respiro - e resto immobile di fronte allo schermo di un cellulare, e torno ad essere di ghiaccio, il mio mondo perfetto mi si sgretola tra le mani mentre con dignitosa impassibilità asciugo le uniche due lacrime che mi hanno rigato le guance, pesanti come il piombo.
Freddie Mercury mi ha insegnato che lo spettacolo deve andare avanti, sempre.
Stanotte scriverò una sceneggiatura migliore e domani avranno inizio le riprese.
mercoledì 21 novembre 2012
martedì 6 novembre 2012
Piena di niente.
Credo di star raggiungendo il punto limite.
E' un periodo terribile, mi sento sempre più sola e stanca, come se ogni sera arrivassi a letto con cento anni in più addosso. Tiravo avanti con un unico pensiero, un'unica prospettiva che mi dava un motivo di alzarmi al mattino: a fine dicembre avrei visto il mio ragazzo. Dai - mi dicevo - fatti forza, vedi di arrivare intera a quei giorni, poi anche se per poco potrai riposarti tra le tue braccia, potrai lasciarti proteggere e asciugare le lacrime, potrai farti un'iniezione di felicità da far durare il più a lungo possibile, dai... Era il mio unico e solo motivo, il traguardo verso il quale arrancavo. E mi è stato portato via. I genitori non lo lasciano venire. Non ci vedremo. Non ci vedremo per un anno intero. Avete idea di cosa voglia dire? Sono abituata a separazioni di quattro, cinque mesi, e già quelle mi hanno distrutto a sufficienza nel corso di questi quasi due anni. Ma un anno. Un anno intero. Io non lo so dove andarmela a prendere la forza stavolta. Proprio non lo so. Tant'è che mi sono ritrovata a piangere senza più riuscire a smettere, ieri, io che a piangere non ci riesco quasi mai. Adesso non farei altro. Avrei pianto per strada, avrei pianto al telefono con lui, avrei pianto nei corridoi dell'università, avrei pianto in macchina, avrei pianto ininterrottamente. E non so nemmeno perché non lo faccio. Non so come comportarmi, non so come reagire. Per istinto, nel tentativo di salvarmi mi sono chiusa a riccio, e non riesco a pronunciare con nessuno il modo in cui mi sento. Ho dato la notizia alla mia migliore amica e l'ho fatto con leggerezza, come se questa mazzata micidiale non mi avesse fatto niente. Urlo al mondo che sto bene, rido e scherzo e la gente mi prende a braccetto e crede a tutte le mie stupide recite. Ma dentro, cristo santo, dentro ho l'inferno. Blindato da una porta impossibile da varcare, chiusa con tutti i mezzi possibili. Sorrido - e penso a quanta strada mi manca per arrivare a quell'abbraccio che avrei potuto avere tra meno di due mesi. Faccio ridere tutti - e muoio coi flashback che mi pitturano la memoria. Rispondo a comando alla quotidianità - e mi trema la gabbia toracica perché sta contenendo un dolore troppo grande. Stavolta, veramente, non so come fare per farcela.
Mi manca, cazzo, mi manca e mi mancherà per ogni singolo stramaledetto fottutissimo giorno di tutti questi mesi. E non potrò farci niente. Dovrò continuare a mordermi le labbra, ingoiare le lacrime, ingannare il tempo, inseguire i ricordi, ignorare la nostalgia, giocare a fresbee con le necessità, spacciarmi per la ragazza divertente e spensierata che non sono, imprecare contro i soffitti per l'angoscia che mi schiaccia e piangere di notte, contro i cuscini, quando nessuno può sentirmi.
Quel poco che resta di me andrà ulteriormente in pezzi. Non riesco ad immaginare in che stato mi troverà quando scenderà da quel treno, nel caldo dell'estate che verrà. Non riesco ad immaginarmi nemmeno tra due mesi, quando sarò gelida e disperata in uno dei giorni più importanti della mia vita, il nostro anniversario, che passerò da sola. E siccome sono una verta artista del masochismo, già so che non saprò farne a meno e andrò comunque in quel posto, quello dove è cominciato tutto, quello dove saremmo dovuti andare insieme com'è tradizione. E mi sentirò amaramente compiaciuta di un dolore così meravigliosamente sublime.
Sono talmente piena di tristezza che di mangiare neanche se ne parla. Non so quanto peso.
