domenica 31 agosto 2014

Avevo una volta una voce

Chissà che succede se…
Sono così tante le domande che ci si possono fare. Invidio chi se le fa con calma nell’arco di una vita, io che - tutte - me le pongo nell’arco di una giornata soltanto. Ho avuto tanti passati diversi, un solo ragazzo, una sola amica. Un modo di scrivere per tantissime storie interrotte, due cani, pochissimi amori, una manciata di sogni e innumerevoli delusioni ed insoddisfazioni. Ho avuto tanti diari, tantissimi quaderni, parecchi colori diversi di capelli e durante un’estate le braccia piene di braccialetti. Ho provato un numero incalcolabile di sentimenti, per la testa è passato un numero ancora più spropositato di pensieri; ho avuto paura e ho avuto coraggio, ho avuto voglia di mollare e poi voglia di farcela e poi una voglia ancora più grande di mollare ma non ho avuto alternative. Ho avuto finestre sul mondo, posti prenotati sugli aerei sui treni sui pullman sui taxi biglietti di sola andata per un sano salto nel vuoto. Ho detto troppi arrivederci, qualche addio, ho versato lacrime abbastanza da riempire qualche letto vuoto di fiume. Ho perso qualche scintilla che mi permetteva di non essere soltanto una tra tante, avevo cose da dire, da difendere, da dimostrare, da urlare dalla cima della Tour Eiffel o dell’Empire State Building. Ma poi mi sono dimenticata di mangiare, per giorni e giorni ancora, e poi ho mangiato troppo così come si fa l’amore con chi si ama e non si è visto da abbastanza tempo da star male. Non so com’è successo, ma mentre contavo le briciole di pane i bicchieri d’acqua gli scalini delle scale i passi sulla strada i kg che scendevano i kg che salivano i momenti che perdevo - da qualche parte lì in mezzo ho dimenticato anche tutto il resto. Mi sono svegliata una mattina ed avevo ventitré anni e non avevo niente se non un bellissimo contorno. E allora ho capito che se non fossi andata a cercare adesso tutto quel che avevo perduto non l’avrei trovato mai più. Che mi sarei condannata per sempre ad essere un corpo senza nome, organi automatici, sorrisi statici, occhi di plastica, labbra manipolate. Che sarei stata un niente spacciata per tutto, un prodotto pronto e definito per quella mediocrità che era al primo posto tra i destini da evitare. Così mi sono messa al lavoro e ho iniziato a cercare in ogni angolo buio dove non sarei mai voluta tornare.
Nonostante questo, dopo mesi e mesi, non riesco a non pensare che per Natale vorrei ossa a fior di pelle, la grazia di quell’essere vuoto e delicato che una volta stavo per diventare. Il trucco immacolato e i capelli improbabili, i vestiti che stanno larghi, tè caldo contro il freddo ed il malessere e sentirmi piccola tra le sue braccia.
Non so perché lo voglio così tanto, ma non riesco ad evitarlo.





