sabato 30 marzo 2013

my sweetheart

In questo istante mi sento leggera, anche se non so quanto peso e ho il terrore di scoprirlo e so con assoluta certezza che non si tratta di un numero accettabile. Non è cambiato nulla dall'ultima volta che ho scritto, mi sarebbe tanto piaciuto venirvi a dire che il mio silenzio era dovuto a tante cose belle da fare che mi tenevano impegnata, come auspicava caffè amaro nell'ultimo commento che mi ha lasciato; beh, purtroppo non è così. Non ho scritto solo perché non avevo un bel niente di nuovo da dire, solo una manciata di cose che non mi andava di raccontare. Tipo i miei vortici che continuano a risucchiarmi, tipo continuare a mangiare da mattina a sera e non sapere se si è più frustrati per questo o per il fatto di non avere più neanche la voglia di vomitare o fare qualsiasi altra cosa per liberarsi di quel cibo, tipo continuare a sprecare in maniera vergognosa le proprie giornate e non riuscire a reagire, e sentirsi dei falliti destinati ad un perpetuo fallimento, a finire con l'essere esattamente tutto ciò che non si voleva diventare. Una persona insoddisfatta, una persona mediocre, incapace delle grandi cose che aveva previsto per sé. Non all'altezza delle aspettative altrui ma soprattutto proprie. E continuare a ripetersi che è tutta questione di volontà, di determinazione, sussurrarsi alla sera che le capacità le si hanno, che la testa non è da buttare, che il cervello non è del tutto marcio, che ce la posso fare – se voglio. Ma sentirsi comunque troppo stanchi per muovere un dito. Non riuscire neanche a continuare, figuriamoci ricominciare! E avere attorno il mondo che va a pezzi, che va a rotoli, a cominciare da quelle uniche due persone che ami che si portano sulle spalle carichi ben più pesanti. E volerci essere, per loro. Alleviare quel peso. E mettere tutto da parte, senza pensarci due volte, senza risentimento alcuno. 
Questo è, più o meno, il frattempo nel mio silenzio.
Ho cominciato questo post parlando di leggerezza, però, e di quella voglio parlare, prima che svanisca. E' una leggerezza che viene da qualche risata sincera, penso sia vero che facciano bene alla salute. Sono stata al telefono col mio ragazzo, prima e dopo la sua uscita con gli amici. Ci sono giorni in cui mi riscopro più innamorata che mai, oggi è uno di quelli. Quest'ultimo periodo, anzi. E per me non è la consuetudine. Diciamo che ci ho messo un po' ad arrivarci. Lui ha costruito il suo amore per me in una manciata di mesi, poi l'ha sentito esplodere in un giorno ben preciso. Io, invece, credo di esserne stata quasi travolta, rimanendone stordita, presa alla sprovvista, e sicuramente meno esperta coi sentimenti grandi e veri. Così è capitato che ci ripensassi. E' capitato che dubitassi di quel meraviglioso noi. E' capitato che pensassi che forse la persona giusta per me era totalmente diversa. Ho pensato che, forse, prima di stare in maniera tanto seria e stabile con qualcun altro avessi bisogno di stare ancora da sola e sperimentare l'indipendenza e vivere bastando a se stessi. Sono felice di aver avuto tutti quei forse a girarmi per la testa; felice di averli espressi quando nella testa non entravano più; felice dei momenti di crisi che abbiamo attraversato, di aver provato il gelo quando quei forse rischiavano di trasformare la nostra vita insieme in una delle tante storie da raccontare, felice di aver pianto come mai prima in vita mia, felice di aver avuto paura di rischiare ed avere poi corso tutti i rischi possibili. Perché senza tutto questo non saremmo la coppia che siamo. Perché senza tutto questo io non avrei la minima idea di cosa voglia dire amare, ma amare davvero. L'amore non è come te lo raccontano, quasi mai. Libri e film ci inculcano prototipi di 'amore' a cui, finché non lo proviamo sulla nostra pelle, inevitabilmente crediamo; ma la verità è che ognuno ha bisogno di un amore diverso, particolare, tutto suo. Pensavo di non aspettare altro io, dalla vita. Tanto tempo fa pensavo che quando il ragazzo perfetto si sarebbe presentato alla mia porta dichiarando di amarmi e che sempre mi avrebbe amata, sarei stata magicamente felice e tutti i problemi sarebbero scomparsi. Quando poi è successo, invece, ho avuto paura. Non subito, certo, all'inizio era la favola che si realizzava; dopo intendo, quando non era più solo una favola ma la mia vita. Ho avuto paura. Terrore. Tanto da voler scappare. Solo dopo quasi due anni mi sono accorta di aver detto ti amo senza capire fino in fondo cosa significasse. Mi sono resa conto che ero ancora avvinghiata ai freni per paura di qualcosa che nemmeno avrei saputo dire cosa fosse. E nel momento in cui l'ho capito, non ho potuto più far nulla per impedirmi di mollare la presa. I freni sono andati, e per la prima volta mi ritrovavo in una caduta libera che non dipendeva da me. Per la prima volta, mi lasciavo andare completamente ad un'altra persona. Dandole il mio corpo, i miei sentimenti, il mio cuore – cose che, se qualcosa va storto, certo non ti restituisce nessuno. Ed è stato allora che ho capito perché dicono che l'amore è una cosa tanto devastante. Ho scoperto che vuol dire veramente sentirsi vulnerabili. Ho capito che non era vero, come mi ero imposta fino a quel momento, che avrei potuto benissimo anche fare a meno di lui: non sarei morta se mi avesse lasciata, forse no, ma non sarei andata avanti tanto a cuor leggero. No, perché lo amavo sul serio più di quanto io stessa ero stata in grado di capire. E sono felice di esser stata tanto stupida, tanto fragile, tanto intimidita: altrimenti chissà quanto ci avrei messo. A capire tutto questo, a capire che lui è Lui, nonostante le apparenti diversità e le infinite difficoltà. Ma il nostro motto è diventato “più dura la lotta, più grande il trionfo”. E perché se non avesse visto tutte quelle crepe che mi porto dentro non tornerebbe, ogni tanto, a dirmi con voce decisa “fidati di me”. 
E lo so, è un post forse troppo smielato, magari fastidioso, la me di un tempo mi avrebbe odiata se mi avesse vista scrivere queste cose.
Ma ormai sono anche questo: innamorata, senza più paura di ammetterlo.
Che poi, quando ti prendi una cotta per la persona con cui stai da più di due anni, la faccenda è seria.

