domenica 15 dicembre 2013

I'm better than anyone.


Tre giorni fa sono entrata su questo account e ho iniziato a rileggere quasi tutto quello che ho scritto qui. Molte cose nemmeno me le ricordavo. Le pagine che ho sfogliato contenevano ovviamente solo una parte di tutti quei mesi, eppure mi è sembrato il racconto più fedele e soprattutto costante che avessi mai fatto di me stessa. E mi rendo conto anche che in nessun altro posto, virtuale o meno, riesco ad essere altrettanto schietta, a mettere con tanta franchezza nero su bianco quanto mi porto dentro o quanto succede nella mia vita. Immagino sia perché il totale anonimato mi fa sentire molto più libera e sicura, immagino sia il non dover spiegazioni a nessuno, immagino sia l'assenza totale – altrimenti rara – di qualsiasi recinzione. Immagino sia il motivo per cui, di tanto in tanto, torno qui così come si torna a casa nei momenti difficili.
Tre giorni fa mi è presa una crisi, nemmeno tanto leggera. A me sembra ormai di scivolare su una superficie, una superficie di ghiaccio sottile. Devo stare attenta, altrimenti si rompe e mi toccherebbe lottare contro acque gelide per restare a galla. Tre giorni fa ho scritto un paio di pagine su carta, uscite fuori con furia, come un vero sfogo che si rispetti. Ho scritto cose che nemmeno sapevo di avere dentro e di cui forse era bene rendersi conto. Ho scritto, tra le altre cose, che è come se avessi sofferto talmente tanto e talmente a lungo che ad un certo punto avessi deciso di smettere. Come se il dolore fosse una dipendenza, da cui si può scegliere di liberarsi. Ho scelto di affrontare le situazioni della vita con uno spirito diverso, di provare a prendere le cose più alla leggera, pensare meno, godere delle piccole cose e tutta quella roba lì. E – incredibilmente – ci sono riuscita, complici anche un paio di cambiamenti esterni piuttosto importanti. Ma niente è mai semplice come sembra, perché ora boom! la Domanda con la D maiuscola insiste tra le pareti del mio cervello: io sono davvero così? e se fossi solo scappata da me stessa? se stessi solo fingendo? 
Io scivolo sulla superficie e intanto sotto
ho attacchi di panico, che domino sempre più a fatica ma senza dire nulla a nessuno
ho paura di tutto e di tutti, paura di stare da sola (soprattutto in giro) e ancora più paura di stare con altre persone
capita che a ciel sereno io pensi “voglio tagliarmi” e debba stringere i denti per non farlo
continuo a tentare di mettermi a dieta, ma fallisco miseramente
penso di aver bisogno di parlare con qualcuno, magari una psicologa, ma non riesco a mettere in atto la cosa
mi sento cento passi indietro rispetto al mondo intero
ho paura di fallire nella vita
mi vedo più grassa che mai e questo... questo mi deprime tantissimo
continuo a fantasticare sul giorno in cui sarò magra da morire
sto diventando più paranoica
and so on.

Riesco a contenere tutto, soprattutto quel vuoto che mi respira dentro.
E se domani digiunassi?

domenica 20 ottobre 2013

cronache da una ruota panoramica



Torno in punta di piedi, con le ginocchia leggermente più sbucciate, con le occhiaie viola, i capelli in disordine ed un sorriso che è stato radioso poi finto poi è scomparso poi è tornato ed era vero e ora non lo so. Ho passato l'estate in un parco giochi, a scartare regali offerti dai figuranti, mangiare stelle di cioccolato e sporcarmi le dita di brillantini dorati; quel giorno senza fine ad un certo punto è finito, nella notte ho visto passare i clown e le principesse ancora truccati ma con le labbra che erano una linea dritta o tendente all'ingiù. Tenevano i cappelli e le coroncine in mano, le mani penzolanti lungo i fianchi. Scalciavano con noncuranza i sassolini e la sporcizia lungo la strada, passandomi accanto senza neanche vedermi. Seduta su uno scalino li ho seguiti con lo sguardo, la bocca spalancata per lo stupore, stavolta non meravigliato ma amaramente deluso.
Ancora una volta, mi sono trovata davanti la palese dimostrazione che il mio star bene, la mia felicità, erano state create in luoghi dove tutto è possibile e di conseguenza nulla è reale. Uno di quei posti in cui devi non esiste, dove il tempo non importa, dove di spazio ce n'è a sufficienza. Mi è caduto il mondo addosso per questo, perché quella volta ci avevo creduto davvero. Avevo creduto al mio sorriso radioso nello specchio, avevo creduto ai miei occhi pieni che mi sembravano più verdi che mai, avevo creduto a quella nuova incredibile sensazione di sentirmi accettabile – accettata da me stessa – nonostante qualche volta tornasse quel male dentro, fitto e denso e oscuro, dalle parti dello stomaco fin verso il petto. Ma va be', mi dicevo, questo capiterà a tutti ogni tanto, e continuavo a crederci. Credere nel mio lasciarmi andare, nell'opzione di darmi un pizzico di fiducia in più e lasciare che qualcun altro si fidasse di me, credere di poter amare e lasciarmi amare incondizionatamente, credere nella felicità come condizione stabile, credere di poter mettere insieme i pezzi, credere nelle favole raccontate tra i boschi del nord.
Ma nelle favole la bella di turno non va a chiudersi in bagno per incidersi la pelle, non si accascia a terra col sangue che le cola tra le mani, non si siede a tavola senza mangiare e senza guardare nessuno con addosso il peso di cento segreti. E nelle favole, poi, il principe non è costretto a scoprire quelle ferite mentre la spoglia con amore, non è costretto a mettere in pausa le sue carezze per dire: “Che ti sei fatta?”, e credere momentaneamente ad un banale niente per poi riprendere l'argomento dopo un soddisfacente orgasmo, quello spazio che dovrebbe essere dedicato a un mite dormiveglia farcito di coccole, speso in silenzi, in non so cosa fare, cieli impotenti e chili di stanchezza. I principi sono pronti a difenderti dal cattivo, non sono preparati all'evenienza che il cattivo sia tu stessa.
Eppure quelli che ti amano restano, restano sempre, anche quando non hanno capito niente e sbagliato tutto, anche quando tu sei una scatola vuota e ammaccata e nel tuo delirio masochista vorresti solo che ti abbandonassero, così da avere un ulteriore scusa per farti male. Intanto che le strisce rosse sul mio corpo si rimarginavano, c'è stato un grande letto matrimoniale scricchiolante su cui abbiamo navigato notti intere fino ad arrivare stremati all'alba, lunghe camminate poco prima che scoppiassero gli acquazzoni estivi. Ho pianto fino a non avere più liquidi in corpo, ho sentito lui quasi urlare e prendere a pugni le pareti, perché dopo tante lotte e tante fallimentari tentate soluzioni la parola fine sembrava ormai inevitabile. Tra un naufragio e l'altro però continuavamo a cercarci come rispettivo appiglio e quando, insieme, abbiamo ritrovato un modo come tanti di galleggiare, ho deciso di riprovare a crederci.
Stavolta non c'è stato nessun luna park, solo corse dietro agli autobus, viaggi infiniti con le teste contro i finestrini, destinati a dare un ordine e una forma a queste vite. Ho sempre finto che non mi costasse niente mangiare zuccheri e carboidrati, ho comprato calze sexy come se avessi intenzione di indossarle con questo corpo, ho detto "da oggi sto a dieta” come fossi una persona qualunque che decide di perdere quel paio di kg di troppo, ho ceduto come se non facesse differenza, raccontandomi che i pranzi al Mc e le barrette di cioccolata non erano un binge. Ho lasciato che le mie giornate si riempissero di cose da fare, che la mia testa si svuotasse da tutto ciò che non era veramente importante. Ho fatto finta che tutti quei pensieri sotto pelle – sono grassa sono grassa sono grassa – non fossero importanti, che il riflesso osceno nelle vetrine non fosse il mio, ho finto di non sentire il desiderio di squarciarmi il ventre quando sentivo i fianchi rimbalzare per gli scossoni dell'autobus. Ho finto di non compiacermi dei tagli casuali fatti mentre mi depilavo le gambe, ho continuato a mangiare come se la cosa mi andasse bene, quando lui mi toccava non ho dato il minime segno di quanto mi sentissi a disagio sapendo che stava toccando forme deformi, grasso mal distribuito, un corpo sempre più brutto.

Ma ieri qualcosa ha fatto breccia, un libro per la precisione, la cui protagonista ogni tanto si taglia e ha quel modo di vivere le cose che me la faceva sentire troppo vicina. Non è affatto un libro incentrato sui disturbi, però è fatto di personaggi che non sanno vivere come tutti gli altri. L'ho letto tutto d'un fiato e ha portato a galla lacrime che non sapevo nemmeno di avere. Avrei tanto voluto piangere ma ero in pubblico e non ci riuscivo.
Era scesa la notte ormai, ero sulla terrazza di uno dei centri commerciali più grandi d'Europa, era strapieno di gente ma da quel lato non c'era quasi nessuno. Mi sentivo in caduta libera e non sapevo a cosa aggrapparmi. Ho guardato il cielo nero, non si vedevano nemmeno le stelle. Ho pensato che poteva essere un posto perfetto per piangere o per lasciarsi. Ho aspettato che lui staccasse da lavoro, poi per tutto il tragitto non ho quasi aperto bocca; volevo – volevo fare finta di niente e cazzeggiare con lui, oppure aprirmi e dirgli tutto, riversargli addosso il male che mi stava all'improvviso divorando – ma non ci riuscivo. Uscendo dalla metropolitana è stato lui a darmi il via, parlavamo dell'eventualità in cui ci fossimo conosciuti in un contesto del tutto diverso da quello che realmente è stato, se ci saremmo piaciuti lo stesso; io son sicura che lui avrebbe in ogni caso attirato la mia attenzione, anch'io avrei attirato la sua, sosteneva lui. Non credo, rispondevo io, scrollando le spalle come se l'idea – che per me è una certezza – non mi mettesse malinconia. Ti prego abbracciami, volevo dirgli, ho bisogno che tu mi stringa forte perché sto andando in pezzi. E neanche questo riusciva a uscirmi di bocca. Che ti sei intristita? mi ha chiesto col sorriso, allora gliel'ho detto, gli ho parlato del libro e del fatto che aveva distrutto il mio muro. Mi ha stretta forte mentre aspettavamo il mio autobus, tra un grazie e un e di che gli ho detto che senza quell'abbraccio mi sarei sicuramente tagliata appena tornata a casa. Forse ha avuto paura, ha temuto che non bastasse e che per impedirlo avrebbe dovuto essere tutta la sera con me. Tranquillo, non lo farò.

