Due giorni fa ho ripreso in mano la mia agenda, il mio diario cartaceo. Non ci scrivevo dal 2 marzo, e anche le cose che ci avevo scritto fino ad allora (dall'inizio dell'anno) erano piuttosto superficiali, credo. Con una tazza di tè in mano, ho deciso di compiere uno sforzo al momento per me enorme, ovvero essere onesta e sincera almeno con me stessa. Sono uscite fuori la bellezza di sei pagine, ho parlato senza freni a quelle righe e non mi sono fermata davanti all'ansia che saliva nel buttar fuori ogni parola né alla sensazione di voler piangere appena ho iniziato a scrivere. Forse questa è la fase più strana che io abbia mai attraversato. Più che altro, ciò che mi destabilizza totalmente è che in tutti questi anni sono sempre stata pienamente cosciente di quel che accadeva. Forse non ho mai capito il grande perché dietro tutto questo, voglio dire, so bene qual è la mia storia e quali sono gli elementi che mi hanno portato ad essere ciò che sono, ma perché ho reagito con un disturbo alimentare? Questa è una domanda a cui nessuna di noi, immagino, saprebbe rispondere. In uno dei suoi ultimi video Lily, la ragazza di youtube di cui vi ho parlato nell'ultimo post, ha detto una cosa a cui non avevo mai pensato finora: “spesso si dice che i disturbi alimentari derivano da un bisogno di controllo; la trovo una risposta interessante, ma non capisco perché nessuno si chieda mai perché noi avremmo più bisogno di controllo di chiunque altro?"
Tornando a me, dicevo che ciò che mi destabilizza è il fatto che in un certo senso quella coscienza è venuta a mancare. Capisco perfettamente il fine di certe mie azioni, i ragionamenti che il mio cervello manda avanti che son sempre gli stessi eccetera, quel che mi è sfuggito di mano sono le mie emozioni. I miei sentimenti. Non li capisco assolutamente più. Quel che ho scritto in quelle sei pagine è una lunga auto-analisi, o forse non è corretto definirla così, diciamo che più che altro è un punto della situazione. Di cosa c'è dietro la maschera. Da quest'autunno ad ora sono cambiate delle cose fondamentali; ve le riassumo: con la mia migliore amica ho un legame viscerale, qualcosa che forse la parola "amicizia" neanche basta a definire. Anche lei soffre di dca, abbiamo storie molto simili alle spalle, ci siamo conosciute in quarto superiore e in quei due ultimi anni di liceo ne sono successe davvero di ogni. Non voglio dar l'idea che la nostra amicizia sia fondata e basata su questi problemi perché non è affatto così, abbiamo condiviso tanto i momenti brutti quanto quelli belli; ovvio però che abbiano costituito una parte consistente del nostro rapporto. Abbiamo tentato – inutilmente, ovvio – di salvarci a vicenda, abbiamo sofferto per noi stesse ma soprattutto per l'altra, insomma, una tragedia continua; poi siamo cresciute, e si sono alternati momenti in cui stavamo entrambe meglio, momenti in cui una stava quasi bene ed era più in grado di aiutare l'altra, a momenti in cui diventavamo complici nella nostra lucida follia. Siamo arrivate entrambe, in momenti diversi, al punto di rottura: io nel luglio dell'estate scorsa, ma persino allora mi sono morsa la lingua e ho lasciato che passasse, per poi tornare ai soliti schemi. Lei l'autunno passato e al contrario di me, in seguito alla goccia che veramente ha fatto traboccare il vaso, ha detto la verità ai suoi genitori e finalmente ha iniziato a vedere una terapista e dietologa e a far qualcosa per provare a guarire. Ho ammirato il suo coraggio e le sono stata vicina più che in qualsiasi altro momento. Ed è stata particolarmente dura. Perché mentre ero presente 24h su 24, le davo tutta la forza che riuscivo a trovare, finivo la scorta di parole d'incoraggiamento... io stavo uno schifo. Avevo troppi problemi a gravarmi sulle spalle, continuavo a ripetere a tutti sto bene sto bene sto bene perché ancora una volta sentivo la responsabilità di essere un punto di riferimento per le persone a cui voglio bene, e per la prima volta in vita mia sul serio pensavo che non ce l'avrei fatta. Che mi sarei letteralmente spaccata in mille pezzi. Ma sono già talmente frantumata che non sarebbe potuto accadere. Perciò ho tirato avanti comunque fino a che il periodo peggiore è passato. Tutto questo però ha lasciato delle conseguenze: da allora, da questo fatidico ottobre, io non riesco più a parlarle. Per anni le ho detto in un modo o nell'altro di tutti i miei pensieri neri, di quando intraprendevo una dieta, di quando non mangiavo, di quando passavo le giornate ad abbuffarmi e vomitare, di quando finivo col tagliarmi; era la mia àncora di salvezza, anche se non poteva far nulla di concreto parlandone mi sentivo meno sola. Quando è successo tutto quel che vi ho appena raccontato, ho smesso di confidarmi per due motivi: prima di tutto perché era veramente fragile, di carta velina, e non potevo – concretamene, non potevo – parlarle dei miei problemi; in secondo luogo perché quando ha iniziato la terapia non volevo in alcun modo influenzarla negativamente. A forza di tacere e dire che andava tutto bene è finita che forse ha iniziato a crederci, ma soprattutto che io, anche se volessi, non saprei più come aprirmi con lei.
