lunedì 28 maggio 2012

Chi ci fa e chi ci è.

Studio, nient'altro.
O forse, dovrei dire per lo meno questo.
Ho voglia di far bene, ho sempre voglia di far bene, in tutto ciò che comincio. Ma, c'è sempre un ma; alcune volte dato da fattori esterni, altre da me stessa, altre ancora semplicemente immaginari. Un esempio? Il primo esame orale che ho dato, Letteratura italiana contemporanea. Ci tenevo da morire ad ottenere il massimo, perché quel corso l'avevo seguito con passione e avevo studiato forse più di quanto avessi mai fatto in vita mia. Risultato: 30/30. Eppure quella sera l'ho passata a piangere, perché per me non era abbastanza. Non il voto, io non ero stata abbastanza per i miei parametri. Non ero soddisfatta di come avevo esposto i concetti, inceppandomi e cercando le parole giuste mentre dalla mia bocca uscivano inutili mh ed ehm di sospensione. A me piacciono le persone che parlano bene, quelle che sanno incantarti con l'arte dell'oratoria; quelle che qualsiasi cosa dicono, staresti ad ascoltarle per ore ed ore, per il semplice fatto che si esprimono divinamente. Io sono lontana anni luce da questo, e la cosa mi pesa doppiamente dal momento che mi trovo in una Facoltà di Scienze Umanistiche. Imparare ad esprimermi alla perfezione mi sembra il minimo. Probabilmente esagero, come mio solito. In realtà, non era solo per questo che piangevo quella sera.
Più che altro, era per il fatto che non riesco mai a godermi in pace i risultati che ottengo. M'impegno tanto, e di solito i risultati che porto a casa sono esclusivamente farina del mio sacco. Beh, non ricordo una sola volta in cui mi sono sentita soddisfatta di me stessa, di aver fatto qualcosa di buono, di aver meritato qualcosa. Una delle più grandi soddisfazioni che ho avuto nella vita è stato il primo dieci con la professoressa di italiano del liceo. Me lo mise ad un'analisi/recensione di “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello - ammetto che ci avevo lavorato sodo, che ci avevo messo anche un pizzico di cuore, e speravo che questo venisse percepito; non mi aveva comunque mai messo meno di otto, lei che tutti dicevano fosse troppo stretta di voti e che sui compiti scritti, nel resto della classe, fioccavano i quattro ed i cinque come papaveri a primavera. Nonostante fossi abituata a voti alti con lei, non mi sarei mai aspettata più di nove. Mentre li riconsegnava, lasciò il mio compito per ultimo, senza nascondere un sorriso che sembrava di orgoglio e soddisfazione. Comunicò il mio dieci davanti a tutta la classe, confessando che era il primo che metteva in tutta la sua carriera - piuttosto lunga, tra l'altro. Quel che provai io fu dapprima quasi un senso di commozione - non per il voto, ma per il fatto che io fossi la prima ad aver dato abbastanza per ottenere tanto da lei che come ho già detto in qualche post precedente, lo ribadisco, è una persona per cui nutro una stima unica. Dopo poco però, quella commozione si tramutò in qualcosa di diverso, a cui un nome non so attribuire. Capitava spesso, però. Il secondo dieci me lo mise in quinta, ad un saggio breve con cui litigai per una settimana; ad un tratto mi si accese la famosa lampadina, e scrissi di getto tutte le colonne a disposizione. Mi sembrava riuscito decentemente, ma nulla di che. Anzi, anche sotto i miei standard. Invece, lei lo definì perfetto. Impensabile, per me, che io possa essere l'artefice di qualcosa di perfetto. Quella volta a sapere del mio dieci non fu solo la mia classe, ma praticamente metà scuola. Mi mandò a chiamare durante la ricreazione, che quel giorno non aveva lezione con noi; entrai nella classe dove si trovava, una quarta, mi sventolò davanti il mio compito privo di correzioni, che di rosso aveva solo quel dieci scritto e sottolineato sotto il mio nome. Mi abbracciò, mentre i ragazzi e le ragazze di quella classe si complimentavano e mi guardavano stupiti, scherzando sul fatto che per loro prendere sei era già il miracolo. Ancora adesso, quando torno nel mio vecchio liceo, gli studenti che mi hanno conosciuta anche solo di vista si ricordano di me come di quella che scriveva bene. Mi piace esser ricordata così, ma da una parte fa un effetto strano; perché vorrei, vorrei davvero tanto, che fosse così sul serio, vorrei esserlo nella vita quella che scrive bene, vorrei fare la Scrittrice a dirla tutta, anzi, no, non posso dirlo così. Ho sempre pensato che non si facesse gli scrittori, così come non si fa il pittore, non si fa il ballerino, il cantante, l'attore e via dicendo ma: si è. Sono convinta che tutto quel che rientra nel campo artistico non lo si può diventare veramente se non si ha, da sempre, una qualche spinta spontanea dentro. C'è una gran differenza tra un individuo che da un giorno all'altro decide di dedicarsi alla fotografia e qualcuno che vede, sente qualcosa di indefinibile quanto unico nell'atto di fermare il tempo in un'immagine. L'esempio si ripete con tutte le forme d'Arte. Non voglio apparir presuntuosa, chiunque è libero di cimentarsi in qualunque cosa; ma, a mio parere, c'è una gran differenza tra chi fa e chi è qualcosa.


