martedì 30 ottobre 2012

all alone in space and time

voglio scrivervi
non riuscirci mi manda in bestia
vorrei lasciarvi valanghe di commenti
resto muta davanti alle vostre urla controllate
non mi piace proprio niente questa sera
questa settimana
questo mese
quest'anno


solo lui, che comunque è lontano e non può dormire abbracciandomi forte
e io ho gli incubi. e io ho freddo, da morire, non importa quanto mi copro. e io non dormo. e io.
Sembra come se il mio mondo, strano e spoglio, all'improvviso si fosse ribaltato. Lei ha ammesso tutto, ha confessato tutti i suoi problemi, ora vede una psicologa e sta combattendo i suoi demoni; ci sto mettendo l'anima per aiutarla, e in silenzio mi sto prosciugando. Ci sono ventiquattro ore su ventiquattro per lei, non scherzo, non esagero, dico sul serio. E' così da sempre ma in questo periodo ancor di più - ci sono se ha bisogno di parlare, ci sono se ha paura, ci sono per permetterle di sfogarsi, ci sono per abbracciala, ci sono per fare la cogliona e farla ridere e distrarre con le cose più stupide. Ma per una strana questione di equilibri, do tutto per tirar fuori lei ed io sprofondo ogni giorno un po' di più. Spero solo che stia bene, voglio che stia bene, deve stare bene. 
44 kg. In due giorni di nuovo 46. Tra due giorni saranno di nuovo 44. Tra quattro forse 42. 
Lei è la mia migliore amica, lei è la mia vita, lei ha i miei stessi problemi, lei adesso è lontana anni luce ed io non ci sono abituata. Le dico sempre che sto bene perché voglio che pensi soltanto a se stessa. Fino ad ora non le avevo mentito quasi mai, e quando lo facevo la menzogna durava giusto il tempo che lei impiegava a tirarmi fuori la verità. Mi manca. Mi manca aver qualcuno a cui dire quel che veramente ho nella testa. Perché sto malissimo. Perché basta un niente a farmi cadere, e la caduta non finisce mai, il fondo è lontanissimo e non so se lo raggiungerò un giorno. Perché mi sento sola. Perché non mi sento. Perché odio tutto di me, con una forza ed una razionalità tali che hanno dell'assurdo. Perché nonostante qualche risultato lo ottengo, non provo alcuna soddisfazione. Anzi, spesso il frutto del mio operato m'ispira idee di distruzione. Così come lo specchio quando ci passo davanti. Così come me stessa quando mi penso. Convivo con la voglia di piangere e non piango mai. Passeggio avanti e indietro per la mia stanza cantando sottovoce. Esco e faccio la vita di sempre, con la faccia di sempre, coi sorrisi ed i gesti di sempre. Ma ho le mani ed il cuore gelati. Lui dall'altra parte del telefono si preoccupa per me, so che mi sta vicino, so che se fosse qui mi terrebbe stretta tutte le volte che mi sento così stanca da pensare di essere al capolinea. Ma nel frattempo non c'è. Materialmente, non è qui. Ed io a me devo pensarci da sola, ora più che mai, come sempre. Sono stanca, e quasi quasi mi preferivo incazzata col mondo piuttosto che così vulnerabile e triste. Questo post non dice niente, ve lo giuro, è niente. Non ci riesco ad esprimere quel che ho dentro.