L'altro cambiamento riguarda l'altra persona con cui qualche volta mi confidavo, ovvero il mio ragazzo. All'inizio dell'inverno abbiamo avuto una crisi che quasi mi porta a lasciarlo. Le cose che non andavano erano principalmente dal mio punto di vista. Ho passato giorni e notti a piangere, perché malgrado tutto ci ho sempre tenuto tantissimo a lui. Quando finalmente è venuto da me per le vacanze, ci siamo confrontati a lungo, ho cercato di essere il più sincera e diretta possibile, e abbiamo deciso di riprovarci e di sistemare quelle cose che non andavano. Quelle discussioni ci hanno aiutato a conoscerci e capirci più a fondo, ci hanno fatto crescere entrambi. In questi ultimi mesi infatti il nostro rapporto è notevolmente migliorato, c'è più equilibrio ed entrambi sappiamo rispondere meglio alle necessità dell'altro/a. Anche qui c'è un però: non c'è un motivo particolare per cui non gli parlo più di determinate cose, credo sia sostanzialmente un aver capito che per una persona che non vive tutto ciò sulla propria pelle è seriamente difficile capire e che per quanto può starti vicina non fai altro che metterla in difficoltà e che è molto improbabile che ti dia le risposte che cerchi o che vorresti sentire in quel momento. Se fosse qui forse sarebbe diverso, ma la nostra è una relazione a distanza, perciò tutto si complica ulteriormente. Non voglio dargli troppe preoccupazioni, e non sento più il bisogno di condividere con lui questa parte della mia vita.
Prima di loro ero una persona estremamente chiusa. Il mio unico sfogo era scrivere. Sono stati loro ad insegnarmi a confidarmi anche usando la voce, guardando qualcuno negli occhi. E' stato uno sforzo enorme per me trovare il coraggio di farlo ed imparare a farlo costantemente, senza arrivare al punto di esplodere. Però c'ero riuscita, e ci sono riuscita per anni. Capirete da voi, quindi, che smettere di confidarmi con loro ha avuto su di me effetti non da poco.
Il principale è stato proprio la confusione. Lo stare apparentemente bene persino ai miei occhi, sentendo sotto pelle una tristezza costante, permanente, non abbastanza forte da esser presa in considerazione ma abbastanza da farsi sentire. E che sfociava poi in momenti di totale depressione – vedi le abbuffate, il rinchiudermi in casa, l'evitare ogni impegno o dovere, il sentirmi sempre e comunque sola. Mi sono resa conto di aver ingannato anche me stessa. Non riesco a capire se al momento sto bene, se sono effettivamente più positiva, o se è la solita solfa. Non. Riesco. A. Capirlo. E ve lo giuro, questa cosa mi fa diventare pazza. E' come se non avessi più il controllo di niente, se non sapessi... Sono abituata ad ascoltarmi. Sono sempre stata una persona fin troppo introspettiva e riflessiva. Nonostante io abbia un disturbo alimentare, che potrebbe apparire come l'opposto della logica e della razionalità, ho sempre cercato e alla fine trovato una motivazione a tutti i miei pensieri/azioni/sentimenti. Il non riuscirci mi fa sentire totalmente persa, una bussola impazzita. Nel corso di quelle sei pagine ho inchiodato sulla carta la realtà di altri aspetti della mia personalità che si fanno sempre più accentuati, ovvero le tendenze ossessive su qualsiasi cosa attira la mia attenzione o su cui sono costretta a concentrarmi, l'estremo perfezionismo e l'ansia. Tutte cose a cui non ho mai fatto caso più di tanto, pensando che di per sé non potessero costituire un vero problema. Ascoltando voci esterne, invece, mi sono resa conto di sì. Insomma, ne è uscito fuori un quadro piuttosto disastroso.
