giovedì 17 maggio 2012

We all have scars, we all have stories.

Ho letto i miei post. Non mi sono vista. In tutto ciò che ho scritto, c'è ben poco di me. E so anche spiegare perché: semplice, ho deciso di aprire questa pagina per affrontare l'aspetto più delicato della mia vita. Che, per me, non è e non è mai stato semplice da affrontare. Quando provavo a parlarne con qualcuno - ai tempi in cui ancora provavo a parlarne - quel che dicevo non era mai la realtà. Anche quando m'impegnavo, anche quando volevo dar forma precisa a quel che avevo dentro, scolpire i sentimenti con le parole come un'artista fa col marmo, non ci riuscivo. Persino quando le parole giuste ce le avevo in bocca - sostantivi, aggettivi, sinonimi, verbi, contrari, la compagnia intera. Lì nella bocca erano destinate a restare, ad impastare la lingua e a provocare quello stesso senso di nausea e disgusto che mi provoca(va) il cibo. Parole, emozioni, sentimenti - tutto il mio stupido ed incomprensibile dolore - incastrato da qualche parte tra l'anima ed il palato. Un modo di dire che ho inventato tanto tempo fa, immaginando una sorta di magazzino dove si accatastavano tutte le mie cose non dette. Immaginando - sperando - che non andassero perse e che, un giorno, sarei potuta entrare in quel fabbricato ingombro e disordinato, e che starnutendo per la polvere, con cura e pazienza, sarei stata in grado di aprire ad uno ad uno quegli scatoloni. Dare una lucidata a tutte quelle cose non dette, belle o brutte che fossero; tenerle in mano, guardarle. Non sarebbe stato nemmeno tanto importante dirle a quel punto: sarebbe bastato il fatto che esistessero ed avessero una qualunque forma - qualunque, purché concreta.
Ad oggi, continuo a sperare che quel posto esista nonostante io non l'abbia ancora trovato.
Il mio desiderio, per il momento, è quello di esser vera. Qui e adesso, davanti a tutti quegli occhi che cadranno su queste parole, perché si tratta di occhi che possono capire. Ed io, che ho tutto ciò di cui (in teoria) si ha bisogno nella vita, ho bisogno solo di questo: comprensione.
Facciamo che adesso ricomincio da capo; facciamo come se questa fosse la prima cosa che scrivo qui; facciamo che non faccio finta di essere un'esaltata che vede nella magrezza estrema la soluzione a tutto. Facciamo che adesso sono sincera e trovo il coraggio di spogliarmi dinanzi a voi, che vi racconto qualcosa di me e che d'ora in poi sarà tutto atrocemente vero.