Tutto il resto è uno schifo. Uno Schifo con la S maiuscola. E anche il fatto che lui non lo vedo da due mesi e ne mancano ancora altri quattro non è che mi faccia impazzire di gioia. Ma almeno c'è. Ed è stupendo.

giovedì 21 marzo 2013

you're gonna blow your mind

Due giorni fa ho ripreso in mano la mia agenda, il mio diario cartaceo. Non ci scrivevo dal 2 marzo, e anche le cose che ci avevo scritto fino ad allora (dall'inizio dell'anno) erano piuttosto superficiali, credo. Con una tazza di tè in mano, ho deciso di compiere uno sforzo al momento per me enorme, ovvero essere onesta e sincera almeno con me stessa. Sono uscite fuori la bellezza di sei pagine, ho parlato senza freni a quelle righe e non mi sono fermata davanti all'ansia che saliva nel buttar fuori ogni parola né alla sensazione di voler piangere appena ho iniziato a scrivere. Forse questa è la fase più strana che io abbia mai attraversato. Più che altro, ciò che mi destabilizza totalmente è che in tutti questi anni sono sempre stata pienamente cosciente di quel che accadeva. Forse non ho mai capito il grande perché dietro tutto questo, voglio dire, so bene qual è la mia storia e quali sono gli elementi che mi hanno portato ad essere ciò che sono, ma perché ho reagito con un disturbo alimentare? Questa è una domanda a cui nessuna di noi, immagino, saprebbe rispondere. In uno dei suoi ultimi video Lily, la ragazza di youtube di cui vi ho parlato nell'ultimo post, ha detto una cosa a cui non avevo mai pensato finora: “spesso si dice che i disturbi alimentari derivano da un bisogno di controllo; la trovo una risposta interessante, ma non capisco perché nessuno si chieda mai perché noi avremmo più bisogno di controllo di chiunque altro?"
Tornando a me, dicevo che ciò che mi destabilizza è il fatto che in un certo senso quella coscienza è venuta a mancare. Capisco perfettamente il fine di certe mie azioni, i ragionamenti che il mio cervello manda avanti che son sempre gli stessi eccetera, quel che mi è sfuggito di mano sono le mie emozioni. I miei sentimenti. Non li capisco assolutamente più. Quel che ho scritto in quelle sei pagine è una lunga auto-analisi, o forse non è corretto definirla così, diciamo che più che altro è un punto della situazione. Di cosa c'è dietro la maschera. Da quest'autunno ad ora sono cambiate delle cose fondamentali; ve le riassumo: con la mia migliore amica ho un legame viscerale, qualcosa che forse la parola "amicizia" neanche basta a definire. Anche lei soffre di dca, abbiamo storie molto simili alle spalle, ci siamo conosciute in quarto superiore e in quei due ultimi anni di liceo ne sono successe davvero di ogni. Non voglio dar l'idea che la nostra amicizia sia fondata e basata su questi problemi perché non è affatto così, abbiamo condiviso tanto i momenti brutti quanto quelli belli; ovvio però che abbiano costituito una parte consistente del nostro rapporto. Abbiamo tentato – inutilmente, ovvio – di salvarci a vicenda, abbiamo sofferto per noi stesse ma soprattutto per l'altra, insomma, una tragedia continua; poi siamo cresciute, e si sono alternati momenti in cui stavamo entrambe meglio, momenti in cui una stava quasi bene ed era più in grado di aiutare l'altra, a momenti in cui diventavamo complici nella nostra lucida follia. Siamo arrivate entrambe, in momenti diversi, al punto di rottura: io nel luglio dell'estate scorsa, ma persino allora mi sono morsa la lingua e ho lasciato che passasse, per poi tornare ai soliti schemi. Lei l'autunno passato e al contrario di me, in seguito alla goccia che veramente ha fatto traboccare il vaso, ha detto la verità ai suoi genitori e finalmente ha iniziato a vedere una terapista e dietologa e a far qualcosa per provare a guarire. Ho ammirato il suo coraggio e le sono stata vicina più che in qualsiasi altro momento. Ed è stata particolarmente dura. Perché mentre ero presente 24h su 24, le davo tutta la forza che riuscivo a trovare, finivo la scorta di parole d'incoraggiamento... io stavo uno schifo. Avevo troppi problemi a gravarmi sulle spalle, continuavo a ripetere a tutti sto bene sto bene sto bene perché ancora una volta sentivo la responsabilità di essere un punto di riferimento per le persone a cui voglio bene, e per la prima volta in vita mia sul serio pensavo che non ce l'avrei fatta. Che mi sarei letteralmente spaccata in mille pezzi. Ma sono già talmente frantumata che non sarebbe potuto accadere. Perciò ho tirato avanti comunque fino a che il periodo peggiore è passato. Tutto questo però ha lasciato delle conseguenze: da allora, da questo fatidico ottobre, io non riesco più a parlarle. Per anni le ho detto in un modo o nell'altro di tutti i miei pensieri neri, di quando intraprendevo una dieta, di quando non mangiavo, di quando passavo le giornate ad abbuffarmi e vomitare, di quando finivo col tagliarmi; era la mia àncora di salvezza, anche se non poteva far nulla di concreto parlandone mi sentivo meno sola. Quando è successo tutto quel che vi ho appena raccontato, ho smesso di confidarmi per due motivi: prima di tutto perché era veramente fragile, di carta velina, e non potevo – concretamene, non potevo – parlarle dei miei problemi; in secondo luogo perché quando ha iniziato la terapia non volevo in alcun modo influenzarla negativamente. A forza di tacere e dire che andava tutto bene è finita che forse ha iniziato a crederci, ma soprattutto che io, anche se volessi, non saprei più come aprirmi con lei.
L'altro cambiamento riguarda l'altra persona con cui qualche volta mi confidavo, ovvero il mio ragazzo. All'inizio dell'inverno abbiamo avuto una crisi che quasi mi porta a lasciarlo. Le cose che non andavano erano principalmente dal mio punto di vista. Ho passato giorni e notti a piangere, perché malgrado tutto ci ho sempre tenuto tantissimo a lui. Quando finalmente è venuto da me per le vacanze, ci siamo confrontati a lungo, ho cercato di essere il più sincera e diretta possibile, e abbiamo deciso di riprovarci e di sistemare quelle cose che non andavano. Quelle discussioni ci hanno aiutato a conoscerci e capirci più a fondo, ci hanno fatto crescere entrambi. In questi ultimi mesi infatti il nostro rapporto è notevolmente migliorato, c'è più equilibrio ed entrambi sappiamo rispondere meglio alle necessità dell'altro/a. Anche qui c'è un però: non c'è un motivo particolare per cui non gli parlo più di determinate cose, credo sia sostanzialmente un aver capito che per una persona che non vive tutto ciò sulla propria pelle è seriamente difficile capire e che per quanto può starti vicina non fai altro che metterla in difficoltà e che è molto improbabile che ti dia le risposte che cerchi o che vorresti sentire in quel momento. Se fosse qui forse sarebbe diverso, ma la nostra è una relazione a distanza, perciò tutto si complica ulteriormente. Non voglio dargli troppe preoccupazioni, e non sento più il bisogno di condividere con lui questa parte della mia vita.
Prima di loro ero una persona estremamente chiusa. Il mio unico sfogo era scrivere. Sono stati loro ad insegnarmi a confidarmi anche usando la voce, guardando qualcuno negli occhi. E' stato uno sforzo enorme per me trovare il coraggio di farlo ed imparare a farlo costantemente, senza arrivare al punto di esplodere. Però c'ero riuscita, e ci sono riuscita per anni. Capirete da voi, quindi, che smettere di confidarmi con loro ha avuto su di me effetti non da poco.
Il principale è stato proprio la confusione. Lo stare apparentemente bene persino ai miei occhi, sentendo sotto pelle una tristezza costante, permanente, non abbastanza forte da esser presa in considerazione ma abbastanza da farsi sentire. E che sfociava poi in momenti di totale depressione – vedi le abbuffate, il rinchiudermi in casa, l'evitare ogni impegno o dovere, il sentirmi sempre e comunque sola. Mi sono resa conto di aver ingannato anche me stessa. Non riesco a capire se al momento sto bene, se sono effettivamente più positiva, o se è la solita solfa. Non. Riesco. A. Capirlo. E ve lo giuro, questa cosa mi fa diventare pazza. E' come se non avessi più il controllo di niente, se non sapessi... Sono abituata ad ascoltarmi. Sono sempre stata una persona fin troppo introspettiva e riflessiva. Nonostante io abbia un disturbo alimentare, che potrebbe apparire come l'opposto della logica e della razionalità, ho sempre cercato e alla fine trovato una motivazione a tutti i miei pensieri/azioni/sentimenti. Il non riuscirci mi fa sentire totalmente persa, una bussola impazzita. Nel corso di quelle sei pagine ho inchiodato sulla carta la realtà di altri aspetti della mia personalità che si fanno sempre più accentuati, ovvero le tendenze ossessive su qualsiasi cosa attira la mia attenzione o su cui sono costretta a concentrarmi, l'estremo perfezionismo e l'ansia. Tutte cose a cui non ho mai fatto caso più di tanto, pensando che di per sé non potessero costituire un vero problema. Ascoltando voci esterne, invece, mi sono resa conto di sì. Insomma, ne è uscito fuori un quadro piuttosto disastroso.