E stanotte?
Stanotte non so se resisto. Ho scritto alla mia migliore amica che ho bisogno di essere magra, che così non mi sento io e non mi sento nessuno, che credo di non poter vincere e non poter riuscire. Oggi non ho fatto che mangiare ma da domani...
E non so se saprò resistere alla tentazione di farmi un promemoria sulla pelle, qualcosa che bruci e bruciando mi ricordi. Mi ricordi che quando dimentichi com'è, quando ricadi fa solo più male. Che più sei in alto, più la caduta è lunga.

Credevo di non aver più niente da dire.
Sono felice di non aver chiuso questo blog.
Spero con tutta me stessa che ci siate ancora.

venerdì 17 maggio 2013

E dire che mi dispiace molto, ma non so se riuscirò ancora a scrivere qua.
Le cose, in generale, non vanno bene. Non vanno poi così male.
Forse non vanno e basta.
Ho smesso di pensare.
Sono nella testa degli altri, e questo quasi sempre mi fa male.
Fa molto male – perché loro hanno pensieri affilati, che non sanno gestire.
E cerco di farlo io al posto loro, ma questo non è ovviamente possibile.
Ci pensi abbastanza a te stessa?
Evito accuratamente.

Il mio equilibrio è un filo sospeso, un filo spinato.
Sono la persona più forte che io conosca, eppure sono così debole a volte.
Il dolore delle persone che amo mi fa tremare.
E appena riesco a tendere di nuovo quel filo ai due lati del vuoto...
Quel dolore lo spezza ancora in due.
Non apposta, certo.
Però succede.
Ogni giorno.

Non parlatemi, per oggi.
Vi prego, non parlatemi.
Siate forti, per una volta, tenetevi dentro tutta la merda come ho fatto io da tempo immemore.
Solo e soltanto per oggi.
Risparmiatemi.

E' che ieri il filo aveva appena finito di tenderlo.
Era tremolante, ma ero talmente persa che mi bastava così.
Ed in un secondo, spezzato di nuovo.

E stamattina, spezzato ancora quel che ne restava.

Sono stanca, stanca, stanca, esausta oltre ogni immaginazione.
Appena apro bocca io, qualcosa si rompe per sempre.
E quindi la tengo chiusa, mi tengo chiusa, quasi da non respirare.
D'altra parte, sono così stanca che non avrei proprio le energie per spiegare.
Non sono mai stata capace a spiegare.
O forse chissà, non dovrei rimproverarmi, forse sono gli altri a non capirmi.

Tutto quel che mi riguarda, in fondo, non è poi così importante.


Il blog comunque non lo chiudo. Lo lascio così, sospeso come me.
Nel frattempo, se volete comunque trovarmi, potete fare un salto qui
Spero che voi stiate bene.
Un abbraccio

mercoledì 8 maggio 2013

Black and white

You can't be everything you want at the same time
Ieri ho pensato che probabilmente non c'è scelta più difficile del decidere chi essere, ogni giorno, quando sei due cose completamente opposte: una storia a colori, oppure in bianco e nero.
I colori sono stati un'innovazione incredibile per il cinema, sono più reali perché il mondo effettivamente è a colori; sono più allegri, più completi nel loro catalogo sterminato di toni e sfumature.
Ma quanta eleganza, quanto fascino il bianco e nero.
Non posso essere entrambi questi lati allo stesso tempo. Nella mia vita sono sempre stata o l'una o l'altra, e devo dire che il bianco&nero era full time, mentre i colori solo per alcuni momenti, occasioni speciali. E scegliendo l'una o l'altra, vivo comunque incompleta, manca sempre qualcosa. Negli ultimi mesi ha pian piano riempito lo spazio la me colorata. E la nostalgia per la me bianca e nera diventa sempre più forte, perché è così, vogliamo sempre ciò che non abbiamo. Mi passano spesso per la testa dei ricordi, lontani o recenti, tutti legati ai miei periodi peggiori ma in cui il mio corpo era molto meglio - più leggero - di quello di ora. Per quanto mi ostini a fregarmene o scegliere di affrontare tutto in modo diverso, non riesco a non sentire la mancanza di tutto quel mio (nostro) mondo.

domenica 5 maggio 2013

All you have to do is to believe.


Credo che si cambi, e basta. 
Credo che si cresca, necessariamente. 
E che i due processi siano strettamente collegati tra loro. 
Credo di essere cresciuta e cambiata all'improvviso, o forse è stato solo che mentre accadeva non me n'ero accorta. Credo di aver acquisito qualche consapevolezza in più e di aver mescolato le carte delle priorità. Credo di aver capito che tutti, ma proprio tutti – dal primo all'ultimo, nessuno escluso – siano egoisti ed egocentrici. Che ogni essere umano pensa prima di tutto a se stesso, anche se lo fa in negativo odiandosi da mattina a sera. Che ciò non ci impedisce di provare ad aiutare chi amiamo, ma questo ci fa sentire ancora di più in diritto di ricevere le stesse attenzioni che abbiamo dato. Pochi, pochissimi sono in grado di dare senza pretendere. E sarà anche normale, e sarà anche giusto... ma ad un certo punto mi è sembrato di vivere in un mondo di bambini viziati. In queste riflessioni, ho guardato per prima me stessa; non punto il dito contro nessuno se prima non l'ho fatto col mio riflesso. A tenersi tutto dentro inevitabilmente si esplode. E si piantano dentro i germogli di un rancore persistente verso chi non ha capito da solo. Ma vedete, ognuno ha le sue guerre personali. Mentre noi pensiamo ai nostri drammi la persona che ci sta davanti e vorremmo tanto se ne accorgesse starà pensando ai suoi, che chissà forse sono anche peggiori. Tante cose mi sono lasciata alle spalle. Tante cose ho messo da parte. Mi sono accorta di aver imparato a cercare in me stessa quello di cui ho bisogno. Ho imparato a leccare le mie ferite da sola, quando si riaprono, come preferisco e nei tempi che voglio. Ho capito che così è tutto molto semplice, che a volte non è vero che parlarne con qualcun altro fa bene, perché parlare la maggior parte delle volte incasina sempre tutto. Ho capito che essere indipendenti è la soluzione; che ciò non significa non amare, non esser presenti, non dare quel che si può – significa solo pensare anche a se stessi. Sono stanca della tragedia, da molto – moltissimo – tempo. Sono stanca di pensare e sentire e vedere che tutto va sempre così schifosamente male. Perché in fondo non è vero. Perché si può imparare a ballare anche quando il pavimento ti si apre sotto i piedi. Perché sono stanca di chiudere gli occhi anche quando la bellezza è evidente. Perché sotto sotto io non sono così, e devo proteggermi dal fango che continua a piovere. Ne ho di problemi, ne avrò ancora di più nei mesi a venire, il dopo è un grande punto interrogativo; ho paura, questo senz'altro. Ma i problemi ci saranno sempre e una parte del diventare adulti sta nell'affrontarli senza nascondere la testa sotto la sabbia. Credo che si possa vivere bene, che si possa esser felici con poco se quel poco è esattamente ciò di cui hai bisogno – e se lo vuoi. Credo che ci voglia tanta forza, per riuscirci. E credo di avere quella forza, da qualche parte.
Credo che, nonostante tutto, prima o poi ogni tassello andrà al suo posto.
Credo che tra qualche anno me ne andrò da qui, pur sapendo bene cosa comportano le distanze. Credo che abiterò in un appartamento luminoso, che ispira la parola casa già sulla porta d'ingresso. Credo che ci abiterò con lui e che la sera resteremo alzati fino a tardi a raccontarci sogni e ricordi bevendo tè caldo davanti ad una candela accesa. Credo che un giorno avremo un bambino, coi miei occhi e il suo sorriso. Credo che il destino è solo una linea sottile disegnata su un foglio bianco, riempire tutto il resto sta a noi, alla nostra fantasia, ambizione, intuizione, volontà. Credo che il mio foglio ad un certo punto scoppierà di colori. Credo che se ci credo, tutto andrà bene.

In giorni così, non concepisco il perché di tanto dolore ovunque.

giovedì 25 aprile 2013

La forza dell'abitudine.

