lunedì 28 maggio 2012

Chi ci fa e chi ci è.

Studio, nient'altro.
O forse, dovrei dire per lo meno questo.
Ho voglia di far bene, ho sempre voglia di far bene, in tutto ciò che comincio. Ma, c'è sempre un ma; alcune volte dato da fattori esterni, altre da me stessa, altre ancora semplicemente immaginari. Un esempio? Il primo esame orale che ho dato, Letteratura italiana contemporanea. Ci tenevo da morire ad ottenere il massimo, perché quel corso l'avevo seguito con passione e avevo studiato forse più di quanto avessi mai fatto in vita mia. Risultato: 30/30. Eppure quella sera l'ho passata a piangere, perché per me non era abbastanza. Non il voto, io non ero stata abbastanza per i miei parametri. Non ero soddisfatta di come avevo esposto i concetti, inceppandomi e cercando le parole giuste mentre dalla mia bocca uscivano inutili mh ed ehm di sospensione. A me piacciono le persone che parlano bene, quelle che sanno incantarti con l'arte dell'oratoria; quelle che qualsiasi cosa dicono, staresti ad ascoltarle per ore ed ore, per il semplice fatto che si esprimono divinamente. Io sono lontana anni luce da questo, e la cosa mi pesa doppiamente dal momento che mi trovo in una Facoltà di Scienze Umanistiche. Imparare ad esprimermi alla perfezione mi sembra il minimo. Probabilmente esagero, come mio solito. In realtà, non era solo per questo che piangevo quella sera.
Più che altro, era per il fatto che non riesco mai a godermi in pace i risultati che ottengo. M'impegno tanto, e di solito i risultati che porto a casa sono esclusivamente farina del mio sacco. Beh, non ricordo una sola volta in cui mi sono sentita soddisfatta di me stessa, di aver fatto qualcosa di buono, di aver meritato qualcosa. Una delle più grandi soddisfazioni che ho avuto nella vita è stato il primo dieci con la professoressa di italiano del liceo. Me lo mise ad un'analisi/recensione di “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello - ammetto che ci avevo lavorato sodo, che ci avevo messo anche un pizzico di cuore, e speravo che questo venisse percepito; non mi aveva comunque mai messo meno di otto, lei che tutti dicevano fosse troppo stretta di voti e che sui compiti scritti, nel resto della classe, fioccavano i quattro ed i cinque come papaveri a primavera. Nonostante fossi abituata a voti alti con lei, non mi sarei mai aspettata più di nove. Mentre li riconsegnava, lasciò il mio compito per ultimo, senza nascondere un sorriso che sembrava di orgoglio e soddisfazione. Comunicò il mio dieci davanti a tutta la classe, confessando che era il primo che metteva in tutta la sua carriera - piuttosto lunga, tra l'altro. Quel che provai io fu dapprima quasi un senso di commozione - non per il voto, ma per il fatto che io fossi la prima ad aver dato abbastanza per ottenere tanto da lei che come ho già detto in qualche post precedente, lo ribadisco, è una persona per cui nutro una stima unica. Dopo poco però, quella commozione si tramutò in qualcosa di diverso, a cui un nome non so attribuire. Capitava spesso, però. Il secondo dieci me lo mise in quinta, ad un saggio breve con cui litigai per una settimana; ad un tratto mi si accese la famosa lampadina, e scrissi di getto tutte le colonne a disposizione. Mi sembrava riuscito decentemente, ma nulla di che. Anzi, anche sotto i miei standard. Invece, lei lo definì perfetto. Impensabile, per me, che io possa essere l'artefice di qualcosa di perfetto. Quella volta a sapere del mio dieci non fu solo la mia classe, ma praticamente metà scuola. Mi mandò a chiamare durante la ricreazione, che quel giorno non aveva lezione con noi; entrai nella classe dove si trovava, una quarta, mi sventolò davanti il mio compito privo di correzioni, che di rosso aveva solo quel dieci scritto e sottolineato sotto il mio nome. Mi abbracciò, mentre i ragazzi e le ragazze di quella classe si complimentavano e mi guardavano stupiti, scherzando sul fatto che per loro prendere sei era già il miracolo. Ancora adesso, quando torno nel mio vecchio liceo, gli studenti che mi hanno conosciuta anche solo di vista si ricordano di me come di quella che scriveva bene. Mi piace esser ricordata così, ma da una parte fa un effetto strano; perché vorrei, vorrei davvero tanto, che fosse così sul serio, vorrei esserlo nella vita quella che scrive bene, vorrei fare la Scrittrice a dirla tutta, anzi, no, non posso dirlo così. Ho sempre pensato che non si facesse gli scrittori, così come non si fa il pittore, non si fa il ballerino, il cantante, l'attore e via dicendo ma: si è. Sono convinta che tutto quel che rientra nel campo artistico non lo si può diventare veramente se non si ha, da sempre, una qualche spinta spontanea dentro. C'è una gran differenza tra un individuo che da un giorno all'altro decide di dedicarsi alla fotografia e qualcuno che vede, sente qualcosa di indefinibile quanto unico nell'atto di fermare il tempo in un'immagine. L'esempio si ripete con tutte le forme d'Arte. Non voglio apparir presuntuosa, chiunque è libero di cimentarsi in qualunque cosa; ma, a mio parere, c'è una gran differenza tra chi fa e chi è qualcosa.


Come sono arrivata a parlar di tutto questo? 
Bah, i pensieri corrono e le dita li rincorrono sulla tastiera.
Sì, stasera ho voglia di scrivere, nulla in particolare, solo scrivere.


Domani potrei aver l'opportunità d'incontrare due pezzi grossi della Letteratura italiana, uno in particolare è praticamente un monumento. Mi fa quasi strano pensare che esista veramente, che dopo anni passati a sentirlo nominare a destra e a manca quasi mi sembrava un'entità superiore. Io ed una mia compagna di corso ci siamo accordate per fare il possibile per arrivarci, che di sicuro accoreranno in molti e l'ingresso è libero fino ad esaurimento posti. Spero con tutta me stessa di riuscire ad entrare in quell'aula, quest'anno m'è capitato d'incontrare diversi personaggi di spicco della nostra cultura - anche alcuni di cui in realtà, fino a poco tempo prima sapevo ben poco - ed ogni volta mi sono portata via qualcosa di speciale, un pezzetto in più, una crescita. Sono occasioni che non vanno perse, perché non puoi sapere se e quando ti ricapitano.