martedì 23 ottobre 2012

neige

avrei così tanto da scrivere che non trovo le parole
non riesco ad usare la punteggiatura
ho le stalattiti nel cuore
gli occhi mi bruciano
non mi esce mezza lacrima
mi sento così sola e così stupida
una giornata così non la auguro a nessuno
vi scrivo rannicchiata nel letto, sotto le coperte, nell'inutile tentativo di cercare il calore che mi manca
ho paura
vaffanculo, non è vero
"quando lei cercò di uscirne, io la spinsi ancora nella neve perché avevo paura di restare sola"
non sono così egoista, anzi, non lo sono per niente per fortuna
concentrati su te stessa per una volta, non preoccuparti per me, sto bene
vorrei così tanto smetterla di essere forte per tutti
vorrei così tanto esser capace di piangere, sbattere i piedi per terra, gridare quel che sento
e invece no
no
no no no
chiusa nel mio cervello con i pensieri che mi graffiano il cranio
e fanno male e pian piano mi distruggono
la verità è che posso farmi vedere tanto forte perché non lo sono per niente
o forse no, forse lo sono davvero
tanto da frantumarmi di nascosto, in gran segreto, senza far vedere niente a nessuno
è inutile, io non sono capace
non ci riesco
non so come si fa ad uscire dalla tormenta
non so come si fa a desiderarlo
sono stanca, ma la volontà di liberarmi da questa stanchezza è troppo lontana
le opportunità mi hanno sfiorata, io l'ho detto, nessuno mi ha presa sul serio
e allora resto qui
proprio qui
quel posto bianco e freddo dove mi trovo da sette lunghissimi anni
venitemi a prendere - ho urlato per molto tempo
nessuno ha sentito
poi mi è finita la voce

ed è stato troppo tardi.

domenica 21 ottobre 2012

Ci sono ancora.

Ci sono ancora, sì, e questo è l'unico motivo per cui vi scrivo: farvelo sapere, ammesso che v'interessi. Per quanto ci provo, è inutile, non riesco a trovare una stabilità e la cosa più assurda è che persino questo mi lascia totalmente indifferente. Sono sempre stata una persona estremamente introversa, persino da bambina. Non ho mai pianto in classe, nemmeno all'asilo; da un certo punto in poi smisi di farlo persino in casa, davanti ai miei genitori o chiunque altro. Mi concedevo lo sfogo solo e soltanto quand'ero sola e comunque cercavo di trovarlo sempre in qualche altra cosa - forme d'espressione artistica, per lo più. Ed ho imparato talmente presto e talmente bene a guidare, controllare e gestire le mie emozioni da arrivare al punto di non essere in grado di esternarle nemmeno quando vorrei. Dio, ho passato talmente tanti momenti diversi che scriverne mi manda in confusione. Perché non c'è niente di coerente in me, nulla di semplice e lineare; innanzi tutto è come se la mia vita fosse sdoppiata: quella che si vede dall'esterno e quella che porto dentro. E non so nemmeno più quale sia quella più vicina alla realtà, se lo siano entrambe o se, al contrario, sono entrambe una continua recita in un teatro vuoto di periferia. Per buona parte della mia adolescenza ho scambiato le carte dei sentimenti, chiamando rabbia quella che andava riconosciuta come tristezza, sofferenza. Poi ho semplicemente smesso di sentire, scivolavo tra i giorni, camminavo passiva tra quel che accadeva e che anche se mi riguardava personalmente - sia che fosse cosa bella o negativa - non riusciva a scalfirmi più di quanto avrebbe potuto se fosse accaduta al mio più lontano conoscente. C'è stato un tempo, due tempi anzi, in cui ho sinceramente creduto di star vivendo un risveglio, una rinascita; un tempo in cui ero in totale subbuglio e confusione, ma una confusione euforica perché quelle carte per troppo tempo mescolate male stavano ritrovando il loro giusto posto nel mazzo - o così almeno sembrava. Quelli sono momenti che riconosco come belli, che ricordo sorridendo provando quasi una dolce malinconia per quella me più piccola che ora mi appare come un'ingenua. Perché, è vero, quelle cose le ho provate, ma erano solo illusioni intrise di zucchero che mi accarezzavano le labbra come bugie confezionate in tubetti di burrocacao. Non mi colpevolizzo per tutto questo, non c'era nulla di stupido, immaturo o sbagliato. Non era altro che quella cosa meravigliosa e con un retrogusto di eroismo chiamata speranza, che inconsapevolmente non ci abbandona mai. Se veramente non ne avessimo, non resteremmo qui a guardare comunque al domani. Non so perché scrivo tutto questo. Non so cosa volevo dire. Non ha senso raccontarvi di questa decina di giorni in cui non ho scritto nulla, perché non avrei nulla da dire. Seguo tutti i corsi, regolarmente, il che mi toglie molto tempo e altrettante energie. Sono preoccupata per la mole di studio che prevedono i sei esami che devo dare quest'anno. Ieri ho mangiato talmente tanto che prima di andare a letto non riuscivo quasi a respirare. Non mi peso da tanto tempo perché ho paura. Oggi ho ricominciato a restringere e non mi è costata molta fatica visto quanto stavo male ieri sera. Anche se mi gira la testa, anche se ho le mani gelate e anche se mi sento così - voi sapete come, vero? 
Sono bianca.