Fatico sempre di più a capire cosa scrivere qui.
O forse sarebbe più corretto dire che faccio fatica a scrivere e basta, poco importa dove. La mia agenda è infatti rimasta chiusa da non ricordo più quando, l'ultima data in alto a destra risalirà come minimo ad un mese fa. Lo stato di confusione di cui ho parlato negli ultimi post permane e persiste, irriducibile, col risultato che ogni tentativo di guardarmi dentro comporta paranoie e scompensi – più del solito, intendo. Credo di aver scoperto e sperimentato nuovi modi di affrontare l'esistenza, credo di aver trovato qualcosa di simile all'equilibrio, credo di essermi raccontata un sacco di balle per un sacco di tempo su un sacco di cose; credo che sia proprio tempo di crescere, imparare a prendere in mano le situazioni senza tante paure, di prepararsi ad affrontare responsabilità ben più pesanti di quelle che tutto sommato mi è sembrato di avere finora. Se mi guardo indietro stento a riconoscermi. E attualmente non so con che occhi mi guardo. Non so dire se quel qualcosa l'ho perso o l'ho guadagnato. C'è una cartella sul computer che contiene tutti i miei lavori: c'è una raccolta di racconti brevi, in teoria completa; ci sono una serie di cose scritte senza pretese, su spinta dell'ispirazione del momento; ci sono due aspiranti romanzi, entrambi fermi ai primi capitoli – da anni. Sono storie nate ai pendii del male, ed è quella l'unica fonte da cui potrei attingere per portarli avanti, cosa che vorrei veramente fare perché senza presunzione alcuna so che hanno un potenziale. Ma è come se non sapessi più tornare là. Come se non riuscissi più a buttarmi dal dirupo di me stessa. E' una sorta di compromesso, di condizione da pagare; tutto o niente – o soffri e (forse) ci guadagni qualcosa, o resti nella tua presunta serenità beota e rinunci a ciò che avresti potuto vedere. Privilegi e sortilegi di una penna avvelenata. Lasciamo stare.

Peso 50 kg. Ancora. Non mi accadeva da anni e da quando il cinque è tornato sembra voler restare. Ma lo manderò via, giuro. Ho incominciato un paio di diete di recente, due volte: per colpa mia o per fattori esterni ho fallito miseramente. Pensavo di voler dimagrire per domenica scorsa, perché dovevo indossare un abito nuovo, delizioso, bianco e fresco di primavera; pensavo di voler dimagrire per domani, che devo partire per qualche giorno. Erano ovviamente scuse, motivi qualunque tanto per stimolare la mia determinazione – al momento troppo debole, deduco. Che poi alle volte mi rendo conto di come potrebbe non fregarmene nulla. Di come ormai sono arrivata a quel punto in cui, dopo tanti anni di circoli viziosi e sali e scendi e privazioni, qualsiasi motivo ho potuto trovare in passato per decidere di ridurmi all'osso è ormai consumato come la suola di un paio di scarpe indossate quotidianamente per troppo tempo. Di motivi convincenti, non ne ho più. L'immagine? Non ha mai costituito più dell'1% dei possibili motivi. Essere a mio agio con me stessa? So bene che non è pesare meno che mi consente di esserlo. Piacere agli altri? Me ne fregava forse quando avevo 14 anni, certo non adesso. Mostrare agli altri quanto sto male? No, assolutamente – salvo momenti in cui mi sento molto abbattuta o sola, e penso di voler ricorrere a questo per far capire qualcosa a qualcuno, sono consapevole di quanto sia stupido, di come non si ottenga assolutamente nulla e di come occhi esterni penserebbero solo che sono molto in forma, e se passo il segno e mangio veramente troppo poco dipende dallo stress e nient'altro. La cecità di chi non vuol vedere è stupefacente. Insomma, quel che voglio dire è che ormai sono consapevole di tutto e non ho più illusioni che mi facciano credere che smettere di mangiare e dimagrire serva a qualcosa, qualsiasi cosa.

Però. C'è comunque un però che non mi abbandona.
E non è un “però” con un motivo dietro, è un però d'abitudine.
Un però che è lì a sussurrarmi che se non ho motivi specifici per farlo, non ne ho neanche per non farlo. Perché non apparire meglio? Perché non far sì che i vestiti mi cadano addosso come piace a me? Perché non provare la soddisfazione dei numeri che scendono, di entrare nelle taglie più piccole? Perché non essere quella personcina aggraziata e delicata che ho sempre sognato di essere? Perché non rendersi leggere e facili da sollevare, perché – se ne sono stata capace tante volte – non permettermi di sorridere ancora sotto il sole estivo con addosso abiti floreali e dentro lo stomaco chiuso? L'estate scorsa mi bussa nei ricordi e chiede insistentemente una replica – tutto andava male, ma pesavo così poco, e questo era molto piacevole.

Sono come divisa in due, ma la realtà è che la parte di me che dice che tanto presto o tardi tornerò quella che ero è più forte, e dorme tranquilla sapendo che il momento in cui avrà il controllo è vicino. Negli ultimi tempi ho pensato che non ne sarei più stata in grado; che non avevo più la forza o la volontà necessaria; che ormai ero passiva e avrei continuato a mangiare come capitava evitando di pensare per non soffrirne. Mi stavo quasi rassegnando all'idea di restare in un corpo normale.
Ma nonostante questo, per tutto il tempo, ho conservato nell'armadio quel paio di cose nuove, ancora col cartellino attaccato, pensando che le avrei indossate la prima volta solo quando sarei stata più magra. E continuo a pensare a quando, dopo l'estate scorsa, il mio ragazzo mi disse che mi aveva trovata più in forma del solito; ero sottopeso di un paio di chili, gli confessai con un filo d'amarezza. Lui mostrò quel po' di preoccupazione che sembra necessaria, ribadendo però che gli ero sembrata in gran forma. E' da idiota pensare che gli importi quanto peso, so bene che il piacergli anche fisicamente non dipende da quello; però, per quando tornerà, vorrei comunque essere come allora.

Scusate il post inutile e di pessimo esempio.

venerdì 19 aprile 2013

Dovute spiegazioni.

Il motivo per cui ho chiuso all'improvviso il blog è questo. Se cliccate vi si aprirà sullo schermo un'altra finestra, una finestra su un'altra vita, raccontata a piccole dosi da una ragazza come tante, una come noi. Una con la sua storia di abbuffate e digiuni e cicatrici sulle braccia. Niente di nuovo, no? Peccato che quella ragazza per me non è affatto “una come tante”: è la mia migliore amica. Sì, esatto, quella di cui ho sempre parlato qui, quella per cui ho fatto e farei di tutto, quella che senza è peggio che senza una gamba o un braccio. Bene, improvvisamente mi ha detto che stava pensando di aprire un blog e mi ha chiesto come si facesse, e a me è preso un colpo. Spero che non mi giudicherete male per questo, che non mi riterrete falsa, bugiarda, una che riesce a prendere in giro persino chi dice di amare tanto. E' obiettivamente ingiusto che io le tenga nascosto quanto scrivo qui, mentre lei non solo mi dice tutto quotidianamente ma non ha esitato a condividere con me anche quanto voleva scrivere qui; provo a spiegare cos'è che mi porta a comportarmi così. Ho aperto questo blog in uno dei tanti “momenti no”. Avevo bisogno di sfogarmi e farlo in un modo che desse riscontri, che mi facesse sentire ascoltata e capita: la carta non era più sufficiente e con le persone a me vicine, per un motivo o per un altro, non riuscivo ad aprirmi. Così sono arrivata qui, ho trovato voi, e da allora mi sono sentita bene anche nei momenti peggiori perché oltre ogni mio blocco mentale e comportamentale potevo aprire questo spazio e liberarmi di tutto ciò che mi opprimeva. Scrivere mi riesce molto meglio che parlare, l'ho detto tante volte, e questo blog mi ha dato l'opportunità di sfogarmi scrivendo ed essere al contempo "ascoltata" da qualcuno. Credo sia tra i  motivi principali per cui tutte noi siamo qui, quello di sentirci al sicuro come se fossimo da sole davanti al nostro diario segreto, però poi troviamo anche incoraggiamenti, parole di conforto, consigli – accettazione e comprensione. Al di là di questo, sono una persona che ha sempre bisogno di un punto di fuga dalla realtà, anche dal punto di vista delle relazioni. Lo sappiamo tutti, avere un rapporto con chicchessia, anche la persona che più ti ama e meglio ti conosce al mondo, ti porta ad essere quel che quella persona vede; e su 360° ce ne saranno sempre un paio che sfuggiranno. Per questo mi capita di intraprendere amicizie virtuali che mollo nel giro di un paio di settimane, solo per concedermi di essere quei due gradi che quotidianamente non sono. Stessa cosa, ma a livello molto più ampio, per quanto riguarda questo blog. Io qui condivido emozioni e pensieri e ragionamenti che non mi escono fuori da nessun altra parte. E ci sono periodi in cui mi risulta necessario, fondamentale.
Ora, se io le svelassi soltanto adesso l'esistenza di questo blog – o più che altro, se iniziasse a leggerlo adesso – ho paura che ci resterebbe male. Non tanto per il fatto che gliel'ho tenuto nascosto in sé, quanto perché leggendo scoprirebbe di tutti i momenti no o pensieri o situazioni di cui non le ho parlato. Ci resterebbe male per un'infinità di motivi: perché avrebbe la sensazione che non ho condiviso niente di importante con lei, che non le ho lasciato rivestire a pieno quel ruolo di “migliore amica”, che non l'ho cercata quando avevo bisogno di qualcuno. Ma io non l'ho fatto per cattiveria, giuro. I motivi sono semplicemente due: perché tengo più a lei che a me stessa e ci sono stati periodi in cui non volevo addossarle anche i miei di problemi, o semplicemente perché non riuscivo a confidarmi con nessuno. Quindi, se anche adesso che anche lei è qui potrei desiderare dirglielo, non me la sento di farlo, perché è già un momento difficile sotto tanti aspetti e non voglio assolutamente rischiare che nascano incomprensioni per cose che è meglio lasciare come stanno; in secondo luogo, perché tutta la relativa libertà che mi ha dato sapere di potermi sfogare qui verrebbe intaccata e ridotta. Per logiche conseguenze. Mettiamo che lei mi dice di sentirsi molto giù, io la invito ad uscire e per tutto il pomeriggio faccio l'idiota su di giri per tirarle su il morale e se per caso mi chiede come sto le rispondo "bene"; poi torno a casa e la sera scrivo qui un papirone su quanto mi sento una merda, e lei dopo lo legge. Come andrebbe poi? Mi chiederebbe perché non le ho detto niente, forse si sentirebbe in colpa per non averlo capito, e a quel punto forse inizierei a scrivere cose finte per evitare tutto questo.
E' una questione complicata, potrebbe aver senso solo per me, può darsi che sono una merda e basta ed è inutile che cerco di giustificarmi. Il punto è solo questo: non volevo che trovasse me in questo spazio. Ho bisogno di scrivere qui e non voglio che qualcuno che mi conosce davvero legga, perché a quel punto non scriverei più quel che sento veramente. Perché quel che voglio condividere con chi conosco realmente è altro. Perché non voglio addossare a loro i miei problemi. Ho sempre cercato di essere un sostegno e benché spesso mi è pesato essere quella che ascolta e non quella che viene ascoltata, preferisco così perché sono più brava ad ascoltare che non a confidarmi. E' difficile ed è sbagliato, ma ho trovato una specie di equilibrio. E ho bisogno che resti così.
Però ve lo chiedo con tutto il cuore, come favore personale quasi: andate a leggerla. Fatele compagnia, commentatela, datele il sostegno di cui ha bisogno. Sta passando un momento bruttissimo e sentire il vostro affetto sia pur virtualmente, sono sicura che un po' la aiuterebbe. Si sta anche già facendo le pare che quel che scrive non è interessante e che non importa a nessuno. Dimostratele il contrario. Anche perché scrive molto bene e se inizierete a conoscerla di più non potrete non amarla, credetemi. 
Però non ditele niente di me, di questo blog, vi prego. Mi fido di voi, tanto che ho confessato tutto questo. Già che ci sono, quella certa Nice sono io. Può darsi che vi abbia commentate anche con quell'account. E' il nick con cui gestisco il mio blog pubblico: Aneurysm, dove scrivo principalmente di libri ma anche pensieri a caso, quando sono ispirata. Se ci passate mi fa piacere, solo niente riferimenti a "Julien". Quello davvero lo leggono persone che mi conoscono, compreso il mio ragazzo.
Bene, non ho molto da aggiungere al momento.
Ero al secondo giorno di dieta e stava andando tutto per il meglio, ma oggi è il compleanno di mia sorella, pranzo, buffet, dolci... Il mio umore cola a picco ad ogni schifezza che ingurgito. 
Stasera finirà molto male, lo so. 