Al di là dei bei discorsi che faccio ogni tanto. Al di là di tutto quel che ho scritto adesso, al di là di tutto. C'è un'altra cosa che ho dovuto ammettere con me stessa, e per cui veramente vorrei piangere fino ad esaurimento (se non lo faccio è perché non ci riesco, non perché mi trattengo): sotto sotto – ma neanche così tanto sotto, poi – c'è un pensiero, un pensiero martellante: continua così, non dire niente a nessuno, sarà ancora più facile fare quel che vuoi; lascia che sia il corpo a parlare, quando le ossa saranno sotto gli occhi di tutti. Quel che mi fa male non è il desiderio di dimagrire, perché quello non se n'è mai andato, quanto la forma di tale pensiero. Sembra una vendetta, come se volessi farla pagare a chi adesso non si accorge che le cose continuano a non andare bene. Ma credetemi, io non voglio farla pagare a nessuno. Anche perché sono perfettamente consapevole che se solo dicessi "ho bisogno di sfogarmi" ho due persone sicure pronte ad ascoltarmi, forse anche tre o quattro. E sono perfettamente consapevole che quelle persone soffrirebbero nel vedermi star male, e io non trarrei alcuna soddisfazione dal loro eventuale dolore. Quindi perché? Perché?? Il pensiero non è mio, è della malattia, potreste dirmi voi. Peccato che non riesco a vederla nemmeno così, perché sono talmente dissociata da me stessa che in questo periodo mi sento più che mai una stupida malata immaginaria. Ormai non mi ricordo più se sono stata veramente magra fino a chissà quale punto. Ricordo solo l'estate scorsa in cui oscillavo tra i 43-44 kg e non mi ricordo se è stato quello il mio minimo raggiunto. E il bello è che sono la prima che va a dire che un dca non si evince dal peso. Ma vabbè, si sa che siamo tutti bravissimi a consigliare gli altri e mai noi stessi. Mi sto sentendo l'unica sulla faccia del pianeta a non esser mai stata in alcun tipo di terapia, e questo è un altro dato che contribuisce a farmi pensare di essermi inventata tutto e che in realtà non ho alcun disturbo. Dio, più scrivo tutto e più mi sembra di essere sulla retta via per impazzire definitivamente. Ogni tanto tornano pensieri sull'autolesionismo. Non so neanche perché, visto che capitano in momenti del tutto casuali. Magari sono tranquilla, a fare tutt'altro, e all'improvviso mi viene in mente che potrei andare in bagno, prendere la lametta e aggiungere una bella cicatrice alla collezione. Che poi, in effetti, non ricordo neanche quand'è stata l'ultima volta che l'ho fatto. Ricordo solo che ho cercato di tenermelo dentro ma poi ho ceduto e l'ho detto al mio ragazzo, e lui mi ha detto di sentirsi disarmato e che se l'avessi rifatto ancora non mi avrebbe parlato per almeno tre giorni. Non è stato nemmeno questo a fermarmi, so solo che è una cosa totalmente inutile e finché riesco a controllarmi tanto vale evitare. E poi c'è il pensiero più stupido di tutti (forse): l'idea che se tutta questa storia dovrà mai avere una fine, quanto meno dovrà prima realizzarsi. Non so se mi spiego. L'idea che prima di prendere in considerazione la possibilità di guarire, io debba quanto meno essere... no, non voglio nemmeno completarla questa frase. Non so cosa farei senza questo blog, al momento. E' importante scriverci, è importante leggervi, sia nei commenti sia nei vostri post. Grazie per tutto, quindi.