Panta rhei kai ouden menei
(non potevo non condividere quest'altro blog con voi visto che so che la maggior parte di voi ama leggere. Solo che, siccome ne sono a conoscenza persone che mi conoscono e sono molto vicine a me, non vorrei per nessun motivo creare collegamenti con questo blog. Pertanto, presto cancellerò il link da questo post. Spero comunque di trovarvi anche lì! Vi abbraccio.)

mercoledì 10 ottobre 2012

Il 9 ottobre e briciole di giorni a venire.

Ciao a tutte.
Sono sveglia da tre ore, tre ore durante le quali ho ingerito 40kcal scherzando e ridendo con mia madre e bruciate 100 davanti gli stupidi programmi di Real Time. Ho lasciato la tv accesa di là, mentre scrivo continuo a sentire un'esperta in materia che fa il possibile per spaventare una casalinga sciatta, trasandata e sovrappeso al fine di aiutarla a sentirsi meglio con se stessa. Mi sembra assurdo che qualcuno ti aiuti a schifarti del cibo - perché di fatto è questo che stanno facendo, ad esempio ammucchiando tutto il cibo che quella povera donna consuma in una giornata sul suo letto o svelandole le atrocità contenute in una tavoletta di cioccolata. Mi sembra assurdo perché per me è la condizione normale. Non so quand'è stata l'ultima volta che ho mangiato qualcosa senza sentirmene, almeno intrinsecamente, disgustata. Forse non esiste.
Cambiando argomento: le mie giornate finalmente stanno assumendo un senso. Ieri ho avuto la prima lezione dell'anno, ne sono uscita soddisfatta e con la sensazione di aver già imparato qualcosa. La prof sembra più che competente e anche molto disponibile, la sua materia sicuramente interessante. Per quelle due ore che è durata la lezione mi sono completamente estraniata da tutto, da me e dal contesto; i miei occhi si spostavano solo dal quaderno su cui prendevo appunti al volto della professoressa, lasciavo che le sue parole pulite e corrette riempissero le mie orecchie e la mia testa, senza lasciare spazio ad altro. Con la fine della lezione, è finito anche l'incanto. Ma almeno c'è stato. E c'è stato nonostante un sacco di cose. Tipo: quanto mi sentivo fuori luogo. Dev'essere stato l'aver perso l'abitudine a stare in una stanza piena - colma - di ragazzi e ragazze della mia età. Ragazzi e ragazze della mia età che attaccano bottone dal nulla, tanto per fare conoscenza e ingannare le attese, sorridendo per un nulla, esagerando alcuni tratti di sé per far colpo sull'altro appena conosciuto. Io non ne sento alcun bisogno, anzi, uno dei miei propositi per questo nuovo anno era proprio non intraprendere conoscenze superflue e superficiali. Perché? Perché mi pesano da morire e di pesi da portarmi dietro ne ho già abbastanza, grazie. Non mi va di dover reggere l'ennesimo ruolo, l'ennesima immagine che l'ennesimo sconosciuto potrebbe farsi di me. Con questo non sto dicendo che voglio passare il tempo a fuggire ogni tipo di contatto con i miei compagni di corso, un minimo di relazione è anche necessaria - per chiedere appunti se qualche volta non potrò andare a lezione, per eventuali passaparola di notizie e cose così - solo che non voglio stabilirne col primo che capita, ma con persone per lo meno un minimo adatte a me. Del resto, come si dice, Dio li fa e poi li accoppia. Più che Dio io direi il destino, ma va beh, il senso è quello. 
Comunque, parlavo del mio sentirmi fuori luogo. Forse più che fuori luogo era qualcosa di simile ad un senso di soffocamento. Mi davano fastidio le persone davanti a me, e dietro di me, alla mia destra e alla mia sinistra - troppo vicine in termini di spazio. Desideravo cose impossibili, tipo un confine limitante che mi separasse da quella massa. 
Poi, mi sentivo particolarmente orribile. Non so dirvi cosa o come ho mangiato, di sicuro non sono stata fedele a me stessa. Non mi sono voluta abbastanza bene e quindi sono ingrassata. Non mi peso da un secolo e non voglio farlo per altrettanto, ma ormai ho imparato a conoscere il mio corpo e sono abbastanza sicura di essere tra i 46 ed i 47 kg. Ho indossato una maglia larga ieri proprio per nascondermi e cercare di non pensarci troppo, invece ho ottenuto l'effetto contrario: era una maglia larga, ma larga davvero, e mi sentivo tanto enorme da riempirla tutta. Andando in bagno a fine lezione mi sono incontrata allo specchio e ho desiderato sinceramente di sparire. Il peso posso sempre cambiarlo, dipende da me, lo controllo - la faccia no, ed è la mia faccia che più mi fa schifo e meno sopporto. Non ho difetti in particolare, e questo è il vero danno; un difetto evidente puoi trovare il modo di sistemarlo - facile o meno che sia - ma quand'è l'insieme che non va, cosa puoi farci? Niente. Assolutamente niente. Mi sono indifferente e non penso al mio aspetto perché sono rassegnata a non piacermi, da tanto tempo ormai. Non me ne frega niente e dopo tutto la trovo una cosa così superficiale che non capisco tanto affanno sulla questione dell'aspetto fisico. Non me ne frega niente, veramente, non punto ad ottenere chissà che, mi basta sentirmi a mio agio. Vorrei solo non desiderare di essere inghiottita dai pavimenti quando sono fuori casa, tutto qua, non mi sembra di esagerare.