♪♪♪

Per tutto il resto, son giorni strani, questi. O forse dovrei solo dire non più strani del solito.
Il fine settimana è stato difficile - per il cibo, per i miei stati d'animo, perché troppo spesso mi sento fragile, insicura, triste, sul punto di andare in mille pezzi. Non son mai stata una ragazza di vetro, io. Sono andata spezzo in pezzi, è vero, ma ho sempre saputo gestire la situazione, incollarmi a nuovo nel giro di cinque minuti e continuare come nulla fosse successo. Ora, non so. A volte mi sembra di non farcela e basta. Ma ce la si fa sempre, perché non c'è alternativa. La cosa che mi fa star male, sempre, è la sensazione di non poter essere capita. E' questo che mi fa sentire tremendamente sola, in quei momenti.
Il mio peso è sempre lo stesso. O meglio, oscilla sempre tra gli stessi numeri e sono stanca, non ne posso più. Non capisco nemmeno il mio comportamento al riguardo, non so con quale atteggiamento mi sto ponendo di fronte a tutto ciò. E' come se la mia forza di volontà si fosse volatilizzata. Anzi no, non è vero, non è questione di forza di volontà: è disinteresse. Sono stanca di pensarci. Se vivessi da sola, probabilmente non mangerei niente. Andrei avanti a caffè, foglie di lattuga scondita, qualche yogurt. Il cibo non m'interessa. Ma bisogna sedersi a tavola ai pasti comandati, colazione pranzo cena, colazione pranzo cena, colazione pranzo cena, colazione pranzo cena, colazione pranzo cena - da bravi automi, avanti, qualcuno ci ha detto che bisogna mangiare tre volte al giorno. 
Avete consigli da darmi? Ho bisogno di vedere i quarantacinque, il prima possibile. Non riesco a guardare la mia faccia, odio i miei capelli, uscire di casa sembra chissà quale impresa. Sarà stupido, ma quei due chili in meno mi davano quel poco di sicurezza in più.

Un abbraccio a tutte.

venerdì 25 maggio 2012


Riesco a deludermi ogni singolo giorno.
Se non è per il cibo, è comunque per qualcos'altro.
Non c'è una singola sera in cui io vada a dormire soddisfatta di me stessa.
Un motivo per odiarmi, criticarmi, avercela con me io lo trovo sempre.
E non lo faccio nemmeno apposta, giuro.

Oggi ho ingerito solo caffè e cappuccini, una foglia d'insalata scondita per cena ed una bottiglietta di una bevanda zuccherata da 130kcal per tenermi in piedi durante la giornata visto che ero in Università. Pesavo 46.5kg, di sera, vestita.
E non m'importa. Finché non vedo il 45, un numero vale l'altro.

C'è che sono proprio triste stasera. E come sempre, quando ne ho bisogno non riesco mai a piangere. Ho messaggiato ininterrottamente con la mia migliore amica, che era più o meno nelle mie stesse condizioni. Non smetterò mai di ripetere quanto sono fortunata ad avere lei.

Sono triste, tutto qua.
Ah, e oggi { 26 maggio } compio ventuno anni.
Tanti auguri a me.

mercoledì 23 maggio 2012

Pero el silencio es la mas elocuente forma de mentir.


Kurt Cobain è la persona in cui, in assoluto, più mi riconosco. 
Tanto nella sua musica quanto nel suo malessere.

Scrivo con le lacrime agli occhi.
Non scendono, se ne stanno solo lì ad appannarmi la vista. Scrivo quasi tremando, con lo stomaco un po' in subbuglio che non si risparmia dal farsi sentire.
Scrivo dopo aver ingurgitato: mezzo pacco di patatine al rosmarino, un cornetto integrale al miele, una kinder delice al cocco.
Voglio morire.


No, non è vero, non voglio morire, non adesso.
Voglio solo esser sottile, riavere i quarantacinque chili del mese scorso, voglio smetterla di sentirmi così, così inutile, così frustrata, così insignificante, così incapace, così fallita, così uno schifo. L'unica cosa che riesco a sentire in questi giorni è la musica. Dio, quanto amo la musica. Ce ne sono alcune, in particolare, a cui mi sono aggrappata quasi fossero veramente la mia salvezza. Anche se ogni volta che le ascolto mi sembra di andare in pezzi, letteralmente. D'altronde, vado in pezzi un po' per ogni singola cosa. Mi sento malissimo in questo momento, davvero.
Domani mi aspetta un'intera giornata chiusa in casa a studiare - potrei andare in biblioteca, o in un bar, ma la verità è che mi sento troppo una merda anche solo per mettere un piede in strada. Ho intenzione di fingere un malore e semi-digiunare. Imbottirmi di tisane, tè, caffè. Se proprio non ce la faccio, giusto uno yogurt. Domani va così, vi do la mia parola ché il non volervi deludere forse mi funge da motivazione.


Un abbraccio a tutte,
J.

lunedì 21 maggio 2012

I feel like shit, and all I can do is feel it.


Una maschera di gesso.
Su cui di tanto in tanto si apre una crepa.
La persona che la indossa sussulta, perché non può permettere che il suo volto venga scoperto.
Appena ha la certezza che nessuno la noti, si rifugia in un angolino, ripara la crepa come meglio 
può e tutto torna esattamente come prima.
Fino al prossimo sussulto.

Così sono riuscita a descrivere la mia esistenza in poche, significative righe. E' esattamente così che vado avanti, celando il casino che ho dentro, andando nel panico quando mi sembra che non ce la faccio e cerco conforto e cerco di parlare e cerco di mostrarmi per quel che sono, e poi ricomponendomi, come nulla fosse.
E' successo sabato sera. Non so nemmeno il motivo, forse la semplice stanchezza - quella che per rimediare non basta mica una dormita; forse, ha contribuito un fattore che per orgoglio mi rifiuto di riconoscere come causa del mio sconforto. 
Non so rispondere alla domanda più semplice del mondo: come stai?
D'altronde, sono una persona incapace di mangiare - il bisogno primario assieme a respirare, la più semplice ed umana delle azioni da compiere quotidianamente, che addirittura dovrebbe portare piacere, appagamento, soddisfazione, seppur momentanee. A volte, a pensarci, mi sento davvero stupida. Guardo gli altri e sembra tutto così assurdamente semplice - colazione, pranzo, cena. Ti siedi a tavola, mangi. Ti lasci avvolgere dagli odori, riempi il palato di sapori e spezie, ti lasci riempire da pasta super condita, da pane con affettati e formaggi, da qualsiasi cosa ci sia sulla tavola; magari concludi con qualcosa di dolce, un frutto e pure un pezzetto di cioccolata, così, per non farti mancare niente. E nel corso della giornata qualche spuntino qua e là, sai, semmai ti viene voglia di qualcosa di particolare o semplicemente hai un leggero languorino. Fine, è tutto qua. Hai vent'anni, cinquanta chili sarebbe un peso normale. E' davvero così difficile?