Salve a tutte/i, il mio nome è J. Ho vent'anni, vivo in un piccolo paese di provincia a mezz'ora di distanza da una delle città più belle d'Italia, una città che un tempo amavo anch'io e che a tratti amo ancora, ma che ormai mi soffoca e mi schiaccia, tanto che sospiro guardando al giorno in cui me ne andrò di qui - possibilmente proprio in un altro Stato. Sono per metà svedese, per parte di madre. Torno lassù al nord ogni estate, è un dato di fatto che appartengo molto di più a quei paesaggi immensi e boschivi e a quella gente mite e gentile che non a questa terra di sole, sughi ed eccessive esuberanze. Di fatto, è lì che voglio stare. Amo la pioggia e l'inverno, il caffè ed il suo odore sono la mia àncora di salvezza in certe giornate difficili; sono drogata di letteratura, ci sono momenti in cui penso seriamente di desiderare di mandare al diavolo tutto e passare la vita intera rintanata in un posto confortevole con una scorta infinita di libri. Sono belli, i libri - da maneggiare, annusare, sfogliare. Io non mi limito a leggerli: io li vivo. Sono al primo anno di Università, studio Lingue & Letterature Straniere (l'indirizzo in realtà è molto più lungo, ma fino all'anno scorso si chiamava così). Ho scelto l'inglese, con cui non ho mai avuto difficoltà e che mi ha sempre fatto sentire a mio agio, lo spagnolo, per cui nutro un amore inspiegabile quanto viscerale, e lo svedese, che già parlo correntemente ma che stento a scrivere e di cui ignoravo completamente la grammatica.
Da un anno e mezzo ho una relazione con un ragazzo che vive a circa seicento chilometri di distanza da me, il modo in cui ci siamo conosciuti e lo sviluppo della nostra storia è stata una cosa da film o da romanzo; quelle cose che sei irrimediabilmente convinto non accadano nella realtà, specie ad una come te - che nessuno ha mai guardato, di cui nessuno si è mai accorto. Finché non ti ritrovi a viverle e sei costretta a distruggere tutte le tue convinzioni, a mandare giù il fatto che tutti quegli odiosi modi di dire sull'amore e su “quello giusto che arriva quando meno te l'aspetti” si dimostrano dannatamente veri. Non possiamo vederci praticamente mai. La media, finora, è stata di ogni tre/quattro mesi - aspettiamo mesi per pochi giorni insieme. Ora, il progetto, è che lui dopo l'estate si trasferisca da me, ma dobbiamo combattere contro genitori avversi e mille altre difficoltà. Se il piano non funziona, vederci sarà sempre più difficile - per gli impegni e soprattutto per i soldi, tutti questi viaggi costano e non poco. Posso solo aspettare, sperare, studiare - ogni tanto tremare.
Sono una persona estremamente complicata, lo sono sempre stata. Faccio una fatica estrema a mostrarmi per quello che sono, non ci riesco; questo mi fa soffrire. Mi dimeno in continuazione, sbattendo da mattina a sera contro le quattro mura della mia mente, senza che nessuno possa accorgersene. Ho capito, molto tempo fa, che questo 'qualcosa' che non mi lascia in pace mai è quel qualcosa che va liberato in maniera artistica - lo dico senza presunzione alcuna, non mi reputo un'artista, sono una ragazza incapace di esprimersi consapevole però di avere un'infinità di materia grezza dentro, che nelle mani di un'altra persona sarebbe puro diamante. Ho studiato danza per molti anni, ballare è stata la mia ragione di vita e la cosa che nei momenti più bui mi ha impedito di cadere definitivamente; poi un piede spezzato in due, il lavoro di un intero anno di fatiche indescrivibili sfumato via come niente, sciolto assieme alle lacrime che nessuno ha visto scendere. Rivedo me stessa incespicare sulle stampelle per andare a vedere lo spettacolo di fine anno - loro, le mie compagne, la mia famiglia che si esibivano senza me. Ricordo il mio cuore congelato nelle mattine e nei pomeriggi e nelle sere in cui mandavo sms d'incoraggiamento per tutte le gare di quell'estate, ricordo i miei “è come se fossi con voi”, ricordo tutti i “ballerò anche per te oggi” ricevuti in risposta. Ricordo i lividi blu sulla pancia a causa della puntura quotidiana che mi toccava fare per impedire che si bloccasse la circolazione nella gamba - e le foto delle ragazze sui palchi sparsi per l'Italia nelle più importanti manifestazioni di danza. Ricordo il giacchetto nero col nome ed il simbolo del gruppo stampato sopra, appeso nell'armadio, che non riuscivo nemmeno a guardare - e le coppe e le targhe che loro vincevano senza di me. Ricordo la solitudine di quell'estate, ricordo la mia bocca che si apre e continua a riempirsi di cibo, che tutti me ne portavano come consolazione. Per me non lo era affatto, per me era solo rabbia, frustrazione, dolore, odio verso me stessa. Era la paura di non riuscire più a recuperare, di aver perso tutte le poche capacità acquisite in anni di sacrifici, di esser stata esclusa - sbattuta fuori - dall'unico mondo in cui mi sentivo viva. Ricordo i miei passi traballanti il successivo settembre, che dopo tutti quei mesi tornano a calpestare il parquet della sala; ricordo gli occhi lucidi mentre la mia mano sfiora la sbarra, ricordo la pelle sciogliersi nel sentire l'odore della pece; la sala era ancora vuota e ricordo che il mio riflesso in quegli specchi immensi sembrava più piccolo e questo, almeno, mi era di consolazione. Ricordo che, nonostante tutto, provavo già la profonda tristezza che si prova nei confronti di qualcosa - o qualcuno - che è stato tuo più delle tue braccia o delle tue gambe, e che ora non lo è più. Che nonostante ti ci aggrappi con tutte le tue forze, lo senti scivolare via come sabbia, e non puoi farci niente. Ricordo poi la mia insegnante che entra e mi abbraccia, forte, senza dire niente - e quel gesto che per me, in quel momento, diceva: non hai ancora perso niente, tutto questo è ancora tuo. Ricordo quel primo mese - i muscoli di legno, atrofizzati, le gambe che non s'alzavano più come quando tutti restavano a bocca aperta quando lo facevo; ricordo le altre che sorridevano e bevevano acqua fresca e mi abbracciavano, senza poter neanche lontanamente immaginare la fatica che stavo facendo; ricordo i miei sorrisi di circostanza, il sudore gelido lungo la schiena, la paura serpeggiante, e ad ogni nuovo salto il flash del mio piede che va in frantumi come un bicchiere di cristallo. Ricordo come poco dopo quella sensazione che tutto stesse scivolando via divenisse più forte di giorno in giorno; ricordo le prime lezioni saltate, io che non ero mai mancata nemmeno con quaranta di febbre né quand'ero totalmente distrutta dai miei disturbi alimentari. Ricordo i rimproveri di mia madre e le mie lacrime, che nessuno capiva dov'era il problema. Il problema era che solo ballando riuscivo a sentire di esistere, e di punto in bianco non avevo più neanche questo. Quando ballavo, io raccontavo qualcosa, raccontavo me stessa; in quel periodo mi sembrava di eseguire dei passi senza metterci dentro nient'altro. Ricordo la lunga chiacchierata con la mia insegnante, una sera, ed il suo “son periodi, capitano, prenditi tutto il tempo che ti serve”. Ricordo la fiducia, la speranza, ricordo un giorno in cui ballai di nuovo davvero e lei che mi disse “oggi ti ho vista di nuovo”. Ricordo come quello fu solo un episodio, un illusione, ricordo come poco dopo scoprii che non potevo fidarmi nemmeno di lei, la mia insegnante, l'unica a cui invece mi ero aggrappata per continuare a credere in quel che facevo. Ricordo il freddo. Ricordo l'ultimatum che detti a me stessa, in gran segreto: se al prossimo spettacolo, salendo sul palco, non provo niente... basta, è finita. Arrivò dicembre, arrivò uno spettacolo di beneficenza per Natale. Ricordo me stessa sui gradini verso il palco, coi costumi di scena, resa quasi irriconoscibile dal trucco. Ricordo il nervosismo, dovuto solo all'esito che quella prova avrebbe avuto per me. Ricordo il presentatore che racconta chi siamo e che poi chiama il nome del gruppo. Ricordo me stessa nelle quinte laterali, poi la musica che parte, poi io - al centro del palco, a cercare di dare l'anima e trovandone solo dei pezzetti riciclati. Ricordo le luci sul viso, la massa indistinta del pubblico, il palco un po' troppo scivoloso ed il mio combattere contro quella sensazione strisciante di non farcela, di non riuscire ad arrivare alla fine. Di fermarmi e andare in pezzi. Ma lo spettacolo deve andare avanti, sempre, quindi tenni la maschera al suo posto. Ricordo l'indifferenza, la freddezza, il vuoto più totale. Rivedo me stessa scendere i gradini circondate dalle altre, che esultavano e sorridevano felici perché era andata alla grande; ricordo il mio scappare in bagno, il mio non sapere che fare perché ormai sapevo che tutto era andato a puttane. Ricordo le due dita in gola, il male atroce allo stomaco. Ricordo i miei occhi affondati nello specchio, le mani poggiate al lavabo, e il niente totale che provavo. 
Avevo sedici anni, e quella sera sono morta più di quanto avessi già fatto fino ad allora.
Uscii dal bagno, strinsi mani, abbracciai e mi lasciai abbracciare, mi presi complimenti che non mi appartenevano, andai via, tornai a casa, non dormii, non avrei ballato più, non sarei esistita più.
In realtà, per la danza non avevo un talento naturale. Avevo solo una passione più grande di qualunque cosa, più grande - inutile negarlo - di tutte le altre ragazze che avevo attorno. Non riuscii a provare più un sentimento così per nient'altro. 
In realtà, a quanto pare il mio vero talento è per la scrittura. Tutte le insegnanti di italiano che ho avuto, dalle elementari alle superiori fino a questo primo anno di Università, non si sono esentate dall'affermarlo. Non ci avevo mai creduto davvero, finché la professoressa di letteratura italiana avuta dalla terza superiore - una persona per cui nutro una stima unica - mi prese da parte, mi guardò coi suoi splendidi occhi azzurro cielo e mi disse: “Te lo dico chiaramente, tu dovresti fare la scrittrice. Saresti sprecata per qualunque altra cosa.” Qualcosa mi scattò dentro. Capii che la scrittura era la cosa che mi era appartenuta da sempre, e dalla quale non avevo fatto che scappare proprio perché veniva da una parte troppo profonda di me. Ad oggi, con essa ho un rapporto difficile, di amore-odio, ingestibile, che come tante altre cose mi suscita sofferenze e tormenti che gli altri non riescono proprio a capire.