Ho passato il pomeriggio con la mia migliore amica, non mi parlava di niente d'importante da due settimane o di più e quand'è così io non insisto mai perché rispetto i suoi tempi e le sue scelte; ieri m'è crollata davanti, per modo di dire perché ormai sa restare in piedi da sola, anche se ogni tanto una mia spalla su cui poggiarsi la cerca. Qualsiasi opzione la fa uscire pazza, in casa la obbligano a mangiare e spesso finisce per abbuffarsi, il che la fa arrabbiare/rattristare/deprimere e insomma, i circoli viziosi che tutte noi conosciamo bene. Diceva che nonostante cerca con tutta se stessa di concentrarsi su altro e sugli altri (è una persona fin troppo buona e altruista) sembra impossibile impedire all'argomento cibo di dominare la sua vita. Parlava anche di tante altre cose che la fanno star male, la stressano, la rattristano, in un attimo usciva fuori tutto quello che per due settimane aveva taciuto - le mani le tremavano per il caffè, il nervoso e lo stomaco semi-vuoto. I primi tempi mi spaventava vederla così, avevo paura di cosa sarebbe potuto succedere - e se sviene?, cosa faccio? - perché nonostante tutto m'è sempre sembrata molto più fragile di me, anche se forse non è più così. Parlavamo di tutto questo in un locale, attorno a noi la gente mangiava e affrontava discussioni di lavoro, studiava, si raccontava cose normali. Parlavamo di tutto questo e nel frattempo un cameriere, obiettivamente un bel ragazzo (anche se ormai nessuno mi colpisce) continuava a cercare le scuse più improbabili per avvicinarsi al nostro tavolo e parlare con la mia migliore amica. Alla fine gliel'ha detto che "sei carina" ma se n'è andato senza trovare il coraggio di chiederle il numero. Era carino proprio perché era così timido e impacciato. Le ha strappato qualche sorriso, perciò gli sono grata. Torneremo in quel posto, ci saremmo tornate a prescindere ma abbiamo un motivo in più. Spero che lo incontreremo ancora, che sia un ragazzo carino e simpatico come sembra, che si faccia avanti e che... Insomma, che succeda qualcosa. Anche se troppe volte ho desiderato che qualcuno arrivasse a sconvolgerle la vita ed è successo, ma in negativo. Lo desideravo più per lei che per me, invece a me è successo e lei è ancora ad aspettare sempre più stanca e disillusa. Ma ci spero lo stesso, perché il sorriso su quelle labbra rosa a forma di cuore è una delle cose più importanti al mondo per me.
Per il resto, la sera ero veramente triste. Di quella tristezza pura e cristallina, che guardi fuori dal finestrino dell'autobus, le luci della città e il traffico, persa nel tuo mondo con la musica nelle orecchie. Le lacrime mi bruciavano gli occhi, volevo e non volevo piangere. Non lì, non... no. Arrivata a casa ho mangiato, quella che sarebbe una cena normale e che per me è spropositatamente troppo. Mi sento angosciata dai circoli viziosi, da questo continuo cadere e rialzarsi fondamentalmente senza molto senso, consapevoli che presto o tardi tutto ricomincerà da capo senza finire mai. Sono stanca, vado a letto esausta, mi alzo al mattino più stanca della sera prima - e così tutti i giorni, tutte le notti, senza sosta, senza respiro. A volte mi sembra di impazzire, di voler urlare a squarciagola, ma tanto non è vero, non è voglia. Non ne ho la forza o l'energia necessaria. Ho preso le distanze da me stessa e quel tipo di sentimenti - la rabbia, la frustrazione, il fottutissimo dolore, le lacrime, la sofferenza, l'apatia, la stanchezza morale - le riverso e concentro solo in quel che scrivo; non qui, nei miei racconti intendo, le mie favole nere ancora in fase di stesura.
Ora che sono piena di impegni e di cose da fare sento di poter benissimo riprendere il controllo; non me la sento di seguire diete ferree e complicate, pensarci mi manda in tilt e se c'è un “fuori programma" vado in crisi e faccio il doppio dei danni. Preferisco concentrarmi su tutto il resto - i corsi all'università, lo studio - e ingurgitare quel minimo indispensabile per stare in piedi e far funzionare il cervello. Stop.