Sì, lo è. Per me lo è, io non ne sono capace.

Quando pesavo cinquanta chili non ero nemmeno in grado di uscire di casa, mi pesavano come li portassi sulle spalle piuttosto che distribuiti malamente su tutto il corpo; non ero in grado di guardare negli occhi le persone, a volte nemmeno di concentrarmi su quello che dicevano perché troppo in ansia per cose assolutamente inutili a cui, di sicuro, ero l'unica a badare. Probabilmente sono solo un'altra stupida egocentrica che vive a questo mondo, eppure io non reclamo l'attenzione di nessuno. Non voglio niente, o forse voglio tutto - fa lo stesso, tanto il troppo pieno equivale al vuoto. Fatto sta che io sono in grado di impegnarmi in imprese ardue e grandiose, ma non di mangiare come una qualsiasi persona normale. 
E' sempre troppo poco o troppo, è sempre nei tempi e nei modi sbagliati, è sempre senza piacere e con troppo dolore. E' sempre con odio, e mai con amore.

Confermo che tentare di esprimere quel che ho dentro è una missione destinata a fallire; posso farlo solo ed esclusivamente con la mia migliore amica, perché solo lei può capire, mi ritengo già fin troppo fortunata ad avere lei. Non m'interessa avere attenzioni né voglio che gli altri si preoccupino per me; l'unica cosa è che mi fa male quel muro che esiste tra me ed il resto del mondo. Mi fa male essere la ragazza che fa ridere tutti non appena apre bocca, quella dalla battuta sempre pronta, che ride e scherza e non si nega mai se qualcuno ha bisogno di ascolto, comprensione, consigli, di esser rimesso in piedi. Mi fa male comportarmi così anche col mio ragazzo, quando con lui più che chiunque altro vorrei esser me stessa - incubi e dolore inclusi.
Ma disgraziatamente ho imparato che fa ancor più male sapere che una persona che ami sta soffrendo a causa tua, perché a te ci tiene davvero e non sopporta di vederti soffrire. Ci sono stata anch'io dall'altra parte, so cosa vuol dire vedere qualcuno intento e determinato a distruggersi, qualcuno dal cuore d'oro e gli occhi ormai andati a male. So cosa vuol dire sentirsi impotenti, inutili, inermi di fronte a situazioni che non potrai mai risolvere. So bene cosa vuol dire posare le proprie armi e, col cuore in pezzi, doversi dire: ok, ho capito, non basto io, non posso fare nulla di più. So anche cosa vuol dire restare lo stesso, restare sempre, dare l'anima in affitto per far riposare al caldo quella persona quando si sente stanca, e andare avanti così in eterno - che sola non la lasceresti mai. 
Ecco, proprio perché so tutto questo non voglio mettere nessuno, tanto meno lui, in questa situazione. Quindi taccio, mi mordo la lingua, mi lacero le labbra, mi graffio le braccia, urlo in silenzio. I feel like shit, and all I can do is feel it.

Il diario alimentare di questo fine settimana mi sembra ridicolo. Nessuna vera abbuffata, ho solo mangiato qualcosa, qualcosa tipo due cornetti integrali col miele Misura, che hanno 190 calorie l'uno; qualcosa tipo un paio di biscotti inzuppati nel cappuccino, qualcosa tipo un quadratino di cioccolata dietetica dopo cena. Roba da niente insomma, che a me sembra una tragedia, il cui apice si raggiunge col penultimo lassativo rimasto nella scatola. Perché? Perché, è l'unica cosa che riesco a chiedermi. Il peso è lo stesso, quarantasei chili punto qualcosa. A me sembra sempre troppo, eppure il corpo mi dice che sto mangiando poco: freddo quasi costante, testa spesso leggera, gambe a volte instabili. Io mi riempio di caffè e latte caldo, è l'unica gentilezza che mi faccio.
Mi sento così fragile, così vulnerabile; troppo spesso sono emotivamente bloccata, non sono capace nemmeno di piangere. Ed in questi giorni ne avrei un bisogno immenso... Adesso, per esempio, vorrei piangere guardando l'elenco degli appelli d'esame, ne ho troppi da preparare ed io ho perso da qualche parte la motivazione, dev'essere da qualche parte assieme alla forza che non sento più. Così non va, non ci siamo.

“Ma che stupida che sei,
stupida un'altra volta,
che parli ad uno specchio e mai
alla persona giusta.”
( ho scoperto solo adesso quanto mi rispecchia questa canzone, ogni singola parola. )

sabato 19 maggio 2012

La nebbia e l'insalata


Certi errori ortografici, quando poi rileggendo te ne accorgi, son davvero buffi - se così si può dire. 
Tipo nel mio ultimo post, verso la fine volevo scrivere “e stamattina ho rivisto il quarantaseipuntosette”, ma al posto di rivisto è uscito fuori rivinto. Nonostante non ci sia proprio niente di divertente, mi è sembrato che in questa svista ci fosse una buona dose di amara comicità. Già, perdere peso, la nostra vittoria...
Ho in mente talmente tante cose di cui potrei parlare che non riesco a decidermi. Mi sembra che tutte abbiano la medesima priorità, nessuna preme particolarmente per essere esposta, tutto quel che ho dentro vorrebbe uscire tutto insieme - esser vomitato, tanto per restare in tema. Dilungarmi su un argomento significa necessariamente escludere o rimandarne un altro ( come aveva ragione il mio caro Kierkegaard col suo aut/aut ).