Al di là dei bei discorsi che faccio ogni tanto. Al di là di tutto quel che ho scritto adesso, al di là di tutto. C'è un'altra cosa che ho dovuto ammettere con me stessa, e per cui veramente vorrei piangere fino ad esaurimento (se non lo faccio è perché non ci riesco, non perché mi trattengo): sotto sotto – ma neanche così tanto sotto, poi – c'è un pensiero, un pensiero martellante: continua così, non dire niente a nessuno, sarà ancora più facile fare quel che vuoi; lascia che sia il corpo a parlare, quando le ossa saranno sotto gli occhi di tutti. Quel che mi fa male non è il desiderio di dimagrire, perché quello non se n'è mai andato, quanto la forma di tale pensiero. Sembra una vendetta, come se volessi farla pagare a chi adesso non si accorge che le cose continuano a non andare bene. Ma credetemi, io non voglio farla pagare a nessuno. Anche perché sono perfettamente consapevole che se solo dicessi "ho bisogno di sfogarmi" ho due persone sicure pronte ad ascoltarmi, forse anche tre o quattro. E sono perfettamente consapevole che quelle persone soffrirebbero nel vedermi star male, e io non trarrei alcuna soddisfazione dal loro eventuale dolore. Quindi perché? Perché?? Il pensiero non è mio, è della malattia, potreste dirmi voi. Peccato che non riesco a vederla nemmeno così, perché sono talmente dissociata da me stessa che in questo periodo mi sento più che mai una stupida malata immaginaria. Ormai non mi ricordo più se sono stata veramente magra fino a chissà quale punto. Ricordo solo l'estate scorsa in cui oscillavo tra i 43-44 kg e non mi ricordo se è stato quello il mio minimo raggiunto. E il bello è che sono la prima che va a dire che un dca non si evince dal peso. Ma vabbè, si sa che siamo tutti bravissimi a consigliare gli altri e mai noi stessi. Mi sto sentendo l'unica sulla faccia del pianeta a non esser mai stata in alcun tipo di terapia, e questo è un altro dato che contribuisce a farmi pensare di essermi inventata tutto e che in realtà non ho alcun disturbo. Dio, più scrivo tutto e più mi sembra di essere sulla retta via per impazzire definitivamente. Ogni tanto tornano pensieri sull'autolesionismo. Non so neanche perché, visto che capitano in momenti del tutto casuali. Magari sono tranquilla, a fare tutt'altro, e all'improvviso mi viene in mente che potrei andare in bagno, prendere la lametta e aggiungere una bella cicatrice alla collezione. Che poi, in effetti, non ricordo neanche quand'è stata l'ultima volta che l'ho fatto. Ricordo solo che ho cercato di tenermelo dentro ma poi ho ceduto e l'ho detto al mio ragazzo, e lui mi ha detto di sentirsi disarmato e che se l'avessi rifatto ancora non mi avrebbe parlato per almeno tre giorni. Non è stato nemmeno questo a fermarmi, so solo che è una cosa totalmente inutile e finché riesco a controllarmi tanto vale evitare. E poi c'è il pensiero più stupido di tutti (forse): l'idea che se tutta questa storia dovrà mai avere una fine, quanto meno dovrà prima realizzarsi. Non so se mi spiego. L'idea che prima di prendere in considerazione la possibilità di guarire, io debba quanto meno essere... no, non voglio nemmeno completarla questa frase. Non so cosa farei senza questo blog, al momento. E' importante scriverci, è importante leggervi, sia nei commenti sia nei vostri post. Grazie per tutto, quindi.