Vi abbraccio

mercoledì 17 aprile 2013

Beautiful blogger award

Ciao a tutte! Finalmente credo di aver sistemato la faccenda del blog privato, vi ho aggiunte e ho provveduto a cancellare i commenti contenenti l'email di chi me l'ha chiesto; attendo di ricevere sulla mia email gli indirizzi delle ragazze che preferivano non scriverla pubblicamente, e poi finalmente è fatta. Nel frattempo, c'è questo premio che ormai penso conosciate tutte, e che mi è stato passato da ben tre persone: priccina.Bee. e caffè amaro

Regole:
1 - Copiare il premio in un post


2 - Ringraziare la persona che ti ha nominato
Ringrazio tantissimo tutte e tre, è veramente bello sapere che quanto scrivo arriva a qualcuno. Mi scuso con priccina per averlo "ritirato" solo ora, sei stata la prima a passarmelo ed è passato un po' di tempo, meglio tardi che mai! Grazie a .Bee. e grazie a caffè amaro non solo per il premio ma soprattutto per le belle parole che hai speso per me ancora una volta.

3 - Raccontare 7 cose di te
1. Sono un po' una fanatica del linguaggio corretto. Adoro le persone che parlano bene, m'incantano e finisce che m'interesso a quanto dicono anche se l'argomento in sé non mi attrae più di tanto. Ogni lingua ha un suono, una melodia e chi sa usarla bene è un musicista. Leopardi scrisse che una lingua è la storia di un popolo e di tutti quelli che la parlarono; credo sia vero. Ho avuto l'onore d'incontrare Camilleri, e mentre parlava mi sembrava dipingesse immagini con la voce. Spero tanto di riuscire a fare lo stesso, un giorno, perché una cosa che mi accompagna da sempre è un'incongruenza tra come scrivo e come parlo: i professori del liceo dicevano sempre che se avessi imparato ad esprimermi a voce allo stesso livello che raggiungevo sulla carta, sarei stata perfetta. Purtroppo parlando sono molto meno sciolta ed esce sempre fuori la metà di quanto potrei dare, sia quando si tratta di esposizioni "scolastiche", sia nel parlare con gli altri di cose serie. 

2. Mi sono sempre sentita diversa dai miei coetanei e fino ad un paio di anni fa le provavo tutte per integrarmi e sentirmi il più possibile parte del gruppo almeno con le poche persone che mi sentivo di frequentare. L'esempio più antico al riguardo risale a quand'ero veramente piccola, andavo ancora all'asilo: i miei mi hanno raccontato che quando iniziai a parlare, pronunciavo ogni parola nuova che imparavo correttamente, senza storpiarle com'è tipico dei bambini; e quando giocavo con loro e sentivo che dicevano in modo diverso alcune parole, come pittoli invece di piccoli, ce la mettevo tutta per parlare come loro, ma non riuscivo proprio a sbagliarle. E' un aneddoto che mi ha sempre divertita.

3. Mia madre è svedese ed anch'io sono nata in Svezia. Parlo correntemente lo svedese ma zoppico nello scritto e faccio un po' di fatica a leggerlo; immagino ci vorrebbe solo più pratica per colmare queste lacune, e spero di avere il tempo di farlo un giorno. Torniamo almeno una volta l'anno a trovare tutti i parenti, ed io è lì che mi sono sempre sentita a casa. Ho sempre detto che da grande sarei andata a viverci. Penso proprio che prima o poi succederà.

4. Ho tre tatuaggi: una J incrociata ad una chiave di basso sul dorso della mano destra – chiunque si ritrovi a parlare con me per la prima volta non resiste e mi chiede cosa sia, perché a primo impatto non è semplice da decifrare. Be', l'ho fatto nel corso del primo anno col mio ragazzo, la J è la sua iniziale, che s'incrociava bene con la chiave di basso che comunque desideravo per rappresentare il legame che ho con la musica; ho avuto quest'idea di unirli anche perché quand'è arrivato nella mia vita lui è stato musica e proprio grazie ad essa abbiamo cominciato a conoscerci. Le persone restano sgomente quando scoprono che è la sua iniziale, pensano sempre che sia un errore perché se poi ci lasciamo quel tatuaggio me lo dovrò tenere. Io la trovo un obiezione molto stupida, innanzi tutto perché non è un fatto dovuto che la nostra storia finisca, ma soprattutto perché io l'ho fatto non per marchiarmi sulla pelle il nostro amore, ma quanto sia importante lui per me. Se un giorno dovessimo lasciarci, la fine della nostra storia non cancellerebbe il ruolo che lui ha avuto nella mia vita. E' stato importante (lo è ancora) e questo non verrebbe cambiato da un'eventuale "fine". I tatuaggi raccontano quel che siamo e le nostre storie, lui è una storia che merita di essere raccontata. L'altro è sull'avambraccio destro, una semplice scritta in stile calligrafia: nevermind. L'ho fatto in un momento no della mia vita. E' per l'omonimo album dei Nirvana, una delle mie band preferite con cui sono praticamente cresciuta; mi sono sempre sentita legata a Kurt Cobain e leggendo e conoscendo meglio la sua storia poi ho capito perché. Ma è anche perché la trovo una bellissima parola, una di quelle che esiste davvero solo nella lingua cui appartiene. Secondo me è intraducibile in italiano. Diremmo “non preoccuparti”, ma non è lo stesso. Forse è un'interpretazione mia... ci vedo dentro un po' d'amarezza, come un “qualunque cosa accada, va bene lo stesso”. E' un promemoria, è un modo di dirmi qualcosa che solo io so, è un modo di prendere le cose e vivere la vita. Il terzo e – per ora – ultimo è un piccolo segno dell'infinito sul lato dell'anulare sinistro. Ho letto da qualche parte, o mi è stato detto (non ricordo), che l'anulare sinistro sia l'unico dito direttamente collegato al cuore e che per questo è a quello che si porta la fede. Non so se sia vero, comunque l'idea mi piaceva. Evito di blaterare sul concetto d'infinito.