Scusate il post lunghissimo,
vi abbraccio.

domenica 7 ottobre 2012

Brucianti illuminazioni.

Quand'è esattamente che sono diventata così?
Quando, esattamente, ho smesso di fregarmene a tal punto?
Quand'è che sono diventata così indifferente e insofferente?
Credo di essere un sacco di cose, cito il cinismo tra i miei tratti caratteristici, ultimamente mi schiero tra i tanti misantropi senza pregiudizi né rancore - non ce l'ho con nessuno in particolare, semplicemente non mi va a genio la specie umana così come non m'è mai andata a genio la mia generazione così come mi preoccupano non poco quelle che sto vedendo nascere dopo di me.
Ma quand'è che sono diventata così?
M'è nata questa domanda all'improvviso e mi ha colto alla sprovvista, come una doccia fredda, come una freccia sbucata dal nulla e che mi s'incastra in un braccio. Non sento dolore, solo fastidio e aspetto che qualcuno me la tolga.
Non sono più solo parole, aggettivi con cui descrivermi per farla breve, per far capire qualcosa di più grande.
Sono veramente cinica, indifferente e insofferente.
Non ho problemi a stare tra la gente, purché io ci stia da sola.
La compagnia, di chiunque sia, anche di persone che sinceramente mi piacciono dopo un po' mi pesa, mi annoia, mi soffoca, mi infastidisce.
Riesco a stare con due persone al mondo: la mia migliore amica ed il mio ragazzo. E non è che riesco a vederli spesso, specie il mio ragazzo. Perciò, fate voi.
Mi sembra di diventare una persona sempre peggiore.


















P/s: avevo detto basta invece oggi non ho fatto che mangiare. Provo uno schifo incredibile, non so nemmeno verso chi o cosa; probabilmente verso me stessa, ma sono talmente stanca di dirlo e pensarlo che probabilmente fingo sia un sentimento generico.

venerdì 5 ottobre 2012

Misantropia incoerente.