In mezzo a questi capitoli, ci sono un miliardo di altre cose. Ci sono i quattordici ed i quindici anni, gli anni peggiori in assoluto della mia vita. C'è un ragazzo che ne ha fatto parte per troppo tempo, che non ho mai incontrato, che mi ha salvata e poi mi ha dato la spinta definitiva dal precipizio, per continuare comunque a comparire e sparire dalla mia esistenza fino a poco tempo fa. Poi ci sono i sedici anni, quelli in cui sono diventata un cumulo di odio e rancore, quelli in cui ero uno scheletro ambulante dagli occhi scavati, maglie troppo larghe e braccia sempre più striate di rosso. Quelli in cui un altro ragazzo s'è intrufolato nelle mie giornate, senza che nessuno glielo chiedesse, senza che io lo volessi; e ci si è intrufolato solo per aiutarmi a morire ancora un po', coi suoi tira e molla, col suo insegnarmi che ero una che nessuno avrebbe mai potuto amare davvero. Anni in cui a me proprio non ci si poteva avvicinare - e poi i diciassette, che continuarono a svuotarmi addosso amarezza, solitudine e mancanze; mi portarono però anche quella che ancora oggi è la mia migliore amica - definizione riduttiva - con cui condivisi il mio inferno e anzi il mio si mescolò al suo e diventò un tutt'uno difficile da distinguere. I diciotto, ancora vuoti e senza sapore, conditi solo da qualche giornata di fuga, di libertà. Poi l'estate, io e lei lontane da tutto, lontane dai problemi, per una volta. Poi agosto, io sola a casa, io in caduta libera, io che perdo sette chili da un giorno all'altro. Io che conosco quella persona speciale, proprio attraverso le parole. Una corrispondenza che dura per i mesi successivi, che mi scalda mentre arriva l'autunno e che mi lascia sorpresa, stupefatta, impreparata e confusa di fronte a quel che, lentamente, sta succedendo. Poi dicembre, io che mi ritrovo ad aspettare un treno lungo la banchina, un primo abbraccio timido ed il giorno dopo, davanti a due tazze di tè nel bar di una libreria, l'inizio della favola.