5. Ho la fobia degli aghi ma persino nelle mie fobie sono strana e assurda. Crescendo ho superato la paura di una semplice iniezione e se devo farne una non ho grandi problemi; ma non ho mai fatto analisi del sangue e penso non le farò mai finché non sarà strettamente necessario: mi fa non senso, qualcosa di molto di più il pensiero di farmi conficcare un ago nella vena del braccio. Fosse da una qualsiasi altra parte del corpo, potessero estrarmi il sangue da, che ne so, un dito, una coscia, una chiappa, pancia, spalla... andrebbe benissimo, ma da lì proprio non posso farcela. Collegato a questo, mi fa ovviamente senso tutto ciò che ha a che fare coi piercing. Non so come quest'estate sono riuscita a farmi quello al naso, ma sia in quel momento sia ogni volta che ho dovuto medicarlo o cambiarlo ho rischiato di svenire. E nonostante questo non ho buchi alle orecchie. So che è follia pura, ma potrei farmi bucare l'altra narice, un labbro, ma i lobi delle orecchie proprio no. E non è per il dolore, è una fobia, credo. Persino quando mia sorella deve cambiarsi gli orecchini non riesco a stare nella stessa stanza, quando ho accompagnato qualcuno a farne sono dovuta andarmene fuori perché già mi si annebbiava la vista. E' qualcosa d'irrazionale su cui non posso fare niente. Mi prendono tutti in giro per 'ste cose e il mio ragazzo, che ha un orecchino, si diverte tantissimo a cambiarselo davanti a me o tormentarmi con finte tragedie tipo non trovare il buco e trafiggersi altri punti del lobo. Lo odio tantissimo quando fa così.

6. Ho un ossessione/passione per diverse cose. Libri in primis, una parete della mia stanza è tutta occupata da una libreria ormai piena; sistemarla mi fa sentire bene e lo faccio maniacalmente. Ogni tanto cambio metodo ma ci sono delle regole fisse, ad esempio i libri di uno stesso autore devono stare uno accanto all'altro, possibilmente in ordine cronologico di pubblicazione; classici con i classici, narrativa e poesia raggruppate insieme in un angolo a parte, saggistica e testi universitari in uno scaffale apposito. Al momento è ordinata anche per colori e case editrici. La follia, lo so, ma fa un bellissimo effetto anche a guardarla. Oh, e non metto mai a posto libri che non ho ancora letto. Quelli li spargo in ordine casuale sul comodino e dove c'è posto. Un'altra cosa con cui sono andata in fissa sono gli oggetti vintage. Ne ho alcuni in camera, un mappamondo e una scatola in particolare, che adoro. Mi piacerebbe moltissimo avere una macchina da scrivere, possibilmente una Underwood.

7. Sono in grado di appassionarmi a praticamente qualunque cosa. Tranne dove c'è troppa scienza e matematica, per il semplice motivo che non sono mai stata portata. Da un giorno all'altro potrei mettermi a studiare arte contemporanea e storia del giardinaggio con lo stesso interesse. Mi piace conoscere, mi piace imparare; può essere positivo, ma ha anche il risvolto negativo che chi "mille ne pensa, una ne fa".

4 - Nominare altri 7 blog e farglielo sapere con un commento
A dire la verità la maggior parte delle persone a cui l'avrei passato l'hanno già fatto e poi preferirei comunque dedicarlo a tutte; come scrivevo a caffè amaro lo trovo un bel premio questo, perché spinge a raccontare qualcosa di sé che magari altrimenti non sentiremmo motivo di scrivere. In questo modo ho scoperto aspetti nuovi di voi, ho scoperto cose che vi caratterizzano molto di più di numeri e diete e obiettivi e mi è piaciuto tanto leggere di qualche vostra stranezza, di come sorridete o qualche assurdità commessa in passato. Perciò, chiunque non abbia ancora partecipato e ha voglia di raccontarsi e condividere con tutte noi pezzi di sé, si senta libera di ricevere da me questo premio, ne sarei felicissima.

Un abbraccio!

lunedì 15 aprile 2013

Blog privato / email

Ora che vi ho considerevolmente annoiato con questa storia, direi che abbiamo quasi finito.
Stasera sono passata a lasciare un commento a tutte le lettrici fisse che hanno un blog per avvertirvi, e questo è il post di cui vi ho detto; lasciatemi nei commenti qui sotto l'indirizzo email con cui darvi l'accesso. Poi provvederò a chiudere ed aggiungervi e finalmente tornerò a scrivervi normalmente. Anche perché ho accumulato diverse cose da dirvi.

Un abbraccio, e grazie per la pazienza.

domenica 14 aprile 2013

S.O.S.

Ragazze scusatemi, avrei bisogno di una mano per privatizzare il blog. Qualcuna di voi sa bene come si fa? Non capisco qual è l'opzione giusta da selezionare... Vorrei dare automaticamente l'accesso a tutte le lettrici fisse, più qualche altra che me l'ha chiesto. Aggiungervi una ad una sarebbe un casino, anche perché non ho la mail di tutte... Finirei con l'escludere qualcuno e non vorrei. Vi prego aiutatemi XD

Giuro che appena sistemata questa faccenda ho cose più "interessanti" da scrivere. Della serie: post chilometrici in arrivo.

venerdì 12 aprile 2013

importante.

Per motivi che ora non è indispensabile stare a spiegare, per il momento mi sentirei meglio a rendere privato il blog. La cosa onestamente mi dispiace, perché mi piace l'idea che chiunque capiti qui per caso possa decidere di fermarsi e diventare per me una compagnia fissa, cosa che ovviamente accade molto di meno privatizzando. Tuttavia mi preme di più che quest'angolo e questo mondo resti soltanto mio, mi sentirei morire se venisse trovato da qualcuno che mi conosce e che potrebbe riconoscermi.
Darò ovviamente l'accesso a tutti i lettori fissi, ma se per caso c'è qualcun altro che mi legge pur senza commentare che vorrebbe continuare a leggermi, me lo dica così posso provvedere.
Apporterò la modifica nei prossimi giorni.

Scusatemi, per l'ennesima volta, se ci sono così poco. Ogni volta giuro che recupererò ma credetemi è così, perché quando non sono in contatto con voi mi manca qualcosa. Sono stata poco bene ultimamente, oltre che le solite cose anche dal punto di vista prettamente fisico: qualche malanno e qualche acciacco. Mi sto rimettendo, almeno spero. Grazie di tutto come sempre, statemi bene.

Un grandissimo abbraccio

domenica 7 aprile 2013

where there is desire there's gonna be a flame


Scrivevo ieri notte sulla mia agenda:


Ci sono momenti in cui sto talmente male che quasi inizio a preoccuparmi per me. Preoccuparmi per me nel modo in cui mi preoccupo per gli altri, tipo qualsiasi cosa posso fare per te non esitare a dirmela, tipo star male se non posso risolvere i problemi di quella persona e sentirmi impotente e disarmata.
Sta diventando un rito quotidiano quello di mettersi a letto e spremersi nel tentativo quasi disperato di piangere; ci sono già riuscita un paio di volte di recente, che per me è un vero record. Stasera solo qualche lacrima. Non è abbastanza. Mi sono sparata in cuffia le versioni strumentali di alcune canzoni dei Placebo. So bene perché le amo così tanto: perché sono tutto ciò che io non riesco ad esprimere. Hanno il sapore esatto del mio dolore. Il mio “dolore” che non è mai tristezza o sofferenza allo stato puro, lo è forse per pochi fugaci istanti, poi si confonde con una rabbia intima e strisciante che si confonde con una disillusa amarezza che io alla mia età – immagino – non dovrei provare.
Mi è salito in gola il desiderio che a volte torna ancora, quello di non aver mai lasciato la danza in un'altra vita – chi può dirlo, magari oggi non avrei fatto così schifo se avessi continuato, avrei una valvola di sfogo più concreta ed un qualcosa cui aggrapparmi. Mi sarei chiusa in camera con quelle canzoni al massimo volume, al buio, e avrei improvvisato. A volte nella mente i passi passano ancora.
Scrivere non è la stessa cosa.
Scrivere raramente è uno sfogo.
Il più delle volte è girare il dito nella piaga. Gettare sale sulla ferita. Scrivere non è buttare fuori: è guardare dentro. Guardare più lontano possibile, più a fondo possibile. Il che significa scavare, cercare, raschiare, rischiare.
E a me questo adesso fa paura. Come un po' tutto il resto.
Non so più muovermi. Non so più parlare. Non so più capire e farmi capire. Non so nemmeno se il muro sono io o gli altri. E' una partita a ping-pong in cui nessuno vince o perde mai. Eravamo stelle e ci siamo schiantate a terra perché troppo (de)cadenti oppure esplose bruciate dalla nostra stessa bellezza.
Sono stata per un po' con J. al telefono stasera. J. con alle spalle giornate di merda che finalmente ha avuto un sabato sera divertente e che gli sento il sorriso nella voce. Vorrei dirgli mi sento uno schifo, vorrei dirgli la mia migliore amica ha ricominciato a tagliarsi e mi ha appena detto l'ultima volta è stata mercoledì, vorrei dirgli che a fatica le ho detto di quanto mi sento sola e la risposta è stata sarà perché io non ci sono più..., vorrei dirgli un sacco di cose che invece fanno un nodo alla mia lingua, ché ho paura di parlare – non voglio rovinargli quel sorriso già fragile di suo, non voglio scoppiare a piangere mentre siamo al telefono, non voglio che intuisca le lacrime da un tremito nella voce. E gli regalo silenzi. Gli regalo qualche ti amo sussurrato e un non sai quanto ti vorrei qui adesso che benché mi risponda anche io sono sicura non lo sa davvero, perché non può immaginarlo. Non può immaginare che gli avrei chiesto di far l'amore, solo per sentirlo più vicino possibile e illudermi che posso essere compresa fino in fondo da qualcun altro ben oltre tutti i limiti che m'inchiodano adesso, e che dopo avrei pianto sulla sua pelle nuda.
Come la seconda volta.
Perché sarebbe stato troppo, in un senso o nell'altro.
Guardo i sogni degli altri e i miei mi sembrano così fragili al confronto. Paura, tutto finisce sotto questo nome comune di cosa, femminile, singolare. La paura è una donna sola. E' come se non riuscissi più a capire nulla, eppure appena mi azzardo a pensare mi ricordo perfettamente, all'istante, perché dicevo sempre che ero stanca di essere me. E mi ricordo di tutto, qualunque cosa. Non vorrei, ma non so come evitarlo.
Dietro c'è il passato, che mi pesa e mi stanca.
Davanti il futuro, che mi spaventa e mi angoscia.
Qui il presente, che mi destabilizza, in cui continuo a perdermi.
Voglio momenti fuori dal tempo.