Tra ieri e oggi, mi rendo conto che non sto mangiando veramente niente. E non lo faccio nemmeno apposta - non voglio, non ne sento il bisogno, non sento la fame, gli odori e l'avere il cibo davanti più che tentarmi mi disgusta. Ieri mattina ho fatto colazione con un cappuccino con dolcificante prima di uscire da casa, verso le quattordici sono in Università e una mia amica mi chiede se ho già pranzato. “No”, dico io “ma non so se ho intenzione di farlo, non ho fame”. Andiamo alla solita pizzeria, dove si paga pochissimo per delle porzioni fin troppo abbondanti. Lei prende un piatto di pasta fredda e prova ad insistere affinché prenda qualcosa anch'io; spinta solo dal timore che il mio stomaco brontoli mettendomi in imbarazzo più tardi a lezione, prendo una porzione d'insalata. Il ragazzo dietro il bancone riempie esageratamente il piatto, basta - vorrei dirgli - mezza cucchiaiata bastava e avanzava! Prende due pezzi di pizza bianca e li mette sul bordo del piatto, porgendomi il tutto. Mi sento fragile, mi sento sconsolata, mi sento in gabbia. Ci sediamo, io ispeziono nel dettaglio la mia insalata - sembra dell'innocua insalata iceberg, con pezzetti di peperone rosso e cetriolo. La mia amica finisce il suo piatto di pasta, io mando giù un paio di forchettate poi la lascio a lei - che ha ancora fame però non vuole accettare perché le sembra di togliermi il pranzo, tanto se non la mangi tu finisce nel cestino, le dico io. 
A cena c'è un ben di dio a tavola: hamburger e patatine fritte per mio fratello, mia sorella ed un suo amico, una portata enorme di cozze ( che non mi piacciono per niente ) con il pane abbrustolito e condito col sugo - che come lo fanno i miei è di una bontà indescrivibile; io ho messo nel mio piatto due foglie contate di insalata scondita con mezza cucchiaiata di stracciatella. Quel pane mi stava chiamando, ma non posso e basta. 
Stamattina ho fatto il mio sgarro settimanale: un cornetto semplice a colazione, che in realtà nemmeno volevo. Qualche giorno fa non vedevo l'ora che fosse sabato mattina per andare al bar con mia madre, e godermi quel benedetto cornetto; oggi invece l'ho mangiato solo perché io e mia madre avevamo deciso così. Torniamo a casa, scendiamo da mia nonna, in settimana hanno compiuto gli anni sia mia zia che mio cugino. Nemmeno guardo cosa c'è nelle pentole, non voglio niente; passo il tempo con mia cugina, a chiacchierare del più e del meno e ad aiutarla a mettere lo smalto. Quando riguardo sulla tavola, è magicamente comparso un vassoio di pasticcini. Mi piacerebbe metterne in bocca uno alla crema coi pezzetti di frutta sopra, oppure quello al tartufo; ma non posso. Mi alzo, mi verso del caffè e ci aggiungo un goccio di latte. Non pranzare è il minimo dopo il cornetto - questi gli stupidi ragionamenti che vanno avanti automaticamente nella mia testa.
Oggi pomeriggio ho preso l'ennesimo cappuccino con dolcificante e uno yogurt avena&noci. Può darsi che stasera sarò sola a casa per cena, quindi potete immaginare. Ma anche se non dovessi esserlo, fa lo stesso.
Ero 46.2, stamattina.

Lo stato d'animo in cui sono adesso, è di ovattata ed annebbiata serenità.
Non sto bene, non è vero che sto bene, come posso anche solo pensarlo? E' che sono abituata ed indifferente. Fin troppo indifferente... Sembra come se non m'importi, come se va sempre tutto bene così; e non lo dico tanto per dire, è quel che sento veramente.
Ieri pomeriggio, mentre tornavo a casa in treno, sentivo il lancinante bisogno di avere il mio ragazzo fisicamente accanto. Volevo le sue labbra calde sulle mie, volevo un suo abbraccio. La nostalgia e la mancanza a volte mi straziano e non posso dirlo a nessuno perché “tu almeno ce l'hai un ragazzo che ti ama, di che ti lamenti!”. Ah, già, perché è facile star lontani per mesi dalla persona che più vorresti accanto sì, una vera passeggiata. Vedeste quant'è bello, con quegli occhi a mandorla color cioccolato, con quel sorriso capace di farti sciogliere come una noce di burro, con quella voce armoniosa. Vedeste quant'è bello...
E poi negli ultimi giorni mi si riaccendono in mente gli episodi più duri e difficili in diretta dal mio passato, e io non capisco perché, e non capisco perché adesso; e chiudo gli occhi e scuoto la testa che non voglio vedere, so che non potrò continuare a reprimere, chissà, forse finirò col riversarli qui che altrove non posso.

Le note positive di questa settimana, sono il taglio di capelli - mi dicono che ci sto bene, mi dicono che è una figata pazzesca; io non ne sono sicura, anzi, ma non m'importa più di tanto - e l'aver fatto il secondo ed il terzo tatuaggio, così, in una volta sola. Poche cose mi danno soddisfazione come il fare un tatuaggio: passare il tempo con i ragazzi in quello studio incasinato, finché non mi trovo sotto gli occhi esattamente quel che voglio addosso. Adoro tutti i passaggi della preparazione, non mi dispiace nemmeno sentire l'ago pungere la pelle, ché nemmeno fa così male come dicono, anzi. O forse la mia parola non vale, in fondo mi sono allenata parecchio per conto mio a sopportare il dolore fisico. Amo i tatuaggi, quelli veri, quelli che dietro hanno una storia, quelli che per forza raccontano qualcosa di te. Ne ho in lista almeno altri tre, forse quattro, appena ne realizzo uno me ne viene in mente un altro. 

Avrei, credo, un altro miliardo di cose da dire. Ma ora non riesco, ora non lo farei nel modo giusto - ora che il sole inizia a tramontare ed io gelo nel freddo che sento, quello che non c'entra niente con la temperatura esterna, il freddo dello stomaco vuoto, per capirci.

Vi auguro un buon sabato sera e vi abbraccio tutte.

giovedì 17 maggio 2012

We all have scars, we all have stories.

Ho letto i miei post. Non mi sono vista. In tutto ciò che ho scritto, c'è ben poco di me. E so anche spiegare perché: semplice, ho deciso di aprire questa pagina per affrontare l'aspetto più delicato della mia vita. Che, per me, non è e non è mai stato semplice da affrontare. Quando provavo a parlarne con qualcuno - ai tempi in cui ancora provavo a parlarne - quel che dicevo non era mai la realtà. Anche quando m'impegnavo, anche quando volevo dar forma precisa a quel che avevo dentro, scolpire i sentimenti con le parole come un'artista fa col marmo, non ci riuscivo. Persino quando le parole giuste ce le avevo in bocca - sostantivi, aggettivi, sinonimi, verbi, contrari, la compagnia intera. Lì nella bocca erano destinate a restare, ad impastare la lingua e a provocare quello stesso senso di nausea e disgusto che mi provoca(va) il cibo. Parole, emozioni, sentimenti - tutto il mio stupido ed incomprensibile dolore - incastrato da qualche parte tra l'anima ed il palato. Un modo di dire che ho inventato tanto tempo fa, immaginando una sorta di magazzino dove si accatastavano tutte le mie cose non dette. Immaginando - sperando - che non andassero perse e che, un giorno, sarei potuta entrare in quel fabbricato ingombro e disordinato, e che starnutendo per la polvere, con cura e pazienza, sarei stata in grado di aprire ad uno ad uno quegli scatoloni. Dare una lucidata a tutte quelle cose non dette, belle o brutte che fossero; tenerle in mano, guardarle. Non sarebbe stato nemmeno tanto importante dirle a quel punto: sarebbe bastato il fatto che esistessero ed avessero una qualunque forma - qualunque, purché concreta.
Ad oggi, continuo a sperare che quel posto esista nonostante io non l'abbia ancora trovato.
Il mio desiderio, per il momento, è quello di esser vera. Qui e adesso, davanti a tutti quegli occhi che cadranno su queste parole, perché si tratta di occhi che possono capire. Ed io, che ho tutto ciò di cui (in teoria) si ha bisogno nella vita, ho bisogno solo di questo: comprensione.
Facciamo che adesso ricomincio da capo; facciamo come se questa fosse la prima cosa che scrivo qui; facciamo che non faccio finta di essere un'esaltata che vede nella magrezza estrema la soluzione a tutto. Facciamo che adesso sono sincera e trovo il coraggio di spogliarmi dinanzi a voi, che vi racconto qualcosa di me e che d'ora in poi sarà tutto atrocemente vero.