In mezzo a tutto questo, ci sono io.
Io che ingrasso e dimagrisco, che non mangio, mi abbuffo, salgo sulla bilancia, abbraccio la tavola del wc, mi scortico le nocche delle mani, sento lo stomaco andare in pezzi, mi dico basta, a volte ci credo, a volte l'ho promesso poi ho smesso di promettere che odio non mantenere la parola data. Io che prima non faccio che piangere e che poi non ci riesco neanche quando ne ho bisogno da morire, io che cedo troppo facilmente alle lamette, io che mi copro e voglio essere invisibile, io dagli occhi vuoti, io troppo magra e mai abbastanza, io sempre in guerra con me stessa. Io che, dopo un'adolescenza fatta di sentimenti negativi, cerco di imparare ad amare e lasciarmi amare. Io che non mi sento adatta al ruolo ma che cerco d'infilarmelo come un vestito troppo stretto, che piano piano inizio a starci bene, che piano piano guardo certe cose in maniera diversa. Io che mi sento rinascere, io che dico sono guarita e piango di nuovo per la prima volta dopo anni - di felicità. Io che di questo m'illudo completamente, io che continuo a salire sulla bilancia ogni giorno e a contare la calorie - è solo abitudine, mi dico. Poi, sulla bilancia, un numero troppo alto, il cinque davanti al posto del quattro, non lo accetto, non ci riesco, vado nel panico, lo stomaco si chiude, digiuno. Io che sbatto contro la realtà. Sono una persona che non può esser guarita nemmeno dall'amore. Io che in un modo o nell'altro vado avanti ogni giorno, io che ieri sera mi sentivo in pace, in un altro mondo, e che oggi ho scritto tutto questo. Io che la settimana scorsa ero tornata a quarantotto chili e che stamattina ho rivinto il quarantaseipuntosette. Io che, presto, riavrò i quarantacinque.
Io che soffro, ma che non riesco a fare a meno di tutto questo.