Where there is desire there's gonna be a flame
Where there is a flame someone's bound to get burned
But just because it burns don't mean you're gonna die
You've got to get up and try try try

– Pink, Try 

sabato 30 marzo 2013

my sweetheart

In questo istante mi sento leggera, anche se non so quanto peso e ho il terrore di scoprirlo e so con assoluta certezza che non si tratta di un numero accettabile. Non è cambiato nulla dall'ultima volta che ho scritto, mi sarebbe tanto piaciuto venirvi a dire che il mio silenzio era dovuto a tante cose belle da fare che mi tenevano impegnata, come auspicava caffè amaro nell'ultimo commento che mi ha lasciato; beh, purtroppo non è così. Non ho scritto solo perché non avevo un bel niente di nuovo da dire, solo una manciata di cose che non mi andava di raccontare. Tipo i miei vortici che continuano a risucchiarmi, tipo continuare a mangiare da mattina a sera e non sapere se si è più frustrati per questo o per il fatto di non avere più neanche la voglia di vomitare o fare qualsiasi altra cosa per liberarsi di quel cibo, tipo continuare a sprecare in maniera vergognosa le proprie giornate e non riuscire a reagire, e sentirsi dei falliti destinati ad un perpetuo fallimento, a finire con l'essere esattamente tutto ciò che non si voleva diventare. Una persona insoddisfatta, una persona mediocre, incapace delle grandi cose che aveva previsto per sé. Non all'altezza delle aspettative altrui ma soprattutto proprie. E continuare a ripetersi che è tutta questione di volontà, di determinazione, sussurrarsi alla sera che le capacità le si hanno, che la testa non è da buttare, che il cervello non è del tutto marcio, che ce la posso fare – se voglio. Ma sentirsi comunque troppo stanchi per muovere un dito. Non riuscire neanche a continuare, figuriamoci ricominciare! E avere attorno il mondo che va a pezzi, che va a rotoli, a cominciare da quelle uniche due persone che ami che si portano sulle spalle carichi ben più pesanti. E volerci essere, per loro. Alleviare quel peso. E mettere tutto da parte, senza pensarci due volte, senza risentimento alcuno. 
Questo è, più o meno, il frattempo nel mio silenzio.
Ho cominciato questo post parlando di leggerezza, però, e di quella voglio parlare, prima che svanisca. E' una leggerezza che viene da qualche risata sincera, penso sia vero che facciano bene alla salute. Sono stata al telefono col mio ragazzo, prima e dopo la sua uscita con gli amici. Ci sono giorni in cui mi riscopro più innamorata che mai, oggi è uno di quelli. Quest'ultimo periodo, anzi. E per me non è la consuetudine. Diciamo che ci ho messo un po' ad arrivarci. Lui ha costruito il suo amore per me in una manciata di mesi, poi l'ha sentito esplodere in un giorno ben preciso. Io, invece, credo di esserne stata quasi travolta, rimanendone stordita, presa alla sprovvista, e sicuramente meno esperta coi sentimenti grandi e veri. Così è capitato che ci ripensassi. E' capitato che dubitassi di quel meraviglioso noi. E' capitato che pensassi che forse la persona giusta per me era totalmente diversa. Ho pensato che, forse, prima di stare in maniera tanto seria e stabile con qualcun altro avessi bisogno di stare ancora da sola e sperimentare l'indipendenza e vivere bastando a se stessi. Sono felice di aver avuto tutti quei forse a girarmi per la testa; felice di averli espressi quando nella testa non entravano più; felice dei momenti di crisi che abbiamo attraversato, di aver provato il gelo quando quei forse rischiavano di trasformare la nostra vita insieme in una delle tante storie da raccontare, felice di aver pianto come mai prima in vita mia, felice di aver avuto paura di rischiare ed avere poi corso tutti i rischi possibili. Perché senza tutto questo non saremmo la coppia che siamo. Perché senza tutto questo io non avrei la minima idea di cosa voglia dire amare, ma amare davvero. L'amore non è come te lo raccontano, quasi mai. Libri e film ci inculcano prototipi di 'amore' a cui, finché non lo proviamo sulla nostra pelle, inevitabilmente crediamo; ma la verità è che ognuno ha bisogno di un amore diverso, particolare, tutto suo. Pensavo di non aspettare altro io, dalla vita. Tanto tempo fa pensavo che quando il ragazzo perfetto si sarebbe presentato alla mia porta dichiarando di amarmi e che sempre mi avrebbe amata, sarei stata magicamente felice e tutti i problemi sarebbero scomparsi. Quando poi è successo, invece, ho avuto paura. Non subito, certo, all'inizio era la favola che si realizzava; dopo intendo, quando non era più solo una favola ma la mia vita. Ho avuto paura. Terrore. Tanto da voler scappare. Solo dopo quasi due anni mi sono accorta di aver detto ti amo senza capire fino in fondo cosa significasse. Mi sono resa conto che ero ancora avvinghiata ai freni per paura di qualcosa che nemmeno avrei saputo dire cosa fosse. E nel momento in cui l'ho capito, non ho potuto più far nulla per impedirmi di mollare la presa. I freni sono andati, e per la prima volta mi ritrovavo in una caduta libera che non dipendeva da me. Per la prima volta, mi lasciavo andare completamente ad un'altra persona. Dandole il mio corpo, i miei sentimenti, il mio cuore – cose che, se qualcosa va storto, certo non ti restituisce nessuno. Ed è stato allora che ho capito perché dicono che l'amore è una cosa tanto devastante. Ho scoperto che vuol dire veramente sentirsi vulnerabili. Ho capito che non era vero, come mi ero imposta fino a quel momento, che avrei potuto benissimo anche fare a meno di lui: non sarei morta se mi avesse lasciata, forse no, ma non sarei andata avanti tanto a cuor leggero. No, perché lo amavo sul serio più di quanto io stessa ero stata in grado di capire. E sono felice di esser stata tanto stupida, tanto fragile, tanto intimidita: altrimenti chissà quanto ci avrei messo. A capire tutto questo, a capire che lui è Lui, nonostante le apparenti diversità e le infinite difficoltà. Ma il nostro motto è diventato “più dura la lotta, più grande il trionfo”. E perché se non avesse visto tutte quelle crepe che mi porto dentro non tornerebbe, ogni tanto, a dirmi con voce decisa “fidati di me”. 
E lo so, è un post forse troppo smielato, magari fastidioso, la me di un tempo mi avrebbe odiata se mi avesse vista scrivere queste cose.
Ma ormai sono anche questo: innamorata, senza più paura di ammetterlo.
Che poi, quando ti prendi una cotta per la persona con cui stai da più di due anni, la faccenda è seria.

Tutto il resto è uno schifo. Uno Schifo con la S maiuscola. E anche il fatto che lui non lo vedo da due mesi e ne mancano ancora altri quattro non è che mi faccia impazzire di gioia. Ma almeno c'è. Ed è stupendo.