martedì 4 febbraio 2014

Final breakdown

Dopo esattamente otto anni, ieri sera mi sono spezzata e ho lasciato uscire il fiume in piena. Ho raccontato tutto – quasi tutto – a mia madre, che mi ha ascoltata, abbracciata e lasciata piangere. E' proprio così che dovrebbe andare, no? Non crede pienamente che io abbia un dca, crede di più che il mio sia un normalissimo e comunissimo sfogarsi col cibo, mangiare di più o di meno a seconda dello stato d'animo (I'm too fat to have an eating disorder, lol). Ha detto che lo faceva anche lei da ragazza, che un giorno si abbuffava e l'altro andava avanti con solo una fetta di melone. Dice che passa quando trovi il tuo equilibrio. Sure, non metto in dubbio che abbia ragione, è anche questo. Ma non solo questo. Perché io sono anche ossessionata dalla magrezza in sé, spesso quello di ricominciare a perseguirla è il mio primo pensiero al mattino. Mangiare mi destabilizza a prescindere, mi sembra sempre e comunque tanto, ho completamente perso la cognizione di un sacco di cose. Ormai non sono più nella fascia dei quaranta chili da mesi, e da allora non ho smesso un secondo di sentirmi orribilmente impotente. Non c'è bisogno che vi spieghi, sapete benissimo tutto da voi. Ma sapete cosa, non mi irrita né mi dispiace che mia madre la veda così, anzi; avevo così paura di raccontarle certe cose perché temevo di farla soffrire, che si sarebbe sentita in colpa per non aver capito prima, e non volevo perché lei è stupenda e non è colpa sua. Mi conforta quasi sapere che le sembra una cosa tanto semplice, chissà, forse lo è davvero.
Ma come sono arrivata a ieri sera? Be', la strada non ha mai smesso di essere lunga e tortuosa. Dall'inizio dell'autunno ho iniziato a ricadere nella tortura del binge, senza che neanche mi preoccupassi di vomitare o fare altre stronzate dopo, perché semplicemente non ne avevo le forze. Non che non ci fossero conseguenze però: depressione crescente, strisciante, quella che ti porti dietro sottopelle e inizia pian piano a formare le sue crepe, finché non ti spacca lentamente e inizia a rubarti i sorrisi e tirarti fuori le lacrime, quelle che fai il possibile per nascondere perché vuoi ancora essere forte. Di tanto in tanto mi sono tagliata. L'ansia è diventata quasi ingestibile. E poco tempo fa ho capito di avere un altro problema, che è tra i più gravi al momento, perché mi sta frenando un sacco: quella che chiamano ansia o fobia sociale. Non sapevo neanche che esistesse finché non ho trovato un ragazzo su youtube che ne soffre e ne parla, ed io sono la sua fotocopia in quanto a pensieri, sentimenti e persino certe esperienze. Ho cercato di più su internet al riguardo e, sì, that's me. Quello che fino ad un paio d'anni fa scambiavo per un fastidioso lato caratteriale, era in realtà un problema a sé, che totalmente ignorato ha continuato a crescere e ormai ha preso il sopravvento. Forse sono arrivata al breakdown decisivo. 
Avevo già detto tante volte che avevo bisogno di parlare con una psicologa. Da quest'estate avevamo persino un biglietto con un nome e un numero, ma io non ho mai trovato il coraggio di chiamare e nessuno l'ha fatto al posto mio. Dopo la chiacchierata di ieri, mamma ha capito che mi serve davvero e se ritrovo quel numero quella chiamata sarà fatta.
Questo è il mio terzo anno complessivo all'università, secondo dopo il cambio di corso. E non ho concluso assolutamente nulla. Mi sono state date tutte le colpe del mondo, soprattutto da mio padre che persino ieri non ha fatto altro che trattarmi di merda. E me ne sono date anch'io, perché la responsabilità è solo mia. Ma di recente ho capito che non è del tutto vero. Se una persona sta su una sedia a rotelle, non si può pensare che spingendola a terra e ordinandole di camminare quella lo farà. Riuscirà al massimo a strisciare per qualche metro. Per me è più o meno la stessa cosa. Era assurdo pensare che potessi affrontare tutto quanto con tutto lo schifo che ho dentro. Nonostante questo, non riesco a smettere di torturarmi. Il mio ragazzo mi ha detto di smetterla di pensare e preoccuparmi, di pensare solo ed esclusivamente a me, e stavolta per davvero. Ma io ho una paura fottuta, che sia troppo tardi, che non potrò più ricominciare daccapo né tanto meno riprendere da un punto qualunque, che non combinerò mai niente di buono. Mi riesce davvero difficile credere in qualunque cosa, al momento.
Forse tornerò ad essere più presente qui, mi piacerebbe lasciarmi accompagnare da voi che capite in questa fase così... difficile. Tant'è che ho persino rimesso il blog pubblico.

Mi era mancato scrivere qui.
Vi abbraccio