7 commenti:

  1. mi capita spesso di scrivere un post parlando delle banalità della giornata, del cibo...poi rileggerlo e cancellarlo e riscriverlo da capo. Perchè mi sono impegnata a dare me stessa e non voglio sprecare lo stretto spazio dove posso esprimermi per riempirlo di vuote parole, preferisco ampi silenzi pieni di significato. Almeno ogni tanto voglio raccontarmi davvero senza fingere di essere uguale agli altri per elemosinare attenzioni con frasi di circostanza. Ecco credo che per la prima volta anche tu sia giunta a questa conclusione. Perchè benchè tu scriva meravigliosamente finora questo talento non lo avevi sfruttato sul blog. E invece all'improvviso ti riveli con inaudita violenza e mi fai piangere. Non voglio arrogarmi il diritto di dire di averti capito, perchè tu sei un universo troppo ampio e incredibile perchè io possa banalizzarti e ridurti a un testo da intendere. Ma con il cuore ho compreso. E se è quello che desideravi spero che ti faccia piacere avermi un po' vicino :) anche io ti devo chiedere scusa comunque per le sparizioni! Tra l'altro ho sempre letto i post dal cellulare quando ero in giro, ma poi venivo colta dal senso di impotenza quando andavo a commentare, una sensazione che mi costringe a chiedermi: che cosa puoi aggiungere tu a qualcosa di già così limpido e completo nel suo dolore? Quali risposte puoi dare che non siano già evidenti quanto inutili? Ma da adesso mi sforzerò di superare queste stupide seghe mentali e di esprimere sempre, almeno il mio affetto. Perchè è unn sottointeso che non va dimenticato.
    un bacione grande grande <3

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    1. Non so che dire. Spesso passo per acida, antipatica e non so che altro, ma il fatto è che dal momento che io non vedo nulla di tutto questo in me, resto completamente spiazzata quando qualcun altro mi dice qualsiasi cosa positiva. Dovrei imparare a ringraziare e basta ma... beh, ancora non ho imparato. Posso dirti però che le tue parole mi hanno scaldato e che, ovviamente, mi fa più che piacere averti vicino. Ti sono vicina anch'io, nonostante ci conosciamo poco e niente lo dico sinceramente. E, tranquilla, niente seghe mentali con me ;)

      Un bacione grande anche a te!

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  2. Sono senza parole.. ogni commento aggiuntivo é del tutto superfluo.
    Sei una persona speciale,non meriti di vivere tutto questo.

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    1. Nessuno merita tutto questo. Grazie del commento, non è superfluo. Leggere le vostre parole, anche quando non ne avete, fa bene, sul serio.

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  3. Rimango veramente senza parole per come sei riuscita a esprimere tutto questo. Mi viene da piangere a leggere questo post. Mi rispecchio molto in quello che dici e ti capisco quando dici che della danza hai fatto la tua unica ragione di vita. Io invece ero una ginnasta, lo sono ancora, spero. Poi una spalla lussata e non sono più quella di prima. Il lavoro di una vita andato letteralmente a puttane. Ogni singola acrobazia e vedo il flash del momento in cui il braccio si è rigirato.
    Un abbraccio forte forte.

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    1. Credo di poter capire perfettamente come ti senti... Mi raccomando, sii forte, tieni duro e non mollare. E' difficile, ma se la ginnastica è la tua vita riuscirai a superare questo momento difficile... Con quel che ho scritto non sono di certo un buon esempio, puoi prendermi come esempio di cosa 'non fare'. Mi raccomando :)
      Un abbraccio anche a te, grazie del commento!

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