Rapidi aggiornamenti: la dieta è andata bene fino ad oggi, stasera c'è stata una mini-abbuffata che sta bastando a farmi sentire una merda. I kg decisamente in più comunque li avevo tolti, stamattina ero 48.5, e ovviamente mi sento più enorme di prima. Dieta a parte, questa settimana è statainutile, non sono mai andata a lezione, non ho aperto libro e da questo punto di vista sono nella merda fino al collo. Sta diventando un circolo vizioso di ansia e paura, che più rimando e più aumentano e più aumentano più rimando. I miei genitori brontolano o lanciano frecciatine. E io continuo ad essere come paralizzata e finisco sempre col dedicarmi a qualcosa di diverso per scappare da tutto quanto. Oggi pomeriggio ho passato un paio d'ore con una vecchia compagna di liceo, che avevo già rivisto una volta quest'inverno. Sono contenta che stiamo riallacciando i contatti perché è una persona deliziosa, una delle poche con cui mi trovo bene senza sforzi, anche solo per fare quattro chiacchiere davanti ad un caffè come oggi. E questo era un tocco positivo per concludere questo post catastrofico.
Scusate il poema.
Vi abbraccio tutte, nessuna esclusa
Tornando a me, dicevo che ciò che mi destabilizza è il fatto che in un certo senso quella coscienza è venuta a mancare. Capisco perfettamente il fine di certe mie azioni, i ragionamenti che il mio cervello manda avanti che son sempre gli stessi eccetera, quel che mi è sfuggito di mano sono le mie emozioni. I miei sentimenti. Non li capisco assolutamente più. Quel che ho scritto in quelle sei pagine è una lunga auto-analisi, o forse non è corretto definirla così, diciamo che più che altro è un punto della situazione. Di cosa c'è dietro la maschera. Da quest'autunno ad ora sono cambiate delle cose fondamentali; ve le riassumo: con la mia migliore amica ho un legame viscerale, qualcosa che forse la parola "amicizia" neanche basta a definire. Anche lei soffre di dca, abbiamo storie molto simili alle spalle, ci siamo conosciute in quarto superiore e in quei due ultimi anni di liceo ne sono successe davvero di ogni. Non voglio dar l'idea che la nostra amicizia sia fondata e basata su questi problemi perché non è affatto così, abbiamo condiviso tanto i momenti brutti quanto quelli belli; ovvio però che abbiano costituito una parte consistente del nostro rapporto. Abbiamo tentato – inutilmente, ovvio – di salvarci a vicenda, abbiamo sofferto per noi stesse ma soprattutto per l'altra, insomma, una tragedia continua; poi siamo cresciute, e si sono alternati momenti in cui stavamo entrambe meglio, momenti in cui una stava quasi bene ed era più in grado di aiutare l'altra, a momenti in cui diventavamo complici nella nostra lucida follia. Siamo arrivate entrambe, in momenti diversi, al punto di rottura: io nel luglio dell'estate scorsa, ma persino allora mi sono morsa la lingua e ho lasciato che passasse, per poi tornare ai soliti schemi. Lei l'autunno passato e al contrario di me, in seguito alla goccia che veramente ha fatto traboccare il vaso, ha detto la verità ai suoi genitori e finalmente ha iniziato a vedere una terapista e dietologa e a far qualcosa per provare a guarire. Ho ammirato il suo coraggio e le sono stata vicina più che in qualsiasi altro momento. Ed è stata particolarmente dura. Perché mentre ero presente 24h su 24, le davo tutta la forza che riuscivo a trovare, finivo la scorta di parole d'incoraggiamento... io stavo uno schifo. Avevo troppi problemi a gravarmi sulle spalle, continuavo a ripetere a tutti sto bene sto bene sto bene perché ancora una volta sentivo la responsabilità di essere un punto di riferimento per le persone a cui voglio bene, e per la prima volta in vita mia sul serio pensavo che non ce l'avrei fatta. Che mi sarei letteralmente spaccata in mille pezzi. Ma sono già talmente frantumata che non sarebbe potuto accadere. Perciò ho tirato avanti comunque fino a che il periodo peggiore è passato. Tutto questo però ha lasciato delle conseguenze: da allora, da questo fatidico ottobre, io non riesco più a parlarle. Per anni le ho detto in un modo o nell'altro di tutti i miei pensieri neri, di quando intraprendevo una dieta, di quando non mangiavo, di quando passavo le giornate ad abbuffarmi