(vi ringrazio con tutto il cuore per i vostri commenti, siete preziose, lo dico con tutto il cuore; e lo so che lo dico sempre, ma ci tengo a scusarmi se io non sono altrettanto presente. Vi leggo sempre però, tutte, e cercherò di trovare qualche parola di conforto con cui ricambiarvi. Scusatemi ancora, ma non lasciatemi, per favore.)
E' un periodo terribile, mi sento sempre più sola e stanca, come se ogni sera arrivassi a letto con cento anni in più addosso. Tiravo avanti con un unico pensiero, un'unica prospettiva che mi dava un motivo di alzarmi al mattino: a fine dicembre avrei visto il mio ragazzo. Dai - mi dicevo - fatti forza, vedi di arrivare intera a quei giorni, poi anche se per poco potrai riposarti tra le tue braccia, potrai lasciarti proteggere e asciugare le lacrime, potrai farti un'iniezione di felicità da far durare il più a lungo possibile, dai... Era il mio unico e solo motivo, il traguardo verso il quale arrancavo. E mi è stato portato via. I genitori non lo lasciano venire. Non ci vedremo. Non ci vedremo per un anno intero. Avete idea di cosa voglia dire? Sono abituata a separazioni di quattro, cinque mesi, e già quelle mi hanno distrutto a sufficienza nel corso di questi quasi due anni. Ma un anno. Un anno intero. Io non lo so dove andarmela a prendere la forza stavolta. Proprio non lo so. Tant'è che mi sono ritrovata a piangere senza più riuscire a smettere, ieri, io che a piangere non ci riesco quasi mai. Adesso non farei altro. Avrei pianto per strada, avrei pianto al telefono con lui, avrei pianto nei corridoi dell'università, avrei pianto in macchina, avrei pianto ininterrottamente. E non so nemmeno perché non lo faccio. Non so come comportarmi, non so come reagire. Per istinto, nel tentativo di salvarmi mi sono chiusa a riccio, e non riesco a pronunciare con nessuno il modo in cui mi sento. Ho dato la notizia alla mia migliore amica e l'ho fatto con leggerezza, come se questa mazzata micidiale non mi avesse fatto niente. Urlo al mondo che sto bene, rido e scherzo e la gente mi prende a braccetto e crede a tutte le mie stupide recite. Ma dentro, cristo santo, dentro ho l'inferno. Blindato da una porta impossibile da varcare, chiusa con tutti i mezzi possibili. Sorrido - e penso a quanta strada mi manca per arrivare a quell'abbraccio che avrei potuto avere tra meno di due mesi. Faccio ridere tutti - e muoio coi flashback che mi pitturano la memoria. Rispondo a comando alla quotidianità - e mi trema la gabbia toracica perché sta contenendo un dolore troppo grande. Stavolta, veramente, non so come fare per farcela.
Mi manca, cazzo, mi manca e mi mancherà per ogni singolo stramaledetto fottutissimo giorno di tutti questi mesi. E non potrò farci niente. Dovrò continuare a mordermi le labbra, ingoiare le lacrime, ingannare il tempo, inseguire i ricordi, ignorare la nostalgia, giocare a fresbee con le necessità, spacciarmi per la ragazza divertente e spensierata che non sono, imprecare contro i soffitti per l'angoscia che mi schiaccia e piangere di notte, contro i cuscini, quando nessuno può sentirmi.
Quel poco che resta di me andrà ulteriormente in pezzi. Non riesco ad immaginare in che stato mi troverà quando scenderà da quel treno, nel caldo dell'estate che verrà. Non riesco ad immaginarmi nemmeno tra due mesi, quando sarò gelida e disperata in uno dei giorni più importanti della mia vita, il nostro anniversario, che passerò da sola. E siccome sono una verta artista del masochismo, già so che non saprò farne a meno e andrò comunque in quel posto, quello dove è cominciato tutto, quello dove saremmo dovuti andare insieme com'è tradizione. E mi sentirò amaramente compiaciuta di un dolore così meravigliosamente sublime.
Sono talmente piena di tristezza che di mangiare neanche se ne parla. Non so quanto peso.
(vi ringrazio con tutto il cuore per i vostri commenti, siete preziose, lo dico con tutto il cuore; e lo so che lo dico sempre, ma ci tengo a scusarmi se io non sono altrettanto presente. Vi leggo sempre però, tutte, e cercherò di trovare qualche parola di conforto con cui ricambiarvi. Scusatemi ancora, ma non lasciatemi, per favore.)
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