Salve a tutte/i, il mio nome è J. Ho vent'anni, vivo in un piccolo paese di provincia a mezz'ora di distanza da una delle città più belle d'Italia, una città che un tempo amavo anch'io e che a tratti amo ancora, ma che ormai mi soffoca e mi schiaccia, tanto che sospiro guardando al giorno in cui me ne andrò di qui - possibilmente proprio in un altro Stato. Sono per metà svedese, per parte di madre. Torno lassù al nord ogni estate, è un dato di fatto che appartengo molto di più a quei paesaggi immensi e boschivi e a quella gente mite e gentile che non a questa terra di sole, sughi ed eccessive esuberanze. Di fatto, è lì che voglio stare. Amo la pioggia e l'inverno, il caffè ed il suo odore sono la mia àncora di salvezza in certe giornate difficili; sono drogata di letteratura, ci sono momenti in cui penso seriamente di desiderare di mandare al diavolo tutto e passare la vita intera rintanata in un posto confortevole con una scorta infinita di libri. Sono belli, i libri - da maneggiare, annusare, sfogliare. Io non mi limito a leggerli: io li vivo. Sono al primo anno di Università, studio Lingue & Letterature Straniere (l'indirizzo in realtà è molto più lungo, ma fino all'anno scorso si chiamava così). Ho scelto l'inglese, con cui non ho mai avuto difficoltà e che mi ha sempre fatto sentire a mio agio, lo spagnolo, per cui nutro un amore inspiegabile quanto viscerale, e lo svedese, che già parlo correntemente ma che stento a scrivere e di cui ignoravo completamente la grammatica.
Da un anno e mezzo ho una relazione con un ragazzo che vive a circa seicento chilometri di distanza da me, il modo in cui ci siamo conosciuti e lo sviluppo della nostra storia è stata una cosa da film o da romanzo; quelle cose che sei irrimediabilmente convinto non accadano nella realtà, specie ad una come te - che nessuno ha mai guardato, di cui nessuno si è mai accorto. Finché non ti ritrovi a viverle e sei costretta a distruggere tutte le tue convinzioni, a mandare giù il fatto che tutti quegli odiosi modi di dire sull'amore e su “quello giusto che arriva quando meno te l'aspetti” si dimostrano dannatamente veri. Non possiamo vederci praticamente mai. La media, finora, è stata di ogni tre/quattro mesi - aspettiamo mesi per pochi giorni insieme. Ora, il progetto, è che lui dopo l'estate si trasferisca da me, ma dobbiamo combattere contro genitori avversi e mille altre difficoltà. Se il piano non funziona, vederci sarà sempre più difficile - per gli impegni e soprattutto per i soldi, tutti questi viaggi costano e non poco. Posso solo aspettare, sperare, studiare - ogni tanto tremare.
Sono una persona estremamente complicata, lo sono sempre stata. Faccio una fatica estrema a mostrarmi per quello che sono, non ci riesco; questo mi fa soffrire. Mi dimeno in continuazione, sbattendo da mattina a sera contro le quattro mura della mia mente, senza che nessuno possa accorgersene. Ho capito, molto tempo fa, che questo 'qualcosa' che non mi lascia in pace mai è quel qualcosa che va liberato in maniera artistica - lo dico senza presunzione alcuna, non mi reputo un'artista, sono una ragazza incapace di esprimersi consapevole però di avere un'infinità di materia grezza dentro, che nelle mani di un'altra persona sarebbe puro diamante. Ho studiato danza per molti anni, ballare è stata la mia ragione di vita e la cosa che nei momenti più bui mi ha impedito di cadere definitivamente; poi un piede spezzato in due, il lavoro di un intero anno di fatiche indescrivibili sfumato via come niente, sciolto assieme alle lacrime che nessuno ha visto scendere. Rivedo me stessa incespicare sulle stampelle per andare a vedere lo spettacolo di fine anno - loro, le mie compagne, la mia famiglia che si esibivano senza me. Ricordo il mio cuore congelato nelle mattine e nei pomeriggi e nelle sere in cui mandavo sms d'incoraggiamento per tutte le gare di quell'estate, ricordo i miei “è come se fossi con voi”, ricordo tutti i “ballerò anche per te oggi” ricevuti in risposta. Ricordo i lividi blu sulla pancia a causa della puntura quotidiana che mi toccava fare per impedire che si bloccasse la circolazione nella gamba - e le foto delle ragazze sui palchi sparsi per l'Italia nelle più importanti manifestazioni di danza. Ricordo il giacchetto nero col nome ed il simbolo del gruppo stampato sopra, appeso nell'armadio, che non riuscivo nemmeno a guardare - e le coppe e le targhe che loro vincevano senza di me. Ricordo la solitudine di quell'estate, ricordo la mia bocca che si apre e continua a riempirsi di cibo, che tutti me ne portavano come consolazione. Per me non lo era affatto, per me era solo rabbia, frustrazione, dolore, odio verso me stessa. Era la paura di non riuscire più a recuperare, di aver perso tutte le poche capacità acquisite in anni di sacrifici, di esser stata esclusa - sbattuta fuori - dall'unico mondo in cui mi sentivo viva. Ricordo i miei passi traballanti il successivo settembre, che dopo tutti quei mesi tornano a calpestare il parquet della sala; ricordo gli occhi lucidi mentre la mia mano sfiora la sbarra, ricordo la pelle sciogliersi nel sentire l'odore della pece; la sala era ancora vuota e ricordo che il mio riflesso in quegli specchi immensi sembrava più piccolo e questo, almeno, mi era di consolazione. Ricordo che, nonostante tutto, provavo già la profonda tristezza che si prova nei confronti di qualcosa - o qualcuno - che è stato tuo più delle tue braccia o delle tue gambe, e che ora non lo è più. Che nonostante ti ci aggrappi con tutte le tue forze, lo senti scivolare via come sabbia, e non puoi farci niente. Ricordo poi la mia insegnante che entra e mi abbraccia, forte, senza dire niente - e quel gesto che per me, in quel momento, diceva: non hai ancora perso niente, tutto questo è ancora tuo. Ricordo quel primo mese - i muscoli di legno, atrofizzati, le gambe che non s'alzavano più come quando tutti restavano a bocca aperta quando lo facevo; ricordo le altre che sorridevano e bevevano acqua fresca e mi abbracciavano, senza poter neanche lontanamente immaginare la fatica che stavo facendo; ricordo i miei sorrisi di circostanza, il sudore gelido lungo la schiena, la paura serpeggiante, e ad ogni nuovo salto il flash del mio piede che va in frantumi come un bicchiere di cristallo. Ricordo come poco dopo quella sensazione che tutto stesse scivolando via divenisse più forte di giorno in giorno; ricordo le prime lezioni saltate, io che non ero mai mancata nemmeno con quaranta di febbre né quand'ero totalmente distrutta dai miei disturbi alimentari. Ricordo i rimproveri di mia madre e le mie lacrime, che nessuno capiva dov'era il problema. Il problema era che solo ballando riuscivo a sentire di esistere, e di punto in bianco non avevo più neanche questo. Quando ballavo, io raccontavo qualcosa, raccontavo me stessa; in quel periodo mi sembrava di eseguire dei passi senza metterci dentro nient'altro. Ricordo la lunga chiacchierata con la mia insegnante, una sera, ed il suo “son periodi, capitano, prenditi tutto il tempo che ti serve”. Ricordo la fiducia, la speranza, ricordo un giorno in cui ballai di nuovo davvero e lei che mi disse “oggi ti ho vista di nuovo”. Ricordo come quello fu solo un episodio, un illusione, ricordo come poco dopo scoprii che non potevo fidarmi nemmeno di lei, la mia insegnante, l'unica a cui invece mi ero aggrappata per continuare a credere in quel che facevo. Ricordo il freddo. Ricordo l'ultimatum che detti a me stessa, in gran segreto: se al prossimo spettacolo, salendo sul palco, non provo niente... basta, è finita. Arrivò dicembre, arrivò uno spettacolo di beneficenza per Natale. Ricordo me stessa sui gradini verso il palco, coi costumi di scena, resa quasi irriconoscibile dal trucco. Ricordo il nervosismo, dovuto solo all'esito che quella prova avrebbe avuto per me. Ricordo il presentatore che racconta chi siamo e che poi chiama il nome del gruppo. Ricordo me stessa nelle quinte laterali, poi la musica che parte, poi io - al centro del palco, a cercare di dare l'anima e trovandone solo dei pezzetti riciclati. Ricordo le luci sul viso, la massa indistinta del pubblico, il palco un po' troppo scivoloso ed il mio combattere contro quella sensazione strisciante di non farcela, di non riuscire ad arrivare alla fine. Di fermarmi e andare in pezzi. Ma lo spettacolo deve andare avanti, sempre, quindi tenni la maschera al suo posto. Ricordo l'indifferenza, la freddezza, il vuoto più totale. Rivedo me stessa scendere i gradini circondate dalle altre, che esultavano e sorridevano felici perché era andata alla grande; ricordo il mio scappare in bagno, il mio non sapere che fare perché ormai sapevo che tutto era andato a puttane. Ricordo le due dita in gola, il male atroce allo stomaco. Ricordo i miei occhi affondati nello specchio, le mani poggiate al lavabo, e il niente totale che provavo. 
Avevo sedici anni, e quella sera sono morta più di quanto avessi già fatto fino ad allora.
Uscii dal bagno, strinsi mani, abbracciai e mi lasciai abbracciare, mi presi complimenti che non mi appartenevano, andai via, tornai a casa, non dormii, non avrei ballato più, non sarei esistita più.
In realtà, per la danza non avevo un talento naturale. Avevo solo una passione più grande di qualunque cosa, più grande - inutile negarlo - di tutte le altre ragazze che avevo attorno. Non riuscii a provare più un sentimento così per nient'altro. 
In realtà, a quanto pare il mio vero talento è per la scrittura. Tutte le insegnanti di italiano che ho avuto, dalle elementari alle superiori fino a questo primo anno di Università, non si sono esentate dall'affermarlo. Non ci avevo mai creduto davvero, finché la professoressa di letteratura italiana avuta dalla terza superiore - una persona per cui nutro una stima unica - mi prese da parte, mi guardò coi suoi splendidi occhi azzurro cielo e mi disse: “Te lo dico chiaramente, tu dovresti fare la scrittrice. Saresti sprecata per qualunque altra cosa.” Qualcosa mi scattò dentro. Capii che la scrittura era la cosa che mi era appartenuta da sempre, e dalla quale non avevo fatto che scappare proprio perché veniva da una parte troppo profonda di me. Ad oggi, con essa ho un rapporto difficile, di amore-odio, ingestibile, che come tante altre cose mi suscita sofferenze e tormenti che gli altri non riescono proprio a capire.