e vomitare, di quando finivo col tagliarmi; era la mia àncora di salvezza, anche se non poteva far nulla di concreto parlandone mi sentivo meno sola. Quando è successo tutto quel che vi ho appena raccontato, ho smesso di confidarmi per due motivi: prima di tutto perché era veramente fragile, di carta velina, e non potevo – concretamene, non potevo – parlarle dei miei problemi; in secondo luogo perché quando ha iniziato la terapia non volevo in alcun modo influenzarla negativamente. A forza di tacere e dire che andava tutto bene è finita che forse ha iniziato a crederci, ma soprattutto che io, anche se volessi, non saprei più come aprirmi con lei.L'altro cambiamento riguarda l'altra persona con cui qualche volta mi confidavo, ovvero il mio ragazzo. All'inizio dell'inverno abbiamo avuto una crisi che quasi mi porta a lasciarlo. Le cose che non andavano erano principalmente dal mio punto di vista. Ho passato giorni e notti a piangere, perché malgrado tutto ci ho sempre tenuto tantissimo a lui. Quando finalmente è venuto da me per le vacanze, ci siamo confrontati a lungo, ho cercato di essere il più sincera e diretta possibile, e abbiamo deciso di riprovarci e di sistemare quelle cose che non andavano. Quelle discussioni ci hanno aiutato a conoscerci e capirci più a fondo, ci hanno fatto crescere entrambi. In questi ultimi mesi infatti il nostro rapporto è notevolmente migliorato, c'è più equilibrio ed entrambi sappiamo rispondere meglio alle necessità dell'altro/a. Anche qui c'è un però: non c'è un motivo particolare per cui non gli parlo più di determinate cose, credo sia sostanzialmente un aver capito che per una persona che non vive tutto ciò sulla propria pelle è seriamente difficile capire e che per quanto può starti vicina non fai altro che metterla in difficoltà e che è molto improbabile che ti dia le risposte che cerchi o che vorresti sentire in quel momento. Se fosse qui forse sarebbe diverso, ma la nostra è una relazione a distanza, perciò tutto si complica ulteriormente. Non voglio dargli troppe preoccupazioni, e non sento più il bisogno di condividere con lui questa parte della mia vita.
Prima di loro ero una persona estremamente chiusa. Il mio unico sfogo era scrivere. Sono stati loro ad insegnarmi a confidarmi anche usando la voce, guardando qualcuno negli occhi. E' stato uno sforzo enorme per me trovare il coraggio di farlo ed imparare a farlo costantemente, senza arrivare al punto di esplodere. Però c'ero riuscita, e ci sono riuscita per anni. Capirete da voi, quindi, che smettere di confidarmi con loro ha avuto su di me effetti non da poco.
Il principale è stato proprio la confusione. Lo stare apparentemente bene persino ai miei occhi, sentendo sotto pelle una tristezza costante, permanente, non abbastanza forte da esser presa in considerazione ma abbastanza da farsi sentire. E che sfociava poi in momenti di totale depressione – vedi le abbuffate, il rinchiudermi in casa, l'evitare ogni impegno o dovere, il sentirmi sempre e comunque sola. Mi sono resa conto di aver ingannato anche me stessa. Non riesco a capire se al momento sto bene, se sono effettivamente più positiva, o se è la solita solfa. Non. Riesco. A. Capirlo. E ve lo giuro, questa cosa mi fa diventare pazza. E' come se non avessi più il controllo di niente, se non sapessi... Sono abituata ad ascoltarmi. Sono sempre stata una persona fin troppo introspettiva e riflessiva. Nonostante io abbia un disturbo alimentare, che potrebbe apparire come l'opposto della logica e della razionalità, ho sempre cercato e alla fine trovato una motivazione a tutti i miei pensieri/azioni/sentimenti. Il non riuscirci mi fa sentire totalmente persa, una bussola impazzita. Nel corso di quelle sei pagine ho inchiodato sulla carta la realtà di altri aspetti della mia personalità che si fanno sempre più accentuati, ovvero le tendenze ossessive su qualsiasi cosa attira la mia attenzione o su cui sono costretta a concentrarmi, l'estremo perfezionismo e l'ansia. Tutte cose a cui non ho mai fatto caso più di tanto, pensando che di per sé non potessero costituire un vero problema. Ascoltando voci esterne, invece, mi sono resa conto di sì. Insomma, ne è uscito fuori un quadro piuttosto disastroso.