giovedì 21 marzo 2013

you're gonna blow your mind

Due giorni fa ho ripreso in mano la mia agenda, il mio diario cartaceo. Non ci scrivevo dal 2 marzo, e anche le cose che ci avevo scritto fino ad allora (dall'inizio dell'anno) erano piuttosto superficiali, credo. Con una tazza di tè in mano, ho deciso di compiere uno sforzo al momento per me enorme, ovvero essere onesta e sincera almeno con me stessa. Sono uscite fuori la bellezza di sei pagine, ho parlato senza freni a quelle righe e non mi sono fermata davanti all'ansia che saliva nel buttar fuori ogni parola né alla sensazione di voler piangere appena ho iniziato a scrivere. Forse questa è la fase più strana che io abbia mai attraversato. Più che altro, ciò che mi destabilizza totalmente è che in tutti questi anni sono sempre stata pienamente cosciente di quel che accadeva. Forse non ho mai capito il grande perché dietro tutto questo, voglio dire, so bene qual è la mia storia e quali sono gli elementi che mi hanno portato ad essere ciò che sono, ma perché ho reagito con un disturbo alimentare? Questa è una domanda a cui nessuna di noi, immagino, saprebbe rispondere. In uno dei suoi ultimi video Lily, la ragazza di youtube di cui vi ho parlato nell'ultimo post, ha detto una cosa a cui non avevo mai pensato finora: “spesso si dice che i disturbi alimentari derivano da un bisogno di controllo; la trovo una risposta interessante, ma non capisco perché nessuno si chieda mai perché noi avremmo più bisogno di controllo di chiunque altro?"
Tornando a me, dicevo che ciò che mi destabilizza è il fatto che in un certo senso quella coscienza è venuta a mancare. Capisco perfettamente il fine di certe mie azioni, i ragionamenti che il mio cervello manda avanti che son sempre gli stessi eccetera, quel che mi è sfuggito di mano sono le mie emozioni. I miei sentimenti. Non li capisco assolutamente più. Quel che ho scritto in quelle sei pagine è una lunga auto-analisi, o forse non è corretto definirla così, diciamo che più che altro è un punto della situazione. Di cosa c'è dietro la maschera. Da quest'autunno ad ora sono cambiate delle cose fondamentali; ve le riassumo: con la mia migliore amica ho un legame viscerale, qualcosa che forse la parola "amicizia" neanche basta a definire. Anche lei soffre di dca, abbiamo storie molto simili alle spalle, ci siamo conosciute in quarto superiore e in quei due ultimi anni di liceo ne sono successe davvero di ogni. Non voglio dar l'idea che la nostra amicizia sia fondata e basata su questi problemi perché non è affatto così, abbiamo condiviso tanto i momenti brutti quanto quelli belli; ovvio però che abbiano costituito una parte consistente del nostro rapporto. Abbiamo tentato – inutilmente, ovvio – di salvarci a vicenda, abbiamo sofferto per noi stesse ma soprattutto per l'altra, insomma, una tragedia continua; poi siamo cresciute, e si sono alternati momenti in cui stavamo entrambe meglio, momenti in cui una stava quasi bene ed era più in grado di aiutare l'altra, a momenti in cui diventavamo complici nella nostra lucida follia. Siamo arrivate entrambe, in momenti diversi, al punto di rottura: io nel luglio dell'estate scorsa, ma persino allora mi sono morsa la lingua e ho lasciato che passasse, per poi tornare ai soliti schemi. Lei l'autunno passato e al contrario di me, in seguito alla goccia che veramente ha fatto traboccare il vaso, ha detto la verità ai suoi genitori e finalmente ha iniziato a vedere una terapista e dietologa e a far qualcosa per provare a guarire. Ho ammirato il suo coraggio e le sono stata vicina più che in qualsiasi altro momento. Ed è stata particolarmente dura. Perché mentre ero presente 24h su 24, le davo tutta la forza che riuscivo a trovare, finivo la scorta di parole d'incoraggiamento... io stavo uno schifo. Avevo troppi problemi a gravarmi sulle spalle, continuavo a ripetere a tutti sto bene sto bene sto bene perché ancora una volta sentivo la responsabilità di essere un punto di riferimento per le persone a cui voglio bene, e per la prima volta in vita mia sul serio pensavo che non ce l'avrei fatta. Che mi sarei letteralmente spaccata in mille pezzi. Ma sono già talmente frantumata che non sarebbe potuto accadere. Perciò ho tirato avanti comunque fino a che il periodo peggiore è passato. Tutto questo però ha lasciato delle conseguenze: da allora, da questo fatidico ottobre, io non riesco più a parlarle. Per anni le ho detto in un modo o nell'altro di tutti i miei pensieri neri, di quando intraprendevo una dieta, di quando non mangiavo, di quando passavo le giornate ad abbuffarmi e vomitare, di quando finivo col tagliarmi; era la mia àncora di salvezza, anche se non poteva far nulla di concreto parlandone mi sentivo meno sola. Quando è successo tutto quel che vi ho appena raccontato, ho smesso di confidarmi per due motivi: prima di tutto perché era veramente fragile, di carta velina, e non potevo – concretamene, non potevo – parlarle dei miei problemi; in secondo luogo perché quando ha iniziato la terapia non volevo in alcun modo influenzarla negativamente. A forza di tacere e dire che andava tutto bene è finita che forse ha iniziato a crederci, ma soprattutto che io, anche se volessi, non saprei più come aprirmi con lei.
L'altro cambiamento riguarda l'altra persona con cui qualche volta mi confidavo, ovvero il mio ragazzo. All'inizio dell'inverno abbiamo avuto una crisi che quasi mi porta a lasciarlo. Le cose che non andavano erano principalmente dal mio punto di vista. Ho passato giorni e notti a piangere, perché malgrado tutto ci ho sempre tenuto tantissimo a lui. Quando finalmente è venuto da me per le vacanze, ci siamo confrontati a lungo, ho cercato di essere il più sincera e diretta possibile, e abbiamo deciso di riprovarci e di sistemare quelle cose che non andavano. Quelle discussioni ci hanno aiutato a conoscerci e capirci più a fondo, ci hanno fatto crescere entrambi. In questi ultimi mesi infatti il nostro rapporto è notevolmente migliorato, c'è più equilibrio ed entrambi sappiamo rispondere meglio alle necessità dell'altro/a. Anche qui c'è un però: non c'è un motivo particolare per cui non gli parlo più di determinate cose, credo sia sostanzialmente un aver capito che per una persona che non vive tutto ciò sulla propria pelle è seriamente difficile capire e che per quanto può starti vicina non fai altro che metterla in difficoltà e che è molto improbabile che ti dia le risposte che cerchi o che vorresti sentire in quel momento. Se fosse qui forse sarebbe diverso, ma la nostra è una relazione a distanza, perciò tutto si complica ulteriormente. Non voglio dargli troppe preoccupazioni, e non sento più il bisogno di condividere con lui questa parte della mia vita.
Prima di loro ero una persona estremamente chiusa. Il mio unico sfogo era scrivere. Sono stati loro ad insegnarmi a confidarmi anche usando la voce, guardando qualcuno negli occhi. E' stato uno sforzo enorme per me trovare il coraggio di farlo ed imparare a farlo costantemente, senza arrivare al punto di esplodere. Però c'ero riuscita, e ci sono riuscita per anni. Capirete da voi, quindi, che smettere di confidarmi con loro ha avuto su di me effetti non da poco.
Il principale è stato proprio la confusione. Lo stare apparentemente bene persino ai miei occhi, sentendo sotto pelle una tristezza costante, permanente, non abbastanza forte da esser presa in considerazione ma abbastanza da farsi sentire. E che sfociava poi in momenti di totale depressione – vedi le abbuffate, il rinchiudermi in casa, l'evitare ogni impegno o dovere, il sentirmi sempre e comunque sola. Mi sono resa conto di aver ingannato anche me stessa. Non riesco a capire se al momento sto bene, se sono effettivamente più positiva, o se è la solita solfa. Non. Riesco. A. Capirlo. E ve lo giuro, questa cosa mi fa diventare pazza. E' come se non avessi più il controllo di niente, se non sapessi... Sono abituata ad ascoltarmi. Sono sempre stata una persona fin troppo introspettiva e riflessiva. Nonostante io abbia un disturbo alimentare, che potrebbe apparire come l'opposto della logica e della razionalità, ho sempre cercato e alla fine trovato una motivazione a tutti i miei pensieri/azioni/sentimenti. Il non riuscirci mi fa sentire totalmente persa, una bussola impazzita. Nel corso di quelle sei pagine ho inchiodato sulla carta la realtà di altri aspetti della mia personalità che si fanno sempre più accentuati, ovvero le tendenze ossessive su qualsiasi cosa attira la mia attenzione o su cui sono costretta a concentrarmi, l'estremo perfezionismo e l'ansia. Tutte cose a cui non ho mai fatto caso più di tanto, pensando che di per sé non potessero costituire un vero problema. Ascoltando voci esterne, invece, mi sono resa conto di sì. Insomma, ne è uscito fuori un quadro piuttosto disastroso.

Al di là dei bei discorsi che faccio ogni tanto. Al di là di tutto quel che ho scritto adesso, al di là di tutto. C'è un'altra cosa che ho dovuto ammettere con me stessa, e per cui veramente vorrei piangere fino ad esaurimento (se non lo faccio è perché non ci riesco, non perché mi trattengo): sotto sotto – ma neanche così tanto sotto, poi – c'è un pensiero, un pensiero martellante: continua così, non dire niente a nessuno, sarà ancora più facile fare quel che vuoi; lascia che sia il corpo a parlare, quando le ossa saranno sotto gli occhi di tutti. Quel che mi fa male non è il desiderio di dimagrire, perché quello non se n'è mai andato, quanto la forma di tale pensiero. Sembra una vendetta, come se volessi farla pagare a chi adesso non si accorge che le cose continuano a non andare bene. Ma credetemi, io non voglio farla pagare a nessuno. Anche perché sono perfettamente consapevole che se solo dicessi "ho bisogno di sfogarmi" ho due persone sicure pronte ad ascoltarmi, forse anche tre o quattro. E sono perfettamente consapevole che quelle persone soffrirebbero nel vedermi star male, e io non trarrei alcuna soddisfazione dal loro eventuale dolore. Quindi perché? Perché?? Il pensiero non è mio, è della malattia, potreste dirmi voi. Peccato che non riesco a vederla nemmeno così, perché sono talmente dissociata da me stessa che in questo periodo mi sento più che mai una stupida malata immaginaria. Ormai non mi ricordo più se sono stata veramente magra fino a chissà quale punto. Ricordo solo l'estate scorsa in cui oscillavo tra i 43-44 kg e non mi ricordo se è stato quello il mio minimo raggiunto. E il bello è che sono la prima che va a dire che un dca non si evince dal peso. Ma vabbè, si sa che siamo tutti bravissimi a consigliare gli altri e mai noi stessi. Mi sto sentendo l'unica sulla faccia del pianeta a non esser mai stata in alcun tipo di terapia, e questo è un altro dato che contribuisce a farmi pensare di essermi inventata tutto e che in realtà non ho alcun disturbo. Dio, più scrivo tutto e più mi sembra di essere sulla retta via per impazzire definitivamente. Ogni tanto tornano pensieri sull'autolesionismo. Non so neanche perché, visto che capitano in momenti del tutto casuali. Magari sono tranquilla, a fare tutt'altro, e all'improvviso mi viene in mente che potrei andare in bagno, prendere la lametta e aggiungere una bella cicatrice alla collezione. Che poi, in effetti, non ricordo neanche quand'è stata l'ultima volta che l'ho fatto. Ricordo solo che ho cercato di tenermelo dentro ma poi ho ceduto e l'ho detto al mio ragazzo, e lui mi ha detto di sentirsi disarmato e che se l'avessi rifatto ancora non mi avrebbe parlato per almeno tre giorni. Non è stato nemmeno questo a fermarmi, so solo che è una cosa totalmente inutile e finché riesco a controllarmi tanto vale evitare. E poi c'è il pensiero più stupido di tutti (forse): l'idea che se tutta questa storia dovrà mai avere una fine, quanto meno dovrà prima realizzarsi. Non so se mi spiego. L'idea che prima di prendere in considerazione la possibilità di guarire, io debba quanto meno essere... no, non voglio nemmeno completarla questa frase. Non so cosa farei senza questo blog, al momento. E' importante scriverci, è importante leggervi, sia nei commenti sia nei vostri post. Grazie per tutto, quindi.