In mezzo a questi capitoli, ci sono un miliardo di altre cose. Ci sono i quattordici ed i quindici anni, gli anni peggiori in assoluto della mia vita. C'è un ragazzo che ne ha fatto parte per troppo tempo, che non ho mai incontrato, che mi ha salvata e poi mi ha dato la spinta definitiva dal precipizio, per continuare comunque a comparire e sparire dalla mia esistenza fino a poco tempo fa. Poi ci sono i sedici anni, quelli in cui sono diventata un cumulo di odio e rancore, quelli in cui ero uno scheletro ambulante dagli occhi scavati, maglie troppo larghe e braccia sempre più striate di rosso. Quelli in cui un altro ragazzo s'è intrufolato nelle mie giornate, senza che nessuno glielo chiedesse, senza che io lo volessi; e ci si è intrufolato solo per aiutarmi a morire ancora un po', coi suoi tira e molla, col suo insegnarmi che ero una che nessuno avrebbe mai potuto amare davvero. Anni in cui a me proprio non ci si poteva avvicinare - e poi i diciassette, che continuarono a svuotarmi addosso amarezza, solitudine e mancanze; mi portarono però anche quella che ancora oggi è la mia migliore amica - definizione riduttiva - con cui condivisi il mio inferno e anzi il mio si mescolò al suo e diventò un tutt'uno difficile da distinguere. I diciotto, ancora vuoti e senza sapore, conditi solo da qualche giornata di fuga, di libertà. Poi l'estate, io e lei lontane da tutto, lontane dai problemi, per una volta. Poi agosto, io sola a casa, io in caduta libera, io che perdo sette chili da un giorno all'altro. Io che conosco quella persona speciale, proprio attraverso le parole. Una corrispondenza che dura per i mesi successivi, che mi scalda mentre arriva l'autunno e che mi lascia sorpresa, stupefatta, impreparata e confusa di fronte a quel che, lentamente, sta succedendo. Poi dicembre, io che mi ritrovo ad aspettare un treno lungo la banchina, un primo abbraccio timido ed il giorno dopo, davanti a due tazze di tè nel bar di una libreria, l'inizio della favola.