Al di là dei bei discorsi che faccio ogni tanto. Al di là di tutto quel che ho scritto adesso, al di là di tutto. C'è un'altra cosa che ho dovuto ammettere con me stessa, e per cui veramente vorrei piangere fino ad esaurimento (se non lo faccio è perché non ci riesco, non perché mi trattengo): sotto sotto – ma neanche così tanto sotto, poi – c'è un pensiero, un pensiero martellante: continua così, non dire niente a nessuno, sarà ancora più facile fare quel che vuoi; lascia che sia il corpo a parlare, quando le ossa saranno sotto gli occhi di tutti. Quel che mi fa male non è il desiderio di dimagrire, perché quello non se n'è mai andato, quanto la forma di tale pensiero. Sembra una vendetta, come se volessi farla pagare a chi adesso non si accorge che le cose continuano a non andare bene. Ma credetemi, io non voglio farla pagare a nessuno. Anche perché sono perfettamente consapevole che se solo dicessi "ho bisogno di sfogarmi" ho due persone sicure pronte ad ascoltarmi, forse anche tre o quattro. E sono perfettamente consapevole che quelle persone soffrirebbero nel vedermi star male, e io non trarrei alcuna soddisfazione dal loro eventuale dolore. Quindi perché? Perché?? Il pensiero non è mio, è della malattia, potreste dirmi voi. Peccato che non riesco a vederla nemmeno così, perché sono talmente dissociata da me stessa che in questo periodo mi sento più che mai una stupida malata immaginaria. Ormai non mi ricordo più se sono stata veramente magra fino a chissà quale punto. Ricordo solo l'estate scorsa in cui oscillavo tra i 43-44 kg e non mi ricordo se è stato quello il mio minimo raggiunto. E il bello è che sono la prima che va a dire che un dca non si evince dal peso. Ma vabbè, si sa che siamo tutti bravissimi a consigliare gli altri e mai noi stessi. Mi sto sentendo l'unica sulla faccia del pianeta a non esser mai stata in alcun tipo di terapia, e questo è un altro dato che contribuisce a farmi pensare di essermi inventata tutto e che in realtà non ho alcun disturbo. Dio, più scrivo tutto e più mi sembra di essere sulla retta via per impazzire definitivamente. Ogni tanto tornano pensieri sull'autolesionismo. Non so neanche perché, visto che capitano in momenti del tutto casuali. Magari sono tranquilla, a fare tutt'altro, e all'improvviso mi viene in mente che potrei andare in bagno, prendere la lametta e aggiungere una bella cicatrice alla collezione. Che poi, in effetti, non ricordo neanche quand'è stata l'ultima volta che l'ho fatto. Ricordo solo che ho cercato di tenermelo dentro ma poi ho ceduto e l'ho detto al mio ragazzo, e lui mi ha detto di sentirsi disarmato e che se l'avessi rifatto ancora non mi avrebbe parlato per almeno tre giorni. Non è stato nemmeno questo a fermarmi, so solo che è una cosa totalmente inutile e finché riesco a controllarmi tanto vale evitare. E poi c'è il pensiero più stupido di tutti (forse): l'idea che se tutta questa storia dovrà mai avere una fine, quanto meno dovrà prima realizzarsi. Non so se mi spiego. L'idea che prima di prendere in considerazione la possibilità di guarire, io debba quanto meno essere... no, non voglio nemmeno completarla questa frase. Non so cosa farei senza questo blog, al momento. E' importante scriverci, è importante leggervi, sia nei commenti sia nei vostri post. Grazie per tutto, quindi.
Rapidi aggiornamenti: la dieta è andata bene fino ad oggi, stasera c'è stata una mini-abbuffata che sta bastando a farmi sentire una merda. I kg decisamente in più comunque li avevo tolti, stamattina ero 48.5, e ovviamente mi sento più enorme di prima. Dieta a parte, questa settimana è stata
Scusate il poema.
Vi abbraccio tutte, nessuna esclusa

Piccola mi spiace leggere di questi rapporti che stanno complicandosi ai quali tu tenevi tanto.
RispondiEliminaTu sei forte anche da sola,volevo che lo sapessi.
Ma spero col cuore che tu riesca a riaprirti di nuovo con la tua amica e a non aver più crisi con il tuo ragazzo.