Rapidi aggiornamenti: la dieta è andata bene fino ad oggi, stasera c'è stata una mini-abbuffata che sta bastando a farmi sentire una merda. I kg decisamente in più comunque li avevo tolti, stamattina ero 48.5, e ovviamente mi sento più enorme di prima. Dieta a parte, questa settimana è stata inutile, non sono mai andata a lezione, non ho aperto libro e da questo punto di vista sono nella merda fino al collo. Sta diventando un circolo vizioso di ansia e paura, che più rimando e più aumentano e più aumentano più rimando. I miei genitori brontolano o lanciano frecciatine. E io continuo ad essere come paralizzata e finisco sempre col dedicarmi a qualcosa di diverso per scappare da tutto quanto. Oggi pomeriggio ho passato un paio d'ore con una vecchia compagna di liceo, che avevo già rivisto una volta quest'inverno. Sono contenta che stiamo riallacciando i contatti perché è una persona deliziosa, una delle poche con cui mi trovo bene senza sforzi, anche solo per fare quattro chiacchiere davanti ad un caffè come oggi. E questo era un tocco positivo per concludere questo post catastrofico.

Scusate il poema.
Vi abbraccio tutte, nessuna esclusa

martedì 19 marzo 2013

piccole conquiste?

Forse le piccole cose, quelle a cui non ho mai dato molta importanza, che finora ho giudicato superficiali, secondarie, trascurabili sono invece proprio la base di partenza. Quest'ultima settimana è stata particolare, l'ho vissuta come in una specie di alienazione che alternava momenti di piatta serenità ad altri di una disperazione appena sfiorata. Emozioni, sensazioni, percezioni... c'erano, ma dietro strati e strati di carta velina. Il fine settimana che mi lascio alle spalle, invece, è stato un tiepido raggio di sole che mi ha appena sfiorato le guance. Sabato ho passato un bel pomeriggio con mia madre in giro per negozi, ho fatto qualche acquisto per me e per la mia camera, e sono tornata a casa veramente di ottimo umore, cosa che non mi succede spesso. Anzi, la maggior parte delle volte che faccio shopping tendo a deprimermi oppure a rimanere indifferente, con la convinzione di aver comprato belle cose che addosso a me non renderanno affatto. Stavolta non ci ho proprio pensato, e senza sforzarmi. A proposito di mia madre poi, sto cercando di essere una figlia migliore. In fondo mi sono sempre resa conto di avere una mamma meravigliosa che chiunque mi invidierebbe, e non sempre le ho dato l'affetto, l'aiuto e la considerazione che meriterebbe. Infatti è rimasta un po' spiazzata dai miei abbracci improvvisi, ma so che le fa piacere. Sto cercando di tirar fuori più buon umore, con tutti forse, ma specie dentro casa. Sono dell'idea che in una famiglia, per renderla davvero una famiglia, ognuno dovrebbe fare la proprio parte, e purtroppo qui non sempre è stato o è così. Ma ho l'impressione che le cose stiano migliorando, da quest'estate ad ora. Mio padre soprattutto è meno scontroso, si arrabbia di meno, non litiga più così tanto con mia madre e anche il rapporto con me è lievemente migliorato. Ci sono ancora problemi piuttosto pesanti, specie la situazione di mio fratello di cui non ho mai parlato qui e che nemmeno ora voglio affrontare, ma voglio essere fiduciosa e sperare che un passo per volta dopo tutto questo tempo si possa tornare almeno ad una parvenza di normalità.
Tornando al mio fine settimana, la domenica l'ho dedicata interamente alla mia stanza: ho cambiato la disposizione di alcuni mobili, pulito tutto, riordinato i cassetti, sistemato le cose che avevo comprato, appeso alcuni poster e stampato e attaccato al muro dietro il letto fotografie di me con la mia migliore amica e il mio ragazzo. Il risultato finale mi ha pienamente soddisfatta e ripagata della fatica, e ora mi ci sento persino meglio qui dentro, la sento quasi più mia di prima e mi piace l'esser riuscita a diventare molto più ordinata e organizzata di quanto non fossi fino a poco tempo fa. Era una delle cose che volevo impegnarmi ad imparare, e pian piano ci sto riuscendo.
Ma le piccole cose di cui parlavo all'inizio riguardano il prendersi cura di sé. Per fare questo discorso voglio partire dal commento di justvicky al mio ultimo post: uno dei tanti risvolti dei dca è la perdita delle propria femminilità. Ci ho pensato su un attimo e ho capito che nel mio caso non si è trattato di una perdita, ma proprio di una non acquisizione. I problemi effettivi con i dca sono iniziati quando avevo quattordici anni, ma quelli col mio aspetto fisico in terza elementare. Le ragazzine iniziano a curarsi più o meno nel periodo delle medie, e io sono convinta che quello sia un periodo cruciale. Almeno, così è stato per me, perché allora sono nate le radici della mia personalità ed anche del mio male. La mia nonna materna – a cui ero/sono legatissima – aveva iniziato a regalarmi spesso creme per il corpo, profumi, e altre cose che potremmo definire "da ragazza". Le compagne di classe iniziavano a mettere quel filo di matita e mascara per uscire, per le feste, a volte anche per venire a scuola. Quando iniziai a provarci io mi sentii dire frasi come: “ah, ti sei truccata oggi! Va beh, ma nel tuo caso è inutile...” dai maschietti di turno. Lo so che è ridicolo essere tanto influenzati da cose dette da un branco di dodicenni, ma credo che certe cose fa male sempre sentirsele dire, e se farebbe male a vent'anni quando ne hai undici, dodici, tredici fa male il triplo e ci credi perché non hai nessuna controprova e ci credi soprattutto se a dirtelo sono in tanti e non uno solo e ci credi se te lo senti dire tutti i giorni. Quindi proprio nell'età in cui mi stavo formando, la fase in cui avrebbe dovuto sbocciare il mio essere donna, sono stata stroncata sul nascere. Perché quel “tanto è inutile” si è scolpito all'interno del mio cranio ed è rimasto lì, a frenarmi da tutte quelle cose che ogni altra ragazza ha imparato a fare quotidianamente e con piacere. Non so cosa sia cambiato adesso, non molto credo, ho solo scoperto che mi piace coccolarmi, sentirmi a posto, che una cosa "da nulla" come un trucco più completo e preciso può farmi sentire un pochino meglio. Che posso essere chi e come voglio, e che finché fa bene a me niente è inutile. Sto tirando fuori gocce di quella femminilità che ho represso e allontanato e dimenticato con l'idea che se non potevo essere bella sarei stata quanto più diversa possibile da tutte le altre. Ovvio che nessuna identità mi mettessi addosso non la sentissi mai mia e che non mi sentissi mai a mio agio nella mia pelle, ovunque e con chiunque fossi: perché non ero mai io al 100%, sempre presa a voler somigliare a qualcuno che reputavo migliore, a forzare alcuni tratti della mia personalità che in quel momento reputavo vincenti ma che non erano che una percentuale di quel che sono, ad essere il contrario di me perché mi odiavo. Non voglio cantar vittoria troppo presto, voglio soltanto credere che finalmente sto imparando a conciliare le mille sfaccettature che mi compongono, per arrivare ad essere quella che realmente sono, senza filtri né altro.