“Una parte delle mie fobie è collegata al cibo. Per forza Celeste è ridotta in questo stato. Odiavo qualsiasi essere umano che si mettesse a mangiare in mia presenza. Se si trattava di persone di famiglia, l'odio era ancora più intenso. Lo osservavo mentre mangiava - non aveva importanza chi fosse - e cominciavo progressivamente a disprezzarlo, poi a considerarlo un selvaggio, un inadeguato, un rozzo.”
- Marcela Serrano, Antigua, vita mia

Assurdo, devo avere un radar. Una calamita che sistematicamente conduce a me qualsiasi cosa - libro, film, saggio, canzone, articolo - che abbia a che fare con certi argomenti. Non solo i dca, anche altri tratti particolarmente problematici del mio carattere e del mio modo di essere al mondo. E per la cronaca, questo non è proprio un libro che tratta di disturbi alimentari, affatto; è una storia profonda e complessa, ambientata in Cile. Il racconto inizia nel 1989, alla caduta del muro di Berlino, e avanza negli anni novanta. Ma quello che viene raccontato è un presente strettamente intrecciato ad una lunga sequela di flashback, che puntano a raccontare non una ma ben due storie: quella di Josefa e quella di Violeta, due donne ormai adulte e amiche praticamente da sempre. Vite diverse, personalità diverse, esperienze diverse e quell'amicizia forte e vera che le tiene unite anche a distanza - di tempo e di spazio. Mi mancano poco meno di novanta pagine, fino ad ora m'è piaciuto parecchio, non è di quei libri che mi entrano dentro e mi segnano irreversibilmente, ma un qualcosa ce l'ha. Se v'ispira, io non mi sento in colpa a consigliarlo. E' comparsa anche quella parolina stregata, anoressia. Non mi spiego perché, è uscita fuori dalle pagine come un cazzotto potente che mi ha colpita dritta sotto il mento, costringendomi a rovesciare la testa all'indietro. Era come se dentro quella storia, proprio non volevo leggercela. O forse non attribuita a quel personaggio di cui si sa così poco, forse non in quelle circostanze, forse non buttata lì così senza troppe spiegazioni; e invece è proprio lì il genio della scrittrice, ed è proprio per questo che fa così male inciamparci sopra: pochi - pochissimi - indizi, zero spiegazioni. Se sei sensibile abbastanza però e sei in grado di metterli insieme, il quadro è più che chiaro, e funziona più raccontato così sottilmente che se l'autrice si fosse messa ad indagare ragioni e motivazioni da più vicino.

Avevo voglia di parlarvi di questo libro perché mi ci sono immersa oggi pomeriggio; nonostante l'ho iniziato ormai da diversi giorni, la parte che mi ha rapito l'ho centrata oggi. Mi rendo conto che ultimamente qui ho scritto poco e cose di poco conto. Ho passato l'ennesimo periodo strano. Avendo ben pochi impegni e nessun compito importante da svolgere, il tempo si è dilatato a dismisura e quello che etichetto come "periodo" potrebbe essere, in realtà, nient'altro che una manciata di giorni. Una settimana, due al massimo. Ma è stato comunque un momento di vuoto - un vuoto strano, non quello tipico che ad una ad una ci colpisce tutte ogni tanto. No, questo era un vuoto diverso, che non so come spiegare. Tipo sentirsi smarriti senza esserne coscienti. Tipo essere certi e sicuri di ogni cosa che si dice, ogni azione che si compie - ora faccio questa cosa perché l'ho razionalmente deciso - quando in realtà tu non stai nemmeno pensando, a niente, la tua testa è vuota e non sei in grado di decidere, ragionare, decretare, scegliere, motivare, consigliare; niente di niente. Fermo al centro del mondo in attesa che questo si muova e rotolando sotto i tuoi piedi ti permetta magicamente di ritrovarti, all'improvviso, esattamente dove volevi essere. Ma non funziona così, e a forza di stare immobile senza che attorno a te - o dentro di te, se preferite - cambi niente di niente, presto o tardi te ne rendi conto. Non che mi stessi veramente comportando così, ero solo in attesa di avere qualcosa da fare - ergo: che cominciassero i corsi all'università - come se da quello dipendesse tutto il resto e senza obiettivi prestabiliti non fossi capace e nemmeno autorizzata a muovermi; ma nel frattempo ho lasciato che la staticità mi imbambolasse. Una cosa che, davvero, non mi fa affatto bene.