In mezzo a tutto questo, ci sono io.
Io che ingrasso e dimagrisco, che non mangio, mi abbuffo, salgo sulla bilancia, abbraccio la tavola del wc, mi scortico le nocche delle mani, sento lo stomaco andare in pezzi, mi dico basta, a volte ci credo, a volte l'ho promesso poi ho smesso di promettere che odio non mantenere la parola data. Io che prima non faccio che piangere e che poi non ci riesco neanche quando ne ho bisogno da morire, io che cedo troppo facilmente alle lamette, io che mi copro e voglio essere invisibile, io dagli occhi vuoti, io troppo magra e mai abbastanza, io sempre in guerra con me stessa. Io che, dopo un'adolescenza fatta di sentimenti negativi, cerco di imparare ad amare e lasciarmi amare. Io che non mi sento adatta al ruolo ma che cerco d'infilarmelo come un vestito troppo stretto, che piano piano inizio a starci bene, che piano piano guardo certe cose in maniera diversa. Io che mi sento rinascere, io che dico sono guarita e piango di nuovo per la prima volta dopo anni - di felicità. Io che di questo m'illudo completamente, io che continuo a salire sulla bilancia ogni giorno e a contare la calorie - è solo abitudine, mi dico. Poi, sulla bilancia, un numero troppo alto, il cinque davanti al posto del quattro, non lo accetto, non ci riesco, vado nel panico, lo stomaco si chiude, digiuno. Io che sbatto contro la realtà. Sono una persona che non può esser guarita nemmeno dall'amore. Io che in un modo o nell'altro vado avanti ogni giorno, io che ieri sera mi sentivo in pace, in un altro mondo, e che oggi ho scritto tutto questo. Io che la settimana scorsa ero tornata a quarantotto chili e che stamattina ho rivinto il quarantaseipuntosette. Io che, presto, riavrò i quarantacinque.
Io che soffro, ma che non riesco a fare a meno di tutto questo.

sabato 12 maggio 2012

“Diventa chi sei.”

Parole già dette, già sentite, da tutti, sempre, in continuazione, ogni volta ogni giorno quando tutto va bene quando tutto va male quando non c'è motivo e quando c'è sempre, sempre le stesse, tutte parole e di rado i fatti, non m'importa, lo scrivo qui adesso e lo scrivo di getto, potevo scriverlo su un post-it e invece no, vorrei gridarlo ma non posso, lo scrivo qui e lo ripeto a me stessa:


io. sarò. magra.
ma non magra e basta, non magra come lo intendono gli altri.
Io sarò magra come lo intendiamo noi: troppo.
E sapete perché? Perché io lo sono dentro. Sono anoressica dentro. Sarei anoressica a 38 kg come lo sarei a 105. Sarei anoressica a qualunque peso, ma più sono ingombrante e più sto male. E' che sono davvero stanca, stufa di sentire quella voce, di avere tutti quei stramaledetti pensieri che riempiono il cervello; 
sto male, cazzo e non mi sento autorizzata a dirlo mai. Che c'è sempre qualcuno che sta peggio, oppure non ho le forze di spiegare, oppure semplicemente non ne vale la pena. Perché tentare, perché ripetere le stesse storie di sempre con altre parole nuove? Io non ce la faccio più. A farmi domande su me stessa, a chiedermi ogni santo giorno chi sono davvero, cos'è che voglio, stanca di tutto
Ho una regola ferrea: quando mi chiudo in camera posso concedermi tutta la tristezza che voglio, abbandonarmi alla disperazione, musica al massimo volume e cantare piuttosto che piangere. Ma quando esco di qua - che sia in casa mia o là fuori in strada - testa alta e fuori le palle.
Non sono debole, non sono debole, non lo sono mai stata.
Mi rimprovero ogni giorno di non aver mai perso abbastanza peso. Mi rimprovero ogni giorno di non esser mai stata abbastanza malata. Quando forse semplicemente pensare cose simili è totalmente da malati. Sono arrabbiata in questo momento, sono tante cose. Amareggiata, cinica, acida. E il "bello" è che in realtà non ho alcun motivo per esserlo. Non sono una persona priva di autostima, sono una persona che si odia, è diverso. Ed è molto peggio. In fondo è più facile costruire dal niente piuttosto che demolire qualcosa di solido, no?

Non mi piace essere volgare, ma stasera mi scappa dalle labbra un vaffanculo detto di cuore.

Voglio anelli grandi da gitana,
un tappeto volante su cui scappare via
ma in fondo mi sta bene anche un biglietto aereo 
purché sia per una città malinconica e piovosa.
Voglio rosso sporco ovunque,
cibo da distruggere e buttare via,
voglio urlare contro lo specchio, urlare al mio riflesso
e vorrei che rispondesse.
Voglio un gesto diverso,
una mano tra i capelli
ed avere la voce di Juliet Simms, 
anche solo per una volta.
Una soltanto.



P/s: è tanto che non commento ma vi leggo sempre. Recupererò.

lunedì 7 maggio 2012

new chapter: confusion.

Nel film “La ricerca della felicità” il protagonista, interpretato da Will Smith, introduceva ogni nuova sequenza dicendo: questa parte della mia vita potrebbe chiamarsi... e aggiungeva la parola adatta a descrivere quel momento del suo percorso. Da quando vidi quel film - inutile dire che l'ho apprezzato moltissimo - ho iniziato inconsciamente a farlo anch'io. Appena mi sembrava di entrare in una nuova fase, nella mia testa automaticamente le davo il titolo che mi sembrava più giusto. Adesso era un bel po' che non succedeva, per il semplice fatto che tutti i periodi che si sono susseguiti da almeno sette mesi a questa parte sono stati talmente caotici, diversi l'uno dall'altro e praticamente impossibili da gestire che nessuna parola sarebbe stata adatta ad introdurli. Ma adesso sono lieta di potervi dare il benvenuto 
in quella parte della mia vita che potrebbe chiamarsi confusione.