Sono tre giorni che non mi abbuffo. Ho usato il fine settimana come una sorta di "ponte", ho mangiato bene e solo durante i tre pasti regolari. Da ieri ho ricominciato la dieta, ed è da secoli che non ne cominciavo una in maniera così positiva e tranquilla; spero di continuarla in questo stesso stato d'animo e di vederne presto i risultati.
Per concludere, vi segnalo il canale youtube di una ragazza londinese a cui mi sono già affezionata: Lily Lucia, ha diciotto anni (se non sbaglio) ed è in terapia per sconfiggere i dca, principalmente l'anoressia. Da quando ho trovato il suo canale sto guardando tutti i suoi video, la trovo semplicemente adorabile. Principalmente parla del suo percorso, aggiorna sui progressi che fa ma anche quando le cose non vanno bene. Per principio non parla di numeri, non ha mai detto quanto pesa né quante calorie assume al giorno. Mi piacciono molto anche i suoi video su altri argomenti, in cui esce fuori la sua parte più solare e creativa. Vi consiglio di darle un'occhiata insomma... in alcuni video parla anche dei consigli che le sono stati dati in terapia, e alcuni di questi li ho trovati davvero utili e intelligenti. Un altro che mi ha toccato molto è stato quello in cui parla delle cose che vorrebbe - ora ed in futuro - ma non può avere a causa dei dca. Se avete tempo, fateci un salto.

Come sempre vi ringrazio tutte per i bellissimi commenti che mi lasciate,
e do il benvenuto alle nuove lettrici che si sono aggiunte di recente, passerò presto da voi (:
un abbraccio 

venerdì 15 marzo 2013

chiacchiere vuote e superficiali.

Il nonsense delle mie azioni. Delle mie scelte. Delle vie che prendo per cercare una strada giusta, o quanto meno possibile e meno accidentata di quella su cui sto traballando adesso. Non so se i desideri venali su cui mi sto impuntando sono veri o solo qualcosa di stupido e frivolo su cui adesso ho voluto fissare la mia mania di perfezione, tanto per non affrontare cose più serie e consistenti. L'immagine. L'immagine esterna. L'aspetto fisico. Ieri ho speso una marea di soldi da Kiko, in creme, maschere e altri prodotti per truccarsi come si deve. Ho voglia di andare a fare altro shopping. E ho l'ansia mentre lo scrivo. Non so nemmeno di preciso perché, so che non mi piace spendere tanti soldi, specie non in cose di cui si può fare a meno. Spenderei solo in libri, che sono l'unica cosa per cui mi sento davvero ripagata. E infatti prima di ieri erano secoli che non spendevo i miei soldi in qualcos'altro. La me che se ne frega di apparire bella e in ordine è sempre in conflitto con la me che invece vorrebbe essere impeccabile. In fondo so che il problema è uno soltanto: non sono mai a mio agio. Ci sono quelle ragazze che hanno quello stile così casual e semplice, tipo felpe larghe, jeans stretti e lunghi capelli raccolti in code o chignon, con ciocche sfilacciate qua e là, e sono comunque fighe pazzesche. Io mi sento un cesso sempre. Trasandata. Oppure quando “ci provo", quando azzardo abbinamenti più ricercati, più femminili... mi sento sempre appunto come un tentativo fallito. Una che voleva imitare quelle belle per davvero. Che poi almeno in questo, almeno questo in realtà è uno dei pochi complimenti che mi sono sempre stati fatti: hai stile. Me lo dicono da quando sono ragazzina, che sono particolare ma con buon gusto. Un tempo almeno questo mi faceva piacere e riuscivo a riconoscerlo. Oggi non so più chi sono. Mi sento un'imitazione di me stessa e di mille altre persone. Un'imitazione scadente e scaduta, per altro. Non so più nemmeno chi vorrei essere. E per cosa dovrei curarmi tanto poi, se lezioni all'università a parte non ho quasi motivi per uscire?

Il mio ragazzo tempo fa mi chiese: ma tu a parte me e L. hai una vita sociale?
Assolutamente no, gli risposi ridendo, conforme all'atmosfera giocosa in cui stavamo parlando. Mi sono resa conto solo in quel momento di quanto fosse vero, e di quanto gli altri intorno a me avessero più persone con cui relazionarsi. Persino lui, che si definisce con orgoglio un asociale, in fin dei conti ha un sacco di amici. E L. che per anni era come se ci fossimo solo io e lei, ormai ha una comitiva sua. Non abbiamo quasi mai tempo per vederci, io perché studio, lei perché ha le sue cose da fare; però i fine settimana lei li passa fuori con quella gente, con cui bene o male si diverte e si distrae, ed io a casa con la mia famiglia. Che va anche bene, per carità. Solo che non mi ricordo quand'è stata l'ultima volta che ho passato una serata fuori con gente della mia età,  tutto qua. 