Ti abbraccio forte:*
Capisco in pieno quello che stai provando, e credimi un riavvicinamento è sempre possibile, dipende da te la modalità, se come sfogo esplosivo (magari meglio con il tuo ragazzo che è più "estraneo" alla questione e quindi potrebbe sopportarlo meglio che con la tua amica, purtroppo più vulnerabile in questo momento) o più graduale, iniziando solo dal "sai, non va tutto così bene". Ma non lasciarti mai sfuggire le persone a cui tieni così, loro fanno parte della tua forza, ti aiutano ad andare avanti.
RispondiEliminaTantissime cose che scrivi le sento mie in questo momento : "..se tutta questa storia dovrà mai avere una fine,quanto meno dovrà prima realizzarsi..." ecco, questo è un pensiero costante per me, il non sentirmi malata abbastanza per chiedere aiuto. Infatti finora sono riuscita a farlo solo a metà, perchè mi sento una persona a metà, una malata immaginaria che da una parte vorrebbe riuscire a risollevarsi da sola per orgoglio, dall'altra vorrebbe accartocciarsi del tutto per meritare finalmente aiuto e cure. Non so se sia un pensiero dettato dalla malattia, o semplicemente dal mio carattere. Infatti non c'è una me di prima e una me di ora, la testa è sempre la stessa, i pensieri gli stessi fin da quando ero bambina. Quindi per me cancellare la malattia è un po' come demolire la parte più intima di me stessa e dovermi ricostruire.
Non so se questo sfogo possa aiutarti un qualche modo, a me le tue parole fanno sentire meno sola.
sarà... ma a volte mi sembri positiva (piccole conquiste no?), poi ti butti di nuovo giù, certo capisco che i due buoni rapporti ti abbiano deluso, ma sta a te rimetterli in sesto no? con la tua amica non è difficile, prova a farti raccontare i suoi passi avanti se è in cura ad esempio, forse ti può anche essere utile. non credo tu dia sulla retta via x impazzire, ma questa via deve trovare uno stop però. "L'idea che prima di prendere in considerazione la possibilità di guarire, io debba quanto meno essere..":cosa vuoi dire, io non lo capisco sai? potresti continuare a scrivere sul blog, ma come aiuto ad altri, x spiegare come tu ce l'hai fatta, sarebbe bellissimo, non è doveroso star male x scrivere. (come vorrei leggere quelle 6 pagine!) Ti abbraccio
RispondiEliminaCi tengo a specificare che questi due buoni rapporti non mi hanno deluso, affatto. Sono solo cambiate delle cose che mi hanno portato a chiudermi, ma non è colpa loro, semmai mia. Anche se alla fine non è neanche una colpa, ma soltanto un blocco che, eventualmente, sta soltanto a me superare. Con la mia amica ne parliamo spesso, quando lei vuole parlarmene o ha qualche novità al riguardo, ma mai in relazione a me. Perché il mio cervello si è impuntato sul fatto che non devo più dire a nessuno come mi sento realmente. Non riesco a capirmi e non ho idea di come superare questo nuovo blocco... Per quella frase che hai detto di non capire, il commento di caffè amaro forse lo spiega meglio di me. E lo so che non è necessario star male per scrivere, intendevo piuttosto che per me è necessario scrivere - a qualcuno - quando sto male.
EliminaSai qual è il punto, secondo me?... Che in tutto questo post c'è una sola vera frase dettata dalla malattia, ed è: "lascia che sia il corpo a parlare, quando le ossa saranno sotto gli occhi di tutti." Ecco, questa è una delle più grandi bugie che il DCA possa mai raccontarti. E' vero, quando si è terribilmente magre in maniera insana, la gente ci guarda. Ma essere guardate non significa essere VISTE... che è quello che, in realtà, si vorrebbe. Non importa quanto si possa spingere il corpo all'estremo... la gente continuerà a GUARDARE senza però tiuscire a VEDERE. E il circolo vizioso continuerà a reiterarsi... esattamente come la malattia vuole.
RispondiEliminaPer quanto sia estremamente difficile, è il dare voce con le parole a quello che teniamo dentro che è veramente d'aiuto... perchè è la voce (o la scrittura, che dir si voglia) il nostro strumento primario d'espressione, non il corpo. Perchè il cuore dei DCA è proprio il silenzio. Per questo è così importante romperlo.
Un abbraccio anche a te...