Rapidi aggiornamenti: la dieta è andata bene fino ad oggi, stasera c'è stata una mini-abbuffata che sta bastando a farmi sentire una merda. I kg decisamente in più comunque li avevo tolti, stamattina ero 48.5, e ovviamente mi sento più enorme di prima. Dieta a parte, questa settimana è stata inutile, non sono mai andata a lezione, non ho aperto libro e da questo punto di vista sono nella merda fino al collo. Sta diventando un circolo vizioso di ansia e paura, che più rimando e più aumentano e più aumentano più rimando. I miei genitori brontolano o lanciano frecciatine. E io continuo ad essere come paralizzata e finisco sempre col dedicarmi a qualcosa di diverso per scappare da tutto quanto. Oggi pomeriggio ho passato un paio d'ore con una vecchia compagna di liceo, che avevo già rivisto una volta quest'inverno. Sono contenta che stiamo riallacciando i contatti perché è una persona deliziosa, una delle poche con cui mi trovo bene senza sforzi, anche solo per fare quattro chiacchiere davanti ad un caffè come oggi. E questo era un tocco positivo per concludere questo post catastrofico.

Scusate il poema.
Vi abbraccio tutte, nessuna esclusa

martedì 19 marzo 2013

piccole conquiste?

Forse le piccole cose, quelle a cui non ho mai dato molta importanza, che finora ho giudicato superficiali, secondarie, trascurabili sono invece proprio la base di partenza. Quest'ultima settimana è stata particolare, l'ho vissuta come in una specie di alienazione che alternava momenti di piatta serenità ad altri di una disperazione appena sfiorata. Emozioni, sensazioni, percezioni... c'erano, ma dietro strati e strati di carta velina. Il fine settimana che mi lascio alle spalle, invece, è stato un tiepido raggio di sole che mi ha appena sfiorato le guance. Sabato ho passato un bel pomeriggio con mia madre in giro per negozi, ho fatto qualche acquisto per me e per la mia camera, e sono tornata a casa veramente di ottimo umore, cosa che non mi succede spesso. Anzi, la maggior parte delle volte che faccio shopping tendo a deprimermi oppure a rimanere indifferente, con la convinzione di aver comprato belle cose che addosso a me non renderanno affatto. Stavolta non ci ho proprio pensato, e senza sforzarmi. A proposito di mia madre poi, sto cercando di essere una figlia migliore. In fondo mi sono sempre resa conto di avere una mamma meravigliosa che chiunque mi invidierebbe, e non sempre le ho dato l'affetto, l'aiuto e la considerazione che meriterebbe. Infatti è rimasta un po' spiazzata dai miei abbracci improvvisi, ma so che le fa piacere. Sto cercando di tirar fuori più buon umore, con tutti forse, ma specie dentro casa. Sono dell'idea che in una famiglia, per renderla davvero una famiglia, ognuno dovrebbe fare la proprio parte, e purtroppo qui non sempre è stato o è così. Ma ho l'impressione che le cose stiano migliorando, da quest'estate ad ora. Mio padre soprattutto è meno scontroso, si arrabbia di meno, non litiga più così tanto con mia madre e anche il rapporto con me è lievemente migliorato. Ci sono ancora problemi piuttosto pesanti, specie la situazione di mio fratello di cui non ho mai parlato qui e che nemmeno ora voglio affrontare, ma voglio essere fiduciosa e sperare che un passo per volta dopo tutto questo tempo si possa tornare almeno ad una parvenza di normalità.
Tornando al mio fine settimana, la domenica l'ho dedicata interamente alla mia stanza: ho cambiato la disposizione di alcuni mobili, pulito tutto, riordinato i cassetti, sistemato le cose che avevo comprato, appeso alcuni poster e stampato e attaccato al muro dietro il letto fotografie di me con la mia migliore amica e il mio ragazzo. Il risultato finale mi ha pienamente soddisfatta e ripagata della fatica, e ora mi ci sento persino meglio qui dentro, la sento quasi più mia di prima e mi piace l'esser riuscita a diventare molto più ordinata e organizzata di quanto non fossi fino a poco tempo fa. Era una delle cose che volevo impegnarmi ad imparare, e pian piano ci sto riuscendo.
Ma le piccole cose di cui parlavo all'inizio riguardano il prendersi cura di sé. Per fare questo discorso voglio partire dal commento di justvicky al mio ultimo post: uno dei tanti risvolti dei dca è la perdita delle propria femminilità. Ci ho pensato su un attimo e ho capito che nel mio caso non si è trattato di una perdita, ma proprio di una non acquisizione. I problemi effettivi con i dca sono iniziati quando avevo quattordici anni, ma quelli col mio aspetto fisico in terza elementare. Le ragazzine iniziano a curarsi più o meno nel periodo delle medie, e io sono convinta che quello sia un periodo cruciale. Almeno, così è stato per me, perché allora sono nate le radici della mia personalità ed anche del mio male. La mia nonna materna – a cui ero/sono legatissima – aveva iniziato a regalarmi spesso creme per il corpo, profumi, e altre cose che potremmo definire "da ragazza". Le compagne di classe iniziavano a mettere quel filo di matita e mascara per uscire, per le feste, a volte anche per venire a scuola. Quando iniziai a provarci io mi sentii dire frasi come: “ah, ti sei truccata oggi! Va beh, ma nel tuo caso è inutile...” dai maschietti di turno. Lo so che è ridicolo essere tanto influenzati da cose dette da un branco di dodicenni, ma credo che certe cose fa male sempre sentirsele dire, e se farebbe male a vent'anni quando ne hai undici, dodici, tredici fa male il triplo e ci credi perché non hai nessuna controprova e ci credi soprattutto se a dirtelo sono in tanti e non uno solo e ci credi se te lo senti dire tutti i giorni. Quindi proprio nell'età in cui mi stavo formando, la fase in cui avrebbe dovuto sbocciare il mio essere donna, sono stata stroncata sul nascere. Perché quel “tanto è inutile” si è scolpito all'interno del mio cranio ed è rimasto lì, a frenarmi da tutte quelle cose che ogni altra ragazza ha imparato a fare quotidianamente e con piacere. Non so cosa sia cambiato adesso, non molto credo, ho solo scoperto che mi piace coccolarmi, sentirmi a posto, che una cosa "da nulla" come un trucco più completo e preciso può farmi sentire un pochino meglio. Che posso essere chi e come voglio, e che finché fa bene a me niente è inutile. Sto tirando fuori gocce di quella femminilità che ho represso e allontanato e dimenticato con l'idea che se non potevo essere bella sarei stata quanto più diversa possibile da tutte le altre. Ovvio che nessuna identità mi mettessi addosso non la sentissi mai mia e che non mi sentissi mai a mio agio nella mia pelle, ovunque e con chiunque fossi: perché non ero mai io al 100%, sempre presa a voler somigliare a qualcuno che reputavo migliore, a forzare alcuni tratti della mia personalità che in quel momento reputavo vincenti ma che non erano che una percentuale di quel che sono, ad essere il contrario di me perché mi odiavo. Non voglio cantar vittoria troppo presto, voglio soltanto credere che finalmente sto imparando a conciliare le mille sfaccettature che mi compongono, per arrivare ad essere quella che realmente sono, senza filtri né altro.

Sono tre giorni che non mi abbuffo. Ho usato il fine settimana come una sorta di "ponte", ho mangiato bene e solo durante i tre pasti regolari. Da ieri ho ricominciato la dieta, ed è da secoli che non ne cominciavo una in maniera così positiva e tranquilla; spero di continuarla in questo stesso stato d'animo e di vederne presto i risultati.
Per concludere, vi segnalo il canale youtube di una ragazza londinese a cui mi sono già affezionata: Lily Lucia, ha diciotto anni (se non sbaglio) ed è in terapia per sconfiggere i dca, principalmente l'anoressia. Da quando ho trovato il suo canale sto guardando tutti i suoi video, la trovo semplicemente adorabile. Principalmente parla del suo percorso, aggiorna sui progressi che fa ma anche quando le cose non vanno bene. Per principio non parla di numeri, non ha mai detto quanto pesa né quante calorie assume al giorno. Mi piacciono molto anche i suoi video su altri argomenti, in cui esce fuori la sua parte più solare e creativa. Vi consiglio di darle un'occhiata insomma... in alcuni video parla anche dei consigli che le sono stati dati in terapia, e alcuni di questi li ho trovati davvero utili e intelligenti. Un altro che mi ha toccato molto è stato quello in cui parla delle cose che vorrebbe - ora ed in futuro - ma non può avere a causa dei dca. Se avete tempo, fateci un salto.

Come sempre vi ringrazio tutte per i bellissimi commenti che mi lasciate,
e do il benvenuto alle nuove lettrici che si sono aggiunte di recente, passerò presto da voi (:
un abbraccio