Beh, comunque.

martedì 12 marzo 2013

e per struccarti useranno delle nuvole cariche di piogge

E' tardi e mi restano poche ore per dormire, ma avevo assoluto bisogno di scrivere adesso.
E come al solito non ho idea di come cominciare. Ho emozioni e pensieri appallottolati dentro, il problema è che mi sono addomesticata ed ammaestrata così bene a tenermi tutto dentro che anche quando vorrei lasciar uscire almeno una piccola percentuale non ci riesco. Meno di prima. Ed è frustrante, dio com'è frustrante. La frenesia della vita quotidiana e la quantità spropositata delle cose che ho da fare (soprattutto studiare) m'impedisce letteralmente di pensare, e questo potrebbe essere un bene, il punto è che sotto sotto i pensieri ci sono eccome. Sono un fiume sotterraneo, che mi scorre dentro mentre mi dedico a tutta quella serie di altre cose tanto più importanti; ma prima o poi il momento in cui posso o devo fermarmi arriva, e allora sono fregata. Di notte passano ore prima che riesco ad addormentarmi, ore in cui mi giro e rigiro nel letto maledicendo la mia testa, il mio stupido cervello, senza capire il perché della maggior parte delle mie ansie o paure. Ogni sera mi chiedo se il giorno seguente riuscirò ad alzarmi al suono della sveglia, vestirmi in maniera decente, uscire di casa, farmi quell'odioso viaggio fino in città e occupare il mio posto a lezione. Mi chiedo se dopo aver ripetuto il viaggio al contrario riuscirò a studiare la quantità minima di pagine che devo studiare al giorno. Mi chiedo come mi sentirò tra la gente, immaginando che sia come tutti gli altri giorni, e non ne ho nessuna voglia, eppure ogni mattina in qualche modo mi faccio forza e tiro avanti quasi in automatico fino alla fine della giornata. Per ripetere la scena da teatro dell'assurdo che si consuma tra le lenzuola e tutti gli altri continenti*. Ma questo è il minimo. La parte più irrilevante. Perché poi c'è tutto il resto. E "tutto il resto" è un gomitolo intricatissimo di cui ogni filo è un piccolo disastro a sé stante. Me lo sto rigirando tra le mani scrivendo questo post, quel gomitolo, e già mi viene da piangere. Allora sale la rabbia, perché io e la tristezza abbiamo divorziato, e perché adesso che sei così forte che se piangi ti si arrugginiscono le guance*. Ogni giorno faccio stupidi tentativi per sentirmi minimamente più sicura di me, o per lo meno a mio agio, per apparire decente ad occhi esterni con cui non avrò nulla a che fare, ma che comunque mi vedranno. Parlo di cose come avere i capelli a posto, scegliere i vestiti con cura, truccarmi bene. Cose alquanto superficiali, insomma. E ogni giorno fallisco anche in questo. Mi guardo nello specchio di casa, e pur ben lontana dall'essere soddisfatta di ciò che vedo mi dico che ok, si può fare; poi inevitabilmente mi incontro in un riflesso esterno – lo specchio di un bagno, il finestrino di una macchina, una vetrina – e sento veramente qualcosa che si spezza dentro. Mi sento male al pensiero che quello è ciò che vedono le persone che m'incontrano. E non sto parlando solo del corpo che non è quel mucchietto di ossa che tutte vorremmo, no, sto parlando di tutto. Prima che il mio corpo io ho sempre odiato la mia faccia. E' il più crudele scherzo del destino che mi sia mai stato fatto, perché non c'entra nulla con me, non mi ci riconosco, non riesco a conciliarmi con i miei occhi, la mia bocca, le mie guance... non ci riesco. Le mie espressioni non dicono mai un cazzo, e se almeno quelle parlassero forse recupererebbero in parte a quanto io non sono (più) in grado di dire. Vado a pezzi ogni giorno, ma a piccole dosi, quasi impercettibili, sotto forma di lenta ed estenuante tortura cinese.
Subisco continue pressioni. Oltre quelle concrete ed obiettive, quelle che subisco come tali senza che la persona che me ne dà se ne renda conto. Fallo presente, mi direte, e avrete ragione, sono la prima che sostiene che il dialogo è un'ottima soluzione; ma non ci riesco, semplice. Non ci riesco e basta. Una minima parola e dovrei dare altre mille spiegazioni. Mi troverei invischiata in lunghe conversazioni che non ho la forza di sostenere. E il senso di solitudine che provo cresce e cresce e cresce. Più che altro perché mi sento sola anche quando di mezzo ci sono le uniche due persone che reputo a me davvero vicine. E' successo ad un certo punto che ho smesso di confidarmi. Ho smesso di parlare di quel che ho dentro, anche nelle forme più vaghe e generiche – perché non era più il caso, non era più tempo, non era più necessario. Ed è come se da allora avessi chiuso a chiave una porta, e poi buttato la chiave. Non ho proprio più gli strumenti per aprirla quella porta, anche se volessi, e se lo voglio o no nemmeno lo so. La mia migliore amica mi parla della sua ossessione per la perfezione, del desiderio di dimagrire di nuovo e abbastanza da farsi una foto in cui sporgano le ossa della spina vertebrale. Ed io la ascolto e mi comporto perfettamente come una che comprende ma non ha nulla a che fare con tutto ciò. Poi mi sento dire cose come “sono contenta perché ti vedo proprio bene ultimamente”, o “sì, rispetto a qualche mese fa si vede proprio che stai meglio” oppure “tu vivi proprio bene le cose”.
Così da sentirmi veramente invisibile. Non biasimo nessuno. Probabilmente sono solo stata troppo brava a trincerarmi dentro e non lasciar trasparire proprio nulla fuori, affinando un lavoro durato anni ed anni in cui ho imparato sempre più come mandare avanti la farsa del va tutto bene. Quel che mi fa male, è che quel paio di persone sembravano saperla smascherare quella farsa; ora ci cascano anche loro.