Forse non mi sono espressa bene nel post, ma era propria quella la frase a cui mi riferivo come frase probabilmente dettata dalla malattia. Per tutto il resto, hai perfettamente ragione. Grazie di esser passata di nuovo (:
EliminaIn questo post sembrava di rileggere la mia vita tranne per alcuni punti. Ti capisco perfettamente in tutte le sensazioni che provi: migliore amica con dca con cui io però ho ancora ottimi rapporti, l'idea di essersi inventata tutto e di aver mentito a se stessi quando in realtà forse non è vero che si ha un problema perchè non si è mai raggiunto il fondo, ma il fondo davvero; non dire più come prima al proprio ragazzo certe cose perchè si sa che gli si farebbe male, che non potrà mai capire fino in fondo ma non per colpa sua e che riprendere certe abitudini farebbe solo male a quel rapporto...e tutto il resto che hai detto. Con la differenza che io sono esattamente normopeso adesso, vado da una psicologa ma ciò non mi convince di avere un problema.
RispondiEliminaNeanch'io mi sono mai chiesta il perchè di tutto. Come hai detto tu so la mia storia, ma non so perchè ho reagito così a tante cose quando per altri invece sarebbe potuto essere diverso, più sano, o non so cos'altro. Mi sono chiesta a volte il perchè e l'unica risposta che mi sono saputa dare è stata banalissima, ho pensato che i dca sono come una punta dentro certe persone che prima o poi inevitabilmente deve farsi spazio e gli input che ci vengono dati servono solo a sviluppare la cosa...forse mi sbaglio e probabilmente questo pensiero non ha un vero senso perchè gli uomini sono tutti così deboli che è impossibile che solo ad alcuni siano toccate certe cose.
Hai fatto bene comunque a tentare di buttar tutto su carta, se non serve a risollevare la situazione magari è utile per avere un pò più di consapevolezza sia del bene che del male che c'è in te...
"Mi sto sentendo l'unica sulla faccia del pianeta a non esser mai stata in alcun tipo di terapia, e questo è un altro dato che contribuisce a farmi pensare di essermi inventata tutto e che in realtà non ho alcun disturbo."
RispondiEliminaL'ho sempre pensato anche io per la mia situazione. Sempre.
Per l'autolesionismo,io sono l'ultima che può darti consigli.
Mi taglio da due anni..
Ti seguo.
Concordo pienamente nel dire che la cosa più angosciante di tutte è rendersi conto razionalmente di ogni cosa, essere in grado di ascoltare qualcuno col medesimo problema, probabilmente anche contribuire alla sua risoluzione, ma non essere in grado minimamente di capire il proprio personale perché.
RispondiEliminaHai usato l'espressione più precisa possibile definendoti (e automaticamente, suppongo, definendoci) "bussola impazzita": la giusta via la conosciamo, ma abbiamo perso quella per noi.
Come tutte, ti capisco! Alla fine sembra quasi di non riuscire a trovare mai il momento adatto per affermarsi una buona volta e dire "CAZZO, CI SONO ANCHE IO QUI E STO MALE!" e quindi per farsi ascoltare e farsi sentire, dunque la cosa migliore è sbattere la realtà agli altri con le ossa. Solo con quelle realmente gli altri, forse, si renderanno conto che è sono stati anche troppo ciechi.
E' giustissimo aiutare chi ti è più caro e stargli accanto finché non è tutto sparito, facendosi da parte: dimostri di avere un sentimento sincero, qualsiasi esso sia. Tuttavia, è contemporaneamente giusto che anche questo venga fatto a te, prima o dopo.
Infine, sai però cosa penso, dato che anche io come te sto aspettando di mostrare bene le mie ossa? Che forse quando finalmente sarà PALESE questo malessere, potrebbe anche essere troppo tardi per noi che abbiamo aspettato troppo prima di liberarci.
Esiste anche la delusione, purtroppo.
Non so se ha senso quello che ho scritto, ma spero tu sappia leggere fra le righe (e sono sicura che lo farai).
Grazie mille del post che mi hai scritto e comunque grazie di confidarti con tutte noi.
Sei speciale.
Ti abbraccio.
Julien, il "silenzio" di questi giorni spero significhi che stai facendo un sacco di cose belle e che ti senti in forze e positiva e per quello non hai nemmeno il tempo di scrivere ;)
RispondiEliminaComunque, ti auguro una Buona Pasqua, che sia per te un giorno di vera Rinascita.
Ti abbraccio con tutto il calore possibile.