Come sono arrivata a parlar di tutto questo? 
Bah, i pensieri corrono e le dita li rincorrono sulla tastiera.
Sì, stasera ho voglia di scrivere, nulla in particolare, solo scrivere.


Domani potrei aver l'opportunità d'incontrare due pezzi grossi della Letteratura italiana, uno in particolare è praticamente un monumento. Mi fa quasi strano pensare che esista veramente, che dopo anni passati a sentirlo nominare a destra e a manca quasi mi sembrava un'entità superiore. Io ed una mia compagna di corso ci siamo accordate per fare il possibile per arrivarci, che di sicuro accoreranno in molti e l'ingresso è libero fino ad esaurimento posti. Spero con tutta me stessa di riuscire ad entrare in quell'aula, quest'anno m'è capitato d'incontrare diversi personaggi di spicco della nostra cultura - anche alcuni di cui in realtà, fino a poco tempo prima sapevo ben poco - ed ogni volta mi sono portata via qualcosa di speciale, un pezzetto in più, una crescita. Sono occasioni che non vanno perse, perché non puoi sapere se e quando ti ricapitano.


♪♪♪

Per tutto il resto, son giorni strani, questi. O forse dovrei solo dire non più strani del solito.
Il fine settimana è stato difficile - per il cibo, per i miei stati d'animo, perché troppo spesso mi sento fragile, insicura, triste, sul punto di andare in mille pezzi. Non son mai stata una ragazza di vetro, io. Sono andata spezzo in pezzi, è vero, ma ho sempre saputo gestire la situazione, incollarmi a nuovo nel giro di cinque minuti e continuare come nulla fosse successo. Ora, non so. A volte mi sembra di non farcela e basta. Ma ce la si fa sempre, perché non c'è alternativa. La cosa che mi fa star male, sempre, è la sensazione di non poter essere capita. E' questo che mi fa sentire tremendamente sola, in quei momenti.
Il mio peso è sempre lo stesso. O meglio, oscilla sempre tra gli stessi numeri e sono stanca, non ne posso più. Non capisco nemmeno il mio comportamento al riguardo, non so con quale atteggiamento mi sto ponendo di fronte a tutto ciò. E' come se la mia forza di volontà si fosse volatilizzata. Anzi no, non è vero, non è questione di forza di volontà: è disinteresse. Sono stanca di pensarci. Se vivessi da sola, probabilmente non mangerei niente. Andrei avanti a caffè, foglie di lattuga scondita, qualche yogurt. Il cibo non m'interessa. Ma bisogna sedersi a tavola ai pasti comandati, colazione pranzo cena, colazione pranzo cena, colazione pranzo cena, colazione pranzo cena, colazione pranzo cena - da bravi automi, avanti, qualcuno ci ha detto che bisogna mangiare tre volte al giorno. 
Avete consigli da darmi? Ho bisogno di vedere i quarantacinque, il prima possibile. Non riesco a guardare la mia faccia, odio i miei capelli, uscire di casa sembra chissà quale impresa. Sarà stupido, ma quei due chili in meno mi davano quel poco di sicurezza in più.

Un abbraccio a tutte.

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