E' l'unica parola che mi viene in mente, riguardo qualsiasi cosa. Ed è strano, strano per me, perché nonostante io sia sempre stata una persona complicata, contraddittoria e a volte forse incoerente, sono sempre stata decisa. Di fronte ad una scelta mi prendevo il mio tempo per pensarci, ma non me ne serviva neanche troppo, riuscivo razionalmente a calcolare i pro ed i contro di ogni cosa, soppesavo i vari aspetti della situazione e in un modo o nell'altro arrivavo a fare la mia scelta. Questo per le cose importanti, figuriamoci per le piccole decisioni di ogni giorno; per quelle non dovevo neanche pensare, sapevo già come muovermi e cosa fare. Adesso invece, adesso non so più nulla. Non riesco a decidere cosa indossare al mattino, vado in paranoia per scegliere di mangiare uno yogurt Activia zero o un Müller delizioso ma con più calorie, non so decidere se studiare in casa o andare in biblioteca, se alzarmi presto o dormire un po' di più, se pranzare o no, se dire sempre sto bene o dire sempre le cose come stanno, se cercare ancora di realizzare i miei sogni o mandare tutto al diavolo e vendermi ad un lavoro che mi fa schifo ma mi assicura uno stipendio. Qualsiasi cosa, qualsiasi dico, mi manda nel pallone più totale.
E io non ci sono abituata, mi sento persa in un bicchier d'acqua, e mi sento stupida.

A conti fatti, al momento non c'è nulla - o quasi - nella mia vita che non va. Ci sono dei problemi, okay, ma a quelli sono talmente abituata che quasi non li considero più come tali. E' la normalità, tutto qui. 



Dopo la crisi che ho avuto con J., il mio ragazzo, e la paura - anzi, no: terrore - di non provare più nulla per lui sono andata a trovarlo e nonostante il primo pomeriggio in cui mi sentivo distante e tristemente non più sua, piano piano è tornato tutto come e meglio di prima. Abbiamo passato quattro giorni a dir poco meravigliosi, aveva promesso che mi avrebbe riconquistata e c'è riuscito senza ombra di dubbio. Al 99%, l'uno rimarrà sempre come incentivo a non smettere mai. Poi son dovuta risalire sul treno, tornare alla monotona vita di sempre. Abbiamo pianto, insieme, come ogni volta. E un po' ho continuato per conto mio mentre il nord Italia scivolava via fuori dal finestrino.
Durante quei giorni passati con lui, riuscivo a guardarmi allo specchio. E' una cosa che non sono in grado di fare mai, non per davvero, non il viso, non gli occhi. Lui va pazzo per i miei occhi, me lo dice sempre e non posso fare a meno di crederci perché a volte li fissa intensamente e sembra completamente perso. Ma i miei occhi son vivi e pieni di qualcosa solo quando si riempiono di lui. Di solito son completamente vuoti, ecco perché non riesco a guardarli nemmeno io. 

Ci avevo provato prima di partire, una sera mentre mi preparavo per andare a dormire. In un momento di quella che dev'essere pura follia ho alzato lo sguardo e mi sono fissata intensamente negli occhi. Dopo un attimo - che è sembrato un'eternità - ho dovuto abbassarli perché sentivo che avrei tirato qualcosa contro il vetro con tutta la violenza di cui ero capace. Mi sono chiesta che persona è una che non riesce a sostenere il suo stesso sguardo.

Sempre prima di partire pesavo 45kg quasi puliti. Mi vedevo bene in quei giorni, nonostante avessi strane sensazioni in alcune parti del corpo - le cosce, non so come spiegarlo, era quasi come se sentissi che si stavano rimpicciolendo, cibandosi di se stesse e per quanto fosse una sensazione sgradevole... mi piaceva. Mi guardavo allo specchio a figura intera, i vestiti mi andavano larghi, scivolavano addosso, finalmente cadevano in un modo che mi soddisfaceva. Un pomeriggio, guardandomi, ho pensato: “però, sta a vedere che quasi quasi, tra un po' finalmente riesco a piacermi...” e subito dopo: “no, certo che no. Tu ti odi a tal punto che inizierai ad amarti solo quando inizierai a sparire.”
Una persona normale non farebbe mai di questi pensieri.

Ho già mandato all'aria tutto, forse per il puro gusto di ricominciare da capo, forse perché in qualche modo devo sempre riuscire ad andarmi contro. Peso 48.2 kg, appena li ho visti questi numeri mi hanno fatto male come una pugnalata. Da oggi ricomincio da capo, mi sono dimostrata che sono capace di raggiungere certi obiettivi.

La figlia di un'amica di mia madre soffre di anoressia da circa un anno. La madre lo scoprì quando una volta svenne all'improvviso e fu costretta a portarla in ospedale. Le fecero una flebo, dissero che era sotto peso. La verità venne a galla. Lei, la figlia, pregò di essere portata a casa, promettendo che avrebbe fatto ciò che le veniva detto. Così fecero. La vidi l'estate scorsa (abitano in Svezia, nostro Paese d'origine), sembrava in forma, bella come il sole e con un fisico perfetto. Ma riconoscevo nei suoi occhi e nei suoi gesti, nella paura d'ordinare qualsiasi cosa in quella caffetteria il male che ci contraddistingue da tutte le altre persone. Non era guarita, proprio per niente. 
E ieri ho saputo che sta di nuovo molto male. E' stata ricoverata nel reparto di psicologia in qualche ospedale, la stanno costringendo a mangiare col sondino. E lei continua a chiedere di poterne essere liberata, continua a promettere che mangerà. 
Mia madre ha proposto alla sua amica di venire qui e portare la figlia con sé quest'estate, non appena sarà finita la scuola. Una settimana o due di vacanza, per aiutarla a staccarsi da tutto, dai problemi e dal sondino. Chissà che cambiare ambiente per un po' non le faccia bene. Io mi sento mancare al solo pensiero. Da una parte ne sarei felice e, se possibile, cercherei di aiutarla. So già che finirei col dirle la verità, tanto per creare quel legame di complicità e farle vedere che io posso capire veramente, che io so. Anche se prima dovrebbe giurarmi di non dirlo a nessuno. Dall'altra parte però, sarebbe difficile. Avere in casa un'altra ragazza come me, una in cui riconoscermi e farmi male in continuazione riflettendomi nei suoi occhi, nei suoi gesti, nei suoi “no grazie, non ho fame”.
Questa ragazza ha solo tredici o quattordici anni, un bellissimo nome, i capelli lunghi e lo sguardo perso altrove. Non è giusto, quando accade a qualcun altro penso sempre che non è giusto. E vorrei piangere e salvare il mondo intero dal male che m'infliggo io stessa ogni giorno.