Inutile dire che ho giocato col mio peso come fosse uno yo-yo. Non mi sono abbuffata, ma uscendo da un periodo sregolato ho fatto la fatica della fase di passaggio. Non è la voglia di mangiare ragazze, a me di mangiare non me ne frega niente. E' la gente attorno, è sempre quella, è la frustrazione, è la rabbia, è tutto quanto... Ma ho l'impressione di star diventando sempre più forte. In quest'ultima settimana, il rischio del binge era sempre in agguato; ogni volta stringevo forte i denti e lasciavo che mi passassero per la testa tutti i promemoria: cosa otterresti di buono adesso andando in cucina a strafogarti? Dopo stai solo peggio, lo sai, non farlo dai. E' vero, il peso di oggi era uguale a quello di ieri, ma se tieni duro magari domani sarà diminuito; se ti riempi lo stomaco di quello che ti pare, invece, potresti vederne uno pure più alto. Ricordati quello che vuoi veramente... E così via. Beh, funziona. Al massimo, proprio per non rischiare, mettevo in bocca qualche chicco d'uva o manciate di cereali integrali. Sta andando bene, credo, anche se sono incastrata da non so quanto nella fascia dei quarantacinque chili. Il peso sembra non volersi schiodare da là, si diverte ad oscillare tra il ,0 e il ,6. Inizio a stancarmi, eppure non demordo. Non mi lascio contagiare da niente e nessuno, perché so di poterci riuscire. Per ora mi basta perderne altri due, cosa farne di me poi lo deciderò in seguito.


Nel frattempo, finalmente, l'autunno inizia pian piano a farsi vedere. Le giornate Iniziano a prendere la forma che dovrebbero sempre avere: sveglia presto, aria fredda, cappuccino accogliente; autobus e treni e sottopassaggi della metro, tante strade percorse a passo svelto, milioni di facce diverse col futuro chiuso nelle borse appese in spalla. Ho avuto un momento di bizzarra serenità oggi. Camminavo spedita verso la mia facoltà, i Placebo fedelmente a raccontarmi le loro fiabe malinconiche; spinta da un'improvvisa esattezza ho alzato lo sguardo che per la maggior parte del tempo tengo inchiodato a terra. C'era il fiume di ragazzi che veniva dalla direzione opposta alla mia, diretti alla metropolitana. Li guardavo ad uno ad uno mentre mi passavano accanto, il modo di vestire, le espressioni, gli occhi, le sigarette oscillanti tra le labbra o tra le dita. Ho provato qualcosa, semplicemente qualcosa. Qualcosa di simile ad un vago affetto, un senso di appartenenza per tutti quei ragazzi e ragazze che, come me, covano dei sogni. Hanno dei problemi. Hanno delle storie. Lottano per fare qualcosa, essere qualcuno, gridare al mondo io esisto, crearsi con le unghie e con i denti il proprio meritato spazio. Ne guardavo uno e pensavo chissà, magari tra tanti anni mi ritroverò sotto le mani di quello là, uscito a pieni voti da Medicina e sopravvissuto ad anni di specialistica; chissà, forse mi salverà la vita. E quella ragazza laggiù invece, quella coi capelli scuri e l'aria gentile, forse quella sarà la mia psicologa quando finalmente mi deciderò a parlare con qualcuno. Quello lì forse diventerà il più grande scienziato del secolo e salverà il pianeta Terra. La bionda col vestitino corto la vedremo in tv in qualità di esperta, diciamo, di moda, tendenze sociali e cose così. Quel ragazzo con la barba e il sorriso gentile vorrei insegnasse storia ai miei figli. Ho sempre pensato che gli insegnanti di storia, specie quelli delle elementari, debbano metterci particolare cura per far amare la loro materia. Non dev'essere un'accozzaglia di nozioni, qualcosa di così vivo ed emozionante e fondamentale non può esser ridotto a nomi e date. Dovrebbe essere spiegata come si racconterebbe un romanzo d'avventura. Mi sono persa in miliardi di pensieri simili, ed ho sorriso a degli estranei.

Paradossale tutto questo, se si pensa che più passa il tempo, più mi sento estranea e lontana dalla gente.