E nel frattempo io non faccio che mangiare. Mangiare mangiare mangiare. Non le definirei vere abbuffate, non sono raptus concentrati per lo meno, mi limito a mangiare qualsiasi cosa io voglia in qualsiasi momento. Non riesco a dire cosa provo. Per il semplice fatto che evito di pensarci, evito la questione, evito evito evito. Anche se provo un dolore sordo e pressoché costante; anche se sull'autobus sentivo rimbalzarmi i fianchi e ho dovuto mordermi forte le labbra per reprimere non so cosa; anche se ho sentito jeans e pantaloni vari che mi sono sempre andati più o meno larghi fasciarmi le cosce; anche se non ho più avuto il coraggio di salire sulla bilancia tant'è il terrore; anche se sono tutto l'opposto di quel che vorrei essere. Nessuno può lontanamente il dolore che sto provando, di cui io stessa sono appena consapevole. Forse voi sì, voi potete averne un'idea. Ma non riesco più. Non riesco più. E' una scusa, è una banalità, è un momento... non lo so. Non riesco più e non so più un sacco di cose. Una cosa che so per certo è che stasera sulla bilancia ci sono salita, ancora non mi spiego perché, e ho visto un numero per me improponibile: 51. Io non vedevo il numero 5 da quattro anni circa. Ed in questi anni bastava vedere un 48 per farmi scattare dentro quella molla che ti riporta a seguire qualunque dieta tu scelga nei minimi dettagli, senza sgarri né storie. Bastava un 48 e mi sentivo morire, non ce la facevo, mi rimboccavo le maniche ed in un paio di settimane tornavo ad un numero – per me – più accettabile. Avrei dovuto reagire così adesso, quella molla avrebbe dovuto fare un balzo di metri e metri, mandarmi a letto più triste e frustrata che mai ma farmi svegliare domani con la decisione necessaria a rimediare. Invece sapete qual è la verità? Che non me ne è fregato un accidente. Mi si è stampato in faccia un sorriso amaro, mi sono guardata allo specchio senza niente addosso, e mi sentivo come una che di fronte al nemico abbassa le armi e dice va bene, hai vinto. Guardavo i miei occhi un po' gonfi e arrossati, che mi sembrano così ispidi, insulsi e vuoti. Chi diavolo sei tu? Nella condizione attuale potrei continuare così per sempre. Soffocare quel dolore accumulandone altro, continuando a mangiare e mangiare e mangiare. Mettendomi addosso kg che non ho mai avuto prima. Ingrassando, schifosamente. Sperimentare il processo inverso a quello a cui ho sempre teso e per cui ho sempre lavorato. Come se il piano A fosse l'unico possibile, il piano A non ha funzionato, allora al diavolo tutto, lasciamo che accada l'esatto contrario di quanto era previsto.
Che poi per carità, magari domani per inerzia vado avanti a cappuccini e coca light.
Che poi per carità, è sempre tutto inutile sia in un verso che nell'altro e questo continuo a ripeterlo.
Ma come dice quel detto “i soldi non fanno la felicità, ma si piange meglio in limousine”, così la magrezza non fa la felicità, ma io piango meglio in 45 kg.


*citazioni de Le Luci della Centrale Elettrica

venerdì 8 marzo 2013

amore, pensiero e schegge

Ormai quando apro questa pagina rimango come paralizzata, per un momento. C'è il bianco da riempire, e c'è sempre una sorta di vuoto dentro che mi fa chiedere e con cosa lo riempio? Ma la cosa buffa, vedete, la cosa buffa è che in realtà non sono vuota per niente. Spesso mi ci sento, è vero, ma i momenti in cui lo sono stata davvero – e ce ne sono stati, credetemi – sono stati appunto solo momenti: circoscritti, finiti. Non escludo che potrebbe capitare ancora, anzi, mi stupirei se non capitasse più. Però so di non essere una persona vuota. Tanto per cominciare, amo un sacco di cose. Amo il mio ragazzo, nonostante tutto (come dice sempre lui), e la sua voce specie quando assume certe sfumature è una delle cose più belle che conosco. Amo la mia migliore amica, e la certezza del rapporto speciale che ci lega – amo avere qualcuno a cui poter dire qualunque cosa, se voglio, qualcuno che può vedermi nelle condizioni peggiori e qualcuno da contagiare con l'allegria nelle giornate buone. Amo il caffè e ancor di più l'odore del caffè, il calore rassicurante di una tazza la mattina presto, che sia nel tepore di casa o in quello di un bar prima di uscire nel freddo ad aspettare i mezzi. Mi piace dire "grazie e buona giornata!"  col sorriso a chi si è alzato che ancora faceva buio per andare a sgobbare dietro il bancone, e mi piace quando mi augurano "grazie a te, altrettanto!" con l'aria quasi spiazzata come si sorprendessero alla prima minima gentilezza. Amo la musica e la sensazione di sicurezza che mi dà indossare un paio di cuffie, per strada, quando mi sento vulnerabile. Amo i libri, persino quelli che devo studiare, e qualsiasi cosa li riguardi – dalle copertine al modo in cui sono rilegate, prefazioni e postfazioni, note, lo spessore della carta, e mi piace annusarli e maneggiarli e spulciarli fin nei minimi dettagli. Amo tutto ciò che ha a che fare con la cultura. Amo le cose che riescono a destare la mia curiosità. Amo viaggiare e amo sapere che ho ancora così tanti posti da vedere. Mi piace quando penso che malgrado tutto riuscirò a realizzare i miei sogni e obiettivi, mi piace quando mi corre quella scossa di positività lungo la schiena e mi concedo un salto nel futuro, un futuro in cui lavorando mi sono costruita ciò che adesso ho paura di non raggiungere. Mi piace pensare che, malgrado tutto, la mia vita sarà bella, piena, degna di essere vissuta. Amo la notte e amo l'alba, amo stare sveglia fino a tardi così come altre volte amo la beatitudine che si prova a mettersi presto sotto le coperte dopo una doccia scaccia-pensieri alla fine di una dura giornata. Amo imbattermi in persone con cui capitano lunghe conversazioni interessanti e fuori da ogni vincolo e banalità. Mi piace sentire qualcuno che parla bene, che quasi dipinge immagini con la voce. Amo gli abbracci veri, quelli che ti fanno sentire – anche solo per un secondo – come se niente mai più potesse andare storto. Amo la soddisfazione quando riesci in qualcosa che non pensavi fosse alla tua portata. 
Oltre ad amare, poi, l'altra cosa che mi rende consapevole del fatto che non sono vuota è che penso. Penso tanto, e non solo alle solite cose di cui parlo qua. Penso ad un sacco di cose, anche illogiche o totalmente strambe. Pensieri che potrebbero fiorire in qualcosa di bello, forse, creativo in qualche modo. Se solo ne avessi sempre il tempo e la capacità.
Cogito ergo sum, si diceva una volta, penso dunque sono. E credo sia uno di quei “detti" ormai sottovalutati e resi banali da un uso sconsiderato, perché in realtà racchiude un concetto basilare, importante, che non dovremmo dimenticarci. 

Credo di aver dimenticato dov'era che volevo arrivare con tutto ciò. Mi sa che stavo pensando a come, alla fine, aprendo questa pagina io mi riduca a scrivere di dca e dei disastri della mia quotidianità, quando potrei parlare anche di molto altro, spesso. E non so perché succeda. Forse perché qui è l'unico posto in cui posso parlare di questo, sfogarmi di ciò che nascondo al resto del mondo, e parlare d'altro quando scrivo qui sarebbe, in un certo senso, come sprecare l'unica opportunità che mi resta. Credo volessi solo ricordare, a me stessa ed anche a voi che mi conoscete solo per quanto scrivo, che sono anche tanto altro. E lo stesso discorso vale per voi. Lasciamo troppo spesso che la nostra vera personalità venga sbrindellata da un'abbuffata e dal numero sulla bilancia. O messa da parte e dimenticata perché troppo impegnate a rincorrere altro. Beh, ogni tanto, giusto ogni tanto, faremmo bene a ricordarci di qualche altro frammento di noi stesse. Guardarci allo specchio, ma non guardare i corpi che ci disgustano e rattristano: guardarci negli occhi, come se stessimo guardando gli occhi di un'altra persona. E cercare le schegge, frammenti perduti di una persona che un tempo era nostra amica. Stupirci, e andarcene con un sorriso, ripensando a quando...
A quando quella volta...
A quando facevo...
A quando mi piaceva...
Senza malinconia. Piuttosto, con la gioia della scoperta. Cercate, almeno una volta ogni tanto, i pezzi belli di voi. Raccoglieteli, metteteli in una scatola, e non perdeteli. Un giorno, aprendola, scoprirete che ci sono più pezzi di quanti ricordavate. Forse non la aprivate da un po', e non vi ricordate nemmeno cos'era che ci avevate messo dentro. Allora vi verrà voglia di scoprirlo, vi sederete a terra con la scatola in grembo ed inizierete a tirare fuori un pezzo alla volta. Ci saranno cose come amo gli animali e niente mi fa stare bene come correre e giocare col mio cane e mi piace far ridere le persone e poi le fossette quando sorrido e ancora ho tanti colori dentro, anche se da fuori non si vedono, cose personalissime che gli altri vi hanno detto o che sapete solo voi; vi ritroverete con gli occhi lucidi o a sorridere, ed infine avreste il puzzle completo sul pavimento accanto a voi. Allora, forse, riuscireste a capire perché, in fondo, non siete e non siete mai state le persone orribili e inutili che avevate creduto di essere.

lunedì 4 marzo 2013

a day in the life


Non ci sono praticamente più, lo so, scusatemi.
E' che non ci sto capendo davvero niente. Non sto capendo nulla di quello che faccio, da troppo tempo ormai. Scelgo la dieta, la seguo alla perfezione, poi mi abbuffo e continuo per giorni e giorni. Adesso ad esempio sono così piena che penso se mi pungessi la pancia con un ago esploderebbe come un palloncino. Penso in continuazione ai miei obiettivi – di peso, di studio, di vita – e faccio piani brillanti, mi esalto e divento iperattiva ma di concreto non faccio nulla. Immagino e guardo tutti gli altri e mi chiedo come diavolo facciano. Non capisco nemmeno più se è colpa mia, se non m'impegno abbastanza, se ho poca voglia, se sono un'inetta vigliacca e sfaticata, oppure se davvero ho problemi più grandi di me e più grandi di quanto io abbia riconosciuto finora. Non lo so, non lo so proprio. Oggi è cominciato il secondo semestre e dopo mesi e mesi ho rimesso piede in facoltà. Non conosco nessuno. Nessuno mi parla ed io di rado sono quella che fa la prima mossa. Sapete, è strano. Ho iniziato quest'anno con la razionale decisione di non fare alcuno sforzo per creare rapporti con la gente nuova che avrei avuto attorno. Mi sembrava una fotocopia in bianco e nero dell'esperienza vissuta un anno prima quando sono entrata a Lingue, con la differenza – ho scoperto dopo – che gli studenti lì erano molto più aperti e socievoli e si faceva "amicizia" anche solo a chiedere dov'era il bagno o che ora era. L'atmosfera, sì, era decisamente migliore. Ma ho fatto questo cambiamento per me, per il mio futuro, per quello che voglio nella mia vita, e certo non posso lasciarmi scalfire o dirottare da questi elementi di contorno. E' solo che a volte è pesante. E' solo che mi capita troppo spesso di sentirmi sola. Ho capito che non volevo davvero essere sola: era che finivo per sentirmi sola anche quando avevo gente attorno che mi cercava in continuazione, e questo mi metteva in una tale condizione di disagio che pensavo quasi che esser soli veramente sarebbe stato meglio. Beh, non è così. Ho avuto latino e filologia romanza, soprattutto il prof di filologia mi ha fatto un'ottima impressione e mi ha trasmesso qualcosa. Non ho nemmeno dovuto cambiare aula tra una materia e l'altra, ma prima che arrivasse il prof sono passati dieci minuti che mi sono sembrati un'insopportabile eternità. Le due ragazze che avevo accanto mi davano la schiena per parlare con i vicini. E non pensiate che sia l'unica "solitaria" perché vagando con lo sguardo mi sono accorta di diverse persone che se ne stavano per i fatti loro e non avevano nessuno con cui riempire quei tempi morti. Ma loro sembrano così disinvolti. A proprio agio. Normali. Io invece mi sento costantemente una sfilza di etichette addosso. Sfigata sfigata sfigata. E lo so – spero, a questo punto – che sono solo paranoica, ma...
Non facevo che pensare ad un paragrafo di un libro che ho amato:

A un certo punto mi ricordo di essermi chiesto (sul serio) se non fossi geneticamente modificato, se non avessi una minuscola alterazione nel DNA che mi separava appena appena ma in modo fondamentale dalla mia specie, un po' come i muli che possono accoppiarsi con gli asini ma non con i cavalli (mi pare). Sembrava che tutti fossero in grado di accoppiarsi, di unire le proprie parti in modi piacevoli e fecondi, ma nella mia anatomia e nella mia psiche c'era qualcosa di impercettibilmente diverso che mi divideva in modo irrevocabile dagli altri. Era una sensazione dolorosa che mi rendeva molto infelice.

Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile