venerdì 29 giugno 2012

«I think I'm hungry. But then I'm not.»

Ieri è andata esattamente come previsto. Non ce l'ho fatta - ma ho dovuto farcela, come sempre.
Una lacrima m'è scesa, poi ho passato il tempo a graffiarmi e pizzicarmi braccia e gambe per impedire che accadesse di nuovo. Sono riuscita a tirare il freno a mano, quello che non ti fa provare assolutamente niente quando invece proveresti talmente tanto da rimanerne travolto. Schiacciato. Soffocato. Sommerso.
Mi sa tanto che non so gestire le mie emozioni, io.
Ma del resto, chi è che sa farlo veramente?  
C'è chi se la cava meglio di me, ne sono sicura - io che forse cerco di controllarle controllando il cibo.
E poi vado nel panico per una piadina ripiena che mi ritrovo in mano, senza volerla, senza poterla evitare. La mia cena di ieri. Mandata giù morso dopo morso come se stessi cercando di inghiottire dei chiodi. Il respiro corto ad accompagnare la digestione. Tachicardia, talmente forte da farmi pensare stasera ci resto secca.
Vado in bagno, un pensierino sul ficcarmi due dita in gola lo faccio. Tanto per aggiungere altri flashback a quelli che verranno. Ma, purtroppo o per fortuna, la fila di eleganti signore in attesa fuori dalla porta mi blocca.
Quando ci penso mi sembra esageratamente stupido ed avvilente.
Dover tenere a bada un attacco di panico per una piadina. Bello.


Ho ufficialmente ritrovato il controllo.
Quello esagerato, quello che non ti fa temere il cibo per l'apporto calorico ma per il semplice fatto di doverlo ingerire. Ci sono momenti in cui a stento mi sembra di riuscire a bere. Nonostante questo stasera ho concluso la giornata con una cena abbondante. Non credo che lo fosse veramente - pollo, due foglioline di insalata con mais, una fettina sottile di primosale, una fetta piccola di anguria e un'albicocca. Per i miei standard è abbondante. E non so neanche capire se lo è veramente o se sono io a percepire in maniera distorta.
L'ho messo in valigia comunque, questo presunto controllo ossessivo ritrovato.
Sebbene sono felice di partire, non sento quella tipica euforia che accompagna i preparativi per un viaggio. Non mi sembra nemmeno che domani salirò su un aereo e finalmente mi allontanerò per un po' da qui. Ho anche paura di scivolare ancora e mangiare - mangiare - mangiare. Mio fratello non fa che elencare tutto quel che vuole mangiare, tutti i posti in cui vuole andare a pranzo e cena e merenda. Posti e pietanze che qui ovviamente non ci sono, e di cui ogni tanto sentiamo la mancanza. Di cui ogni tanto abbiamo voglia.
Ma io non ne ho voglia. Proprio per niente. Ho solo paura di ingrassare di nuovo, tornare qui, schiantarmi contro un fatto inaccettabile del genere e dover ricominciare tutto da capo, ancora. Non posso.


Anzi, sapete una cosa? Ultimamente ho iniziato a far questo: se vedo qualcosa che mi attira, ne assaggio una briciola per rendermi conto che non mi sto perdendo niente. Esempio: la torta per il compleanno di mio padre. Un semifreddo al cioccolato. Sembrava una cosa buonissima, avevo detto di no prima ancora di pensarci quando mi era stata offerta una fetta, nel frattempo battevo nervosamente il piede a terra. Vi giuro che io non voglio mangiare, ma c'è una parte di me che vuole assaggiare, certo non per fame - solo per gola.
Allora io accontento quella parte affinché non metta in atto un vero e proprio sabotaggio portandomi ad un'abbuffata. Ho preso un cucchiaino e ne ho rubato un minuscolo pezzo dal piatto di mia sorella. Appena messa in bocca, sentendone il sapore sul palato, il mio pensiero è stato: ah, tutto qui?
Non perché non fosse buona, era squisita, presa dalla migliore pasticceria della zona. E' che mi viene da pensare, in maniera del tutto spontanea, che quei due secondi di appagamento non valgono quanto la soddisfazione che posso ottenere evitandoli. 
Soliti discorsi da malata, lo so.


Il peso è stabile, l'umore meno che mai.
Mi sento delusa e arrabbiata e non so nemmeno per cosa o con chi.
Sono stanca pure di dire che mi sento confusa o persa in un bicchier d'acqua - sono mesi che lo dico, senza azzardarmi a porre rimedio a questa sensazione. O meglio, in parte c'ho provato. In parte l'ho arginata, per quanto ho potuto. Ma non ho mappe, non ho bussole, non so orientarmi guardando le stelle o studiando la direzione del vento. I cartelli stradali son stati deviati da qualcuno che ha voluto fare uno scherzo di cattivo gusto. Quindi sono ferma - ferma in mezzo alla nebbia - in attesa che qualcosa cambi.
In attesa di capire. In attesa (forse) di ritrovarmi. 


Vado a chiudere la valigia, vi lascio un abbraccio e nonostante tutto un sorriso.
Mi connetterò lo stesso da lassù, anche se forse con minor frequenza.
Statemi bene, abbiate cura di voi stesse.
E permettetemi di farvi un regalo: questa canzone. Andate a sentirla, ascoltate le parole - ve la dedico.
Scommetto che molte di voi, come me, potranno riconoscersi nel testo.


A presto! (:


giovedì 28 giugno 2012

So useless, so stupid.

Dovrei essere almeno vagamente su di giri oggi.
Stamattina, salendo sulla bilancia, ho visto prima un 44.9 diventato un 45.0 un secondo dopo.
Non vedevo un peso così basso da anni. Era il mio obiettivo numero uno, da tantissimo tempo.
Dovrei sentire quell'euforia che accompagna la perdita dei chili. 
Effettivamente ho sorriso, effettivamente mi sentivo appagata.
Ma sapete qual è la verità?
Che non me ne frega un accidente.
Che sia un quarantacinque, un quarantaquattro, un quarantasei.
Voglio solo vederlo scendere ancora - e ancora - e ancora - e ancora.
Quanto basta per non trovarmi più sotto gli occhi queste cosce.
Quanto basta per non avere consistenza sotto i vestiti.
Quanto basta affinché sia troppo poco.
Non me ne fregherà un accidente nemmeno allora, vero?
Già, lo so. E' tutto così stupido. E' tutto così insensato.
E' tutto così inutile.
Io sono stupida insensata ed inutile.
Dovrei concentrarmi su altre cose, dovrei smetterla, invece non faccio che sguazzarci dentro a tutto questo.
Io non sono io altrimenti.
Solo con meno me addosso riesco a sentirmi davvero me.
Inizio a riconoscermi nelle ossa delle anche. Nelle costole che si muovono a ritmo del mio respiro.
Inizio a riconoscermi, e magari quando sarò troppo magra permetterò anche agli altri di conoscermi davvero.
Senza parole, senza accanimenti, senza farmi del male ogni volta che provo ad aprirmi.
Non ci sarà bisogno di aprire un bel niente, sarà tutto lì, sotto gli occhi di chiunque.
In un corpicino esile, un mucchietto d'ossa, nella stanchezza dei miei occhi.
Stavolta non mi sto remando contro, e questo un po' mi sta permettendo di non avercela con me.
Andrà bene, andrà tutto bene.


Sono talmente bassa che a 45 kg sono ancora nella fascia del normopeso.


Stasera devo andare a vedere il saggio di danza di mia sorella, in un teatro peraltro abbastanza famoso ed importante. Sento già il malessere che mi sale in gola e tenta di farmi morire asfissiata. Al solo entrarci, in quel teatro. Poi le luci si accenderanno sul palco, io ne risentirò il calore sul viso. Dovrò scacciare via come mosche i miliardi di flashback che mi assaliranno - di quando dietro le quinte ad aspettare c'ero io. Immancabilmente riconoscerò qualche passo in particolare, qualcuno in cui mi riconoscevo, qualcuno che era movimento non del corpo ma dell'anima. Forse la mia attenzione si focalizzerà su qualche ragazza in particolare. Una che non balla per hobby ma che lo fa perché non potrebbe farne a meno. Una che forse gli spettatori non lo notano, ma su quel palco sta lasciando se stessa.
Una che un po' è come ero io.


Mi sentirò soffocare.
Avrò l'impulso di alzarmi e correre fuori.
E non potrò farlo.
Dovrò restare inchiodata alla poltroncina rossa, di fronte allo spettacolo di ciò che ero e non sono più.
Io non ce la faccio.
Non ce la faccio.

mercoledì 27 giugno 2012

Perché vuoi essere magra?

Mia madre mi ha dato un'educazione fuori dal comune in questo posto. Sono cresciuta con una mentalità scandinava, e la ringrazio infinitamente per questo. Ma per certi aspetti, proprio questo è in un certo senso l'inizio della rovina. Perché è come mettere un oggetto di cristallo in un territorio di tormente e tempeste.
Riuscirà a sopravvivere? Ce la farà a sopravvivere?
Può imparare, ma è impossibile che resti senza crepe. Crepe che dovrà far attenzione a tenere sempre perfettamente incollate, dovrà controllarle per tutto il resto del tempo a venire, che appena si distrae un attimo potrebbe andare in frantumi. Senza poi possibilità di ricostruirsi, non ci sarebbe colla che tenga. E poi mille minuscoli frammenti trasparenti - difficile ritrovarli tutti, difficile rimettere ciascuno al proprio legittimo posto.


Mia madre è cresciuta in un posto dove le persone non ti giudicano. Mai. Tanto meno senza conoscerti, tanto meno per cose superficiali come le apparenze. Dov'è cresciuta lei questo lo sanno persino i bambini, a cui fin da subito viene insegnato che anche la più innocente presa in giro può causare delle sofferenze alla persona a cui è rivolta. Questo non significa che lì siano tutti dei santi, di gente marcia cattiva o insensibile ce n'è in ogni parte del mondo; dico solo che lì la mentalità è molto diversa, c'è il rispetto del prossimo. C'è tatto, c'è comprensione, c'è gentilezza. Cose che qui sinceramente ho visto di rado.
Mia madre questa cosa me l'ha inculcata bene in testa: non si deve dire che una persona è brutta, mai. Una volta che forse avevo fatto un commento su qualcuno alla tv, avrò avuto cinque o sei anni, lei me lo disse inchiodandomi sulla sedia coi suoi occhi azzurro cielo. Non si dice che una persona è brutta, è una cosa terribile da dire, pensa quanto potrebbe restarci male! E poi una persona non è brutta per il suo aspetto esteriore, non è quello ciò che conta di un essere umano. Mi sembrò una verità incrollabile, non si giudica l'aspetto delle persone, non si fanno commenti sui difetti fisici, nemmeno per scherzo. E quando da piccola credi fermamente in una cosa, per qualche motivo sei sicuro che tutto il mondo la pensi allo stesso modo. Che sia un dato di fatto, come il Sole che sale al mattino e tramonta di sera. Come il fatto che il cielo è blu e l'erba verde.
Ovvio, chiaro, lampante - è così e non potrebbe essere altrimenti.


Ora tenete ben presente questo, e trascinatevelo dietro fino ad un giorno qualunque di qualche anno dopo.
Terza elementare, otto anni. Immaginate una bambina dalla pelle chiara con un po' di lentiggini sul naso e gli zigomi. Capelli biondi che le arrivano al fondoschiena, leggermente mossi, con la frangetta a nascondere la fronte. Con un paio di occhiali dalla forma tondeggiante ad opacizzare un paio di occhi verde scuro che sembrano sempre distratti o annoiati - quando in realtà sono solo troppo attenti, anche se altrove.
Immaginate questa bambina col suo grembiule blu come tutti gli altri, che siede nei primi banchi nella fila attaccata al muro, sulla destra, in un'aula grande e comunque piena. Immaginate questa bambina che nonostante l'età che ancora si conta sulle dita delle mani già si sente un po' più grande rispetto a qualche anno prima, che in quell'aula si sente sicura perché con i compiti a lei richiesti se la sa cavare e soprattutto perché lì dentro si sente al sicuro. E' circondata da amici, bambini che le vogliono bene. A parte una forse, che tanto le è sempre stata antipatica quindi chi se ne frega. Immaginate che questa bambina si senta ancor più sicura perché ultimamente è entrata a far parte di un gruppetto specifico tra tutti quei bambini, e che questo la faccia sentire importante. 


Ora immaginate che questa bambina, un giorno, senta queste parole: “certo però che J. è proprio brutta!”
Immaginatela che si volta e che vede che a dirlo era stata una di quelle che più riteneva sue amiche. Che lo diceva ad un altro bambino a cui voleva bene e che quest'ultimo annuiva. Immaginate gli sguardi che s'incrociano, e poi quella bambina che torna a guardare il suo quaderno, aperto sul banco. Non esagero se dico che quella bambina subì un trauma. Ma come, la mamma aveva detto che non si dice, che è una cosa terribile da dire, com'è possibile che i miei amici l'abbiano detto di me...


Anni dopo mia madre trovò un diario in cui la calligrafia della mia mano incerta scriveva una lettera a Dio chiedendogli perché mi avesse fatto così brutta. Probabilmente la scrissi quel giorno. Quel giorno da cui poi niente fu più lo stesso. Prima di allora non mi ero mai posta problemi sul mio aspetto. Guardavo il mio riflesso come si fa una cosa qualunque, andavo fiera dei miei capelli lunghissimi, ero una bambina a detta di tutti fin troppo matura per la sua età ma in fin dei conti tranquilla. Senza troppi problemi, escludendo il rapporto inesistente col proprio padre.


Cercai d'ignorare quell'evento, anche se quella semplicissima frase aveva aperto la prima insanabile crepa.
Da allora ogni volta che qualcuno mi faceva un complimento io non ci credevo. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Il peggio cominciò col primo giorno di prima media, quando la prima cosa che fecero due nuovi compagni di classe fu prendermi in giro e iniziare a ridere fra di loro per il mio aspetto. Quel primo giorno continuò, uguale e senza sosta, per tutti e tre gli anni. Con la differenza che a quei due compagni si aggiunse il resto della classe. C'era chi si prendeva gioco di me liberamente, senza curarsi minimamente del fatto che io ero lì, che io stavo sentendo. Mi rivolgevano la parola solo per umiliarmi. Tra le ragazze di amiche ne avevo, andavo d'accordo praticamente con tutte. Ma nessuna di loro ha mai preso le mie difese, anzi, quando pensavano che non potessi sentire non si facevano problemi ad unirsi al coro di risate sul mio conto. Non do colpe a nessuno, a quell'età è così, devi far parte del gruppo, bisogna sempre trovare un capro espiatorio su cui sfogarsi; di certo non ero l'unica, ma uno dei bersagli più facili. E io, sapete, io non facevo nulla per difendermi. Avevo paura che se avessi reagito in qualche modo oltre che brutta mi avrebbero giudicata anche antipatica, e sarei rimasta sola. Così loro mi prendevano in giro ed io ridevo assieme e più di loro - mentre dentro mi sentivo morire, ogni giorno. Se solo provo ad andare un po' indietro con la memoria, dio che male... Tipo una volta che andammo a teatro e tra le ragazzine avevamo deciso di metterci la gonna. Io odiavo le gonne, ma avevo dato la mia parola. Ed il giorno dopo uno di quelli là disse ad una mia amica: “Che belle che siete oggi, tu poi ci stai proprio bene con la gonna mica come J...” - oppure quando misi l'apparecchio ai denti, e una mia compagna disse ad un altro che lei non avrebbe mai accettato di portarlo e quello rispose: “beh ma a te sarebbe un peccato che sei una bella ragazza, a lei è uguale...” - oppure un giorno che stavamo facendo un lavoro in classe in cui dovevamo scrivere qualcosa su noi stessi ritagliando le lettere dai giornali. Io, tra le altre cose, avevo scritto che se guardavi questa ragazza negli occhi avresti visto che avrebbe sempre saputo trovare la sua strada. Un compagno che passando lesse, disse: si questa ragazza... questo mostro caso mai!


Io ridevo, sempre. Sorridevo e sorridevo e sorridevo. Davo ragione a tutti.
Nel frattempo avevo smesso di guardarmi allo specchio. Chiedevo a mia madre se ero in ordine, prima di uscire e non mi guardavo, mai, per nessun motivo. Avevo iniziato a fuggire dalle fotografie come si evita la peste. Ripudiavo la mia immagine, la odiavo, con tutta me stessa, di un odio incalcolabile.
Ma nonostante tutto, riuscivo a sentirmi forte e dieci miliardi di volte migliore di loro: perché ero a conoscenza di un segreto che loro ignoravano, ovvero che l'apparenza è superflua, l'unica cosa che conta è ciò che hai dentro. Ed io, dentro, avevo un mondo infinito e sterminato in cui chiudermi e perdermi e sognare.
Avevo la musica, i libri, la scrittura, la danza. Tutto questo mi bastava. 
Aspettavo solo che quei tre anni finissero, non desideravo altro, al liceo sarebbe stato tutto diverso.


Ma nel frattempo i commenti e le prese in giro aumentarono, o forse ero io che vi ero diventata più sensibile e non le sentivo solo dentro quella maledetta classe ma anche in giro, sempre. Diventai paranoica. Non riuscivo a passare davanti ai gruppi di ragazzi appostati in giro per il paese, sceglievo sempre altre strade piuttosto che rischiare, camminavo a testa bassa, volevo coprirmi, sparire. Ed è così anche adesso.
Mentre tutte le mie amiche sperimentavano i primi baci, i primi amori io non potevo far altro che vivere queste cose in seconda persona. Dai loro racconti, dai film, dai libri. Sicura che a me non sarebbe mai successo, perché nessuno avrebbe potuto interessarsi a me brutta com'ero. Avevo dentro questa consapevolezza che mi guidava e accompagnava ovunque, mi spingeva a trasformarmi nella Cupido della situazione, che se non potevo provarle io quelle cose, se non potevo esser felice io, che almeno lo fossero gli altri.
Ed ero brava in queste cose, con le persone ci so fare, so capirle. Ci sono quasi sempre riuscita.


Il liceo finalmente arrivò. Mi ero illusa di dare inizio ad una vita vera, un'adolescenza di quelle piene di ricordi come quelle che raccontavano sempre i miei genitori ed i miei zii. Chissà quante novità, quante amicizie degne di questo nome, quante follie e nottate e risate e divertimento... Ma il mio entusiasmo durò giusto il tempo di aprire gli occhi e rendermi conto che invece mi trovavo solo all'inizio di un altro incubo che stavolta di anni ne sarebbe durato cinque. I commenti ora erano più delicati, avevano almeno la decenza di farli alle mie spalle. Peccato che io tutto questo ero ben allenata a percepirlo. Peccato che non erano solo i commenti, era tutto: le ragazze che avevo attorno erano bellissime, sicure, spigliate. Avevano ragazzi che le aspettavano fuori scuola in sella ad un motorino, ricevevano complimenti ogni giorno, io non so come spiegarlo, non era invidia la mia, non me ne fregava niente di essere come loro che dopotutto mi sembravano così frivole e superficiali ero solo stanca esausta di sentirmi così sbagliata, fuori luogo, inutile, invisibile.


Il mondo non lo puoi cambiare e se sei tu ad essere diverso forse sei tu che devi cambiare per sentirti adeguato. Che vuoi saperne a quattordici anni.
Così mi guardai. Prima mi guardai dentro e dentro, no, non volevo cambiare. Anzi, quel che avevo dentro volevo proteggerlo a tutti i costi dalla realtà maligna che c'era là fuori, non avrei permesso a nessuno di toccarmi, di vedere com'ero realmente. Era proprio questa la mia forza. Il mondo che avevo dentro nessuno poteva vederlo, era mio e soltanto mio sarebbe rimasto. E l'avrei protetto con ogni scudo che ero in grado di trovare. Dapprima imparai ad usare ad arte ironia e sarcasmo, che divennero un'arma a doppio taglio.
Poi, il mio corpo.


Ero brutta, me lo dicevano tutti, doveva essere vero.
E sapete qual era la cosa che faceva più male? Il fatto che non avessi nessun vero difetto. Non avevo un naso storto, una fronte troppo alta, un monosopracciglio, denti da castoro, non ero nemmeno grassa; non c'era niente in particolare che non andasse, di conseguenza niente da correggere. Era il tutto, l'insieme che non andava.
E l'unica cosa che potevo cambiare era il mio peso.
Fu così che iniziai a non mangiare.
A perdere peso.
A morire.


Tra settembre e dicembre iniziò la depressione.
A gennaio feci la conoscenza della bulimia - avevo paura che i miei genitori capissero qualcosa, forse lo speravo, non lo so, comunque c'ho messo anni per capire che a volte i genitori certe cose non le vedono nemmeno se gliele urli in faccia perché non vogliono vederle, son più spaventati di noi. Non sapevo che inventarmi per evitare i pasti, così mangiare normalmente e vomitare appariva la soluzione perfetta.
Nessuno sapeva, nessuno si accorgeva di niente. O meglio, vedevano che qualcosa non andava ma io attribuivo il mio atteggiamento al semplice fatto che non mi trovavo bene a scuola.
Dopo poco arrivò l'insonnia. Io stessa non capivo che stava succedendo, ed avevo paura.


L'unica persona con cui riuscii a parlare fu un ragazzo conosciuto su internet - ma di questa vicenda non voglio parlare, scusate, mi causa davvero troppo dolore.


Nei mesi successivi iniziai a tagliarmi. A volte perché sentivo troppo male dentro, troppo, incontenibile, impossibile da sfogare. Quello fisico era niente in confronto, mi distraeva, mi calmava, per curarlo bastava un po' d'acqua fresca ed un cerotto. Altre volte lo facevo solo per provare qualcosa che mi ricordasse che esistevo.


Avevo sempre più l'aspetto di un fantasma, la gente iniziava a lasciarmi in pace perché provava diffidenza.
Tra febbraio e marzo smisi lentamente di andare a scuola. Non ce la facevo, mi sentivo morire al solo pensiero.
Mi chiusi in casa. Mia madre vedeva che stavo male, ricordo che una volta mi propose di andare da una psicologa, cosa che rifiutai categoricamente. Non avevo assolutamente intenzione di parlare con un'estranea.
Non avevo intenzione di parlare con nessuno in realtà.


Mesi vuoti - vuoti - vuoti - vuoti.
Presunti amici? Scomparsi. C'era solo quel tale di cui non voglio parlare, non so se dire purtroppo o per fortuna.
E la danza, che anche quando non riuscivo nemmeno a reggermi in piedi andavo comunque a lezione.
Giornate passate a fissare il soffitto, a mangiare, vomitare, tagliarmi, ad avere crisi di panico e di ansia che da sola ho imparato a soffocare, a pensare a come uccidermi.


In primavera andai con mia madre ad informarmi degli altri licei che c'erano in zona. Sapevo che mi avrebbero bocciata, sapevo che non potevo restare a casa a non fare niente. L'idea di tornare nel mondo, però, mi spaventava e non poco. Durante l'estate cercai di riprendermi. Ma lo sapete meglio di me come va.
Ti illudi di star meglio, solo fino alla prossima scivolata. Cadi, ti rialzi, vuoi guarire, non vuoi, ci provi, fallisci, torni indietro, mangi troppo, non mangi affatto, sei felice, sei depressa, le cose cambiano ma tu ti senti sempre uguale.


E' questo il punto: tu ti senti sempre uguale.
Le persone che ho conosciuto poi sono diverse. Io sono cresciuta, ho cambiato look, ne ho cambiati tanti in realtà, sono sempre stata quella strana e stravagante. E per questo a volte criticata e derisa, altre ammirata.
Nessuno mi ha più presa in giro o detto in faccia che fossi un cesso, almeno non con la stessa insistenza e cattiveria di quei tempi lontani. 


Ma a quanto pare non importa.
Sono come dei marchi a fuoco sul cuore. Ho letto da qualche parte questa frase: tell a girl she's beautiful, she will believe it for a moment; tell a girl she's ugly, she will believe it for the rest of her life.
La prima volta che il mio ragazzo mi disse sei bellissima fu uno shock pari a quello vissuto in terza elementare. Non era possibile, non era vero, avrei dovuto esserne felice ma non riuscivo.
Non riesco a crederci, non importa quanto mi piacerebbe crederci ma non ci riesco.
E per crederci non intendo che io stessa vorrei vedermi bellissima, questo sarebbe chiedere troppo, vorrei solo riuscire a credere nel fatto che lui lo pensi veramente. Razionalmente so che non avrebbe motivo di mentirmi, che di lui posso fidarmi, che non parla tanto per dar fiato alla bocca. Ma non ci riesco. Inconsciamente, io non gli credo. E questo mi uccide, mi fa sentire una persona orribile. Questo ed un miliardo di altre cose.


I motivi per cui volevo una magrezza eccessiva son cambiati nel corso degli anni.
All'inizio, come avete letto, per avere qualcosa che mi facesse sentire più a mio agio con la realtà in cui vivevo.
Poi divenne pura e semplice ossessione.
Poi un sogno irraggiungibile.
Poi l'unica cosa a cui aggrapparmi.
Un anestetico.
Un modo di farmi male, perché non ero abbastanza.
Qualcosa di cui non riuscivo a fare a meno.


Da un paio di anni, invece, è diventata un modo per esprimermi.
L'estetica, sì, forse c'entra in qualche modo, ma è circa il 10%.
Io soffro e sto male, perché non riesco a convivere con me stessa.
Sono irrimediabilmente diversa da quelli che mi circondano.
Tutti, tranne L., con cui nonostante anche tra noi ogni tanto siamo lontane, ho sempre potuto essere me stessa.
E le persone non mi vedono.
Non mi vedono per quel che sono veramente, neanche se provo a sbatterglielo in faccia.
Si ostinano a mettermi addosso etichette e ruoli che non mi stanno bene per niente, perché a loro piaccio così.
Piaccio dolce, educata, romantica, sensibile, intelligente, simpatica, buona, gentile, comprensiva.
Sempre disponibile. Sempre disposta a capire e perdonare.
Ma si rifiutano di vedere i miei lati neri, distruttivi, spaventosi.
- dei lati che invece sento più miei di tutto il resto.
Ed ho bisogno che questo venga visto. Non mi frega che sia accettato o meno, io voglio, porca miseria, che chi mi sta intorno e dice di volermi stare vicino si renda conto che io NON SONO SOLO QUEL CHE VOGLIONO VEDERE LORO. Che ho tante cose, alle spalle, che mi hanno segnato per sempre. Che quelle cicatrici sul braccio sinistro non sono unghie di gatto o incidenti vari che invento sempre. Ho bisogno che qualcuno, ogni tanto, apra gli occhi e mi veda davvero. 


E voi, voi perché volete essere magre?


















Questo post è forse la metà di quanto avrei voluto dire. Ma è fin troppo difficile scavarsi dentro così. Parlare di certe cose di cui in realtà ci si vergogna come fossero una colpa. Già, perché io mi vergogno della maggior parte delle cose che ho subito e vissuto. Non voglio rischiare di apparire come una che vuole fare la vittima. Non sono vittima di niente, perché l'unico male vero me lo sono fatta da sola, agli altri non ho (quasi) mai permesso di ferirmi. Mi sono sempre rialzata con le mie gambe. La mia famiglia, di tutto questo, non sa un accidente. Quel tale che era l'unico che mi è rimasto accanto, si è auto-dichiarato il mio eroe, che senza di lui non sarei nemmeno ancora qua. Stronzate, visto che poi non si è fatto alcun problema a fare il possibile per distruggermi. Ma niente, son caduta rialzandomi sempre, da sola. Sono una che è sopravvissuta a cinque anni di guerre con questo qua, a ventun anni di guerra col proprio padre, a otto anni di dca, uno o due di depressione, lunghi periodi di autolesionismo, sono una che si è sentita ricattare da un pezzente, sono una che di quel pezzente ha sentito le mani addosso e ha saputo difendersi - nonostante le parole che sanno fare più male di qualunque cosa, nonostante quelle parole che avrebbero fatto desiderare di morire a qualunque ragazza. 
Mi sono sempre rialzata e me la sono sempre cavata da sola. Dovrei sentirmi orgogliosa di questo, in realtà non me ne può fregare di meno. Perché mi ritrovo solo qui, oggi, stanca da morire. Sopravvissuta a tutto ma con un miliardo di segni, dentro, che nessuno può vedere. A cui nessuno fa caso, di cui nessuno sa niente; o peggio, di cui sa ma si dimentica, e infierisce. O ignora. O preferisce non vedere, non pensare. E' più facile trattarmi come la ragazza semplice e tranquilla che non ho mai avuto l'opportunità di essere.
Non voglio pietà, non voglio compassione, non cerco attenzioni.
Ho solo bisogno di comunicare quel che ho dentro.
Lo farei scrivendo, ma ci riesco per davvero una volta su mille.
Ecco perché uso il mio corpo.


A quanto pare perdo duecento grammi al giorno.
Stamattina il display della bilancia diceva 45.4

martedì 26 giugno 2012

Gli occhi vuoti che incroci per strada.

Spesso - diciamo pure sempre - quando sono in giro mi guardo intorno e appena vedo una ragazza troppo magra, o con qualche comportamento che a chiunque potrebbe passare inosservato ma che a me sembra sospetto, non posso fare a meno di chiedermi se mi trovo di fronte ad un'altra persona che soffre di dca.
Tanto non è mica il corpo a dirlo. Quello aiuta, se troppo esile. Ma a dirlo veramente son sempre gli occhi.
O un qualcosa, un modo di muoversi, di perdersi, di stare senza esserci.
Alcune ragazze mi restano impresse, fotografate nella mente.
Tipo una che mi passò accanto mentre camminavo per andare in Facoltà. Un giorno che mi sentivo veramente orribile, coi capelli lasciati alla cazzo, senza un filo di trucco ché mi sembrava una missione impossibile tentare di migliorare quel che vedevo allo specchio e un fisico che - lasciamo stare - nascosto da jeans e felpa esageratamente larghi. Bene, mentre mi fumavo una sigaretta con cui cercavo di sopprimere il vuoto e la tristezza che mi pervadevano - musica nelle cuffie a zittire il traffico circostante - mi passa accanto questa creatura eterea. Era alta quanto me - quindi non molto, anzi - ed era minuscola. Stava fumando anche lei, con classe. Indossava un paio di ballerine, dei jeans che le fasciavano due gambette inesistenti ed un impermeabile blu con la cintura in vita - una vita che, giuro, non era più spessa di un foglio di carta. I capelli castani, lisci, ordinatamente raccolti in una coda alta. Un paio di grandi occhiali da sole a nasconderle gli occhi. Non è che proprio sorridesse, aveva un'espressione che sembrava voler dire al mondo quanto lei stesse in pace - quanto fosse spensierata, leggera. E chissà, forse era così davvero - ma io vedevo quella pellicola trasparente di amarezza. Sono in pace, sì, sono leggera, altroché, ma lo sono nel peggior modo possibile.
Quel giorno mi passò accanto la perfezione, proprio in un momento in cui della perfezione mi sentivo l'esatto e più lontano opposto esistente. Non mi ricordo quanto pesassi quel giorno, so solo che era troppo.
La guardai, la seguii con lo sguardo mentre mi superava, e sorrisi amaramente.
Mi sarei messa proprio a ridere come un'isterica. Non era possibile, dai. Il destino si stava prendendo ancora gioco di me. Ci fermammo davanti ad uno stesso semaforo, lei poi proseguì dritta ed io svoltai a sinistra.
Non potei fare a meno di pensare che un giorno, fuori, io sarei stata come lei.
Non potei fare a meno di pensare che, dentro, lei era come me.


Poi c'è quella ragazza che si aggira nella stessa Facoltà che ho frequentato quest'anno. Non so se studi Lingue o Filosofia - l'edificio è lo stesso. Credo che abbia origini straniere, slave. Questo almeno suggerisce il suo aspetto. Lunghi capelli biondo cenere, non troppo curati. E' quasi incorporea. Dire magrissima è riduttivo, a volte sembra quasi far fatica pure a stare in piedi. Non è particolarmente bella, non ha nulla di particolare se non quella magrezza eccessiva. E il suo volto, è uno dei volti più inespressivi che io abbia mai visto. Ogni volta che la incrociavo - nei bagni, per le scale, per strada, nel parco - facevo fatica a staccarle gli occhi di dosso. 
A volte ho pensato quasi di parlarle, ma creature così mi sembra indelicato anche solo provare ad avvicinarle.


E poi ce ne sono tante altre, l'ultima l'ho notata oggi. Seduta su una panchina, accanto ad un ragazzo, con un paio di shorts ed una maglietta scollata. Era uno scheletro ricoperto di pelle. Mangiava un ghiacciolo - occhi grandi, irrequieti. Sembrava aver l'ansia di finirlo in fretta. E di non farsi notare.


Chissà, forse sono io che mi faccio troppi film. Probabile.


Non è normale andare in ansia totale per una scatoletta di riso con verdure, vero? Sono stata in giro tutto il pomeriggio (ergo: ho camminato tanto) ed L. mi ha proposto di mangiare al Wok. Io adoro quel posto, sia perché è tutto buonissimo sia per il fatto che indicano le calorie esatte di ogni piatto. Inutile dirlo, ho preso la pietanza meno calorica possibile (290). Nonostante questo ero nel pallone. Riso. Per me ormai esistono solo verdure, uova, pollo. Frutta se voglio qualcosa di dolce. E mi sono ritrovata con una porzione troppo grande di riso. Arrivata a metà mi sono arresa, non potevo farmi così male. Quindi, in realtà, non ne ho assunte 290 ma circa 145. E sullo stomaco non avevo che una tazza di latte e caffè ed un ghiacciolo, perciò credo di non arrivare nemmeno alle 300 in tutto. Eppure mi sembra di aver mangiato troppo. Sto esagerando di nuovo, mi sa. Il fatto è che proprio adesso sono vicina a raggiungere il primo obiettivo stabilito e non voglio, per nessun motivo al mondo, fare per l'ennesima volta degli stupidissimi passi indietro. 
Oggi la bilancia diceva 45.6.

lunedì 25 giugno 2012

I nostri migliori anni telecomandati.

Sono un circolo vizioso.
Tutto quello che penso - che provo - che faccio.
Un esempio banale, è che ogni giorno mi passano per la testa un'infinità di cose che potrei scrivere. Appunto perché sono troppe, non potrei scriverle tutte, così finisco col risolvere l'inghippo non scrivendo un bel niente. Mi mando in tilt da sola. Mi alzo la mattina, la giornata trascorre bene o male che sia, arriva la notte, a volte dormo altre no. Ed io mi sento spenta. Io mi costringo a spegnermi, per il semplice fatto che guardandomi dentro ho la sensazione di giocare pericolosamente nei pressi di un buco nero. Un misero passo falso, la sola curiosità di guardare un po' più a fondo... e finisco risucchiata, trascinata giù nel buio più profondo. 
Le cose che stanno laggiù mi servono. Ho bisogno delle parti più nascoste di me - se voglio scrivere qualcosa che abbia una qualche valenza, è scavando fin là sotto che posso sperare di riuscirci.


Ma al buio non si vede. Puoi inciampare, andare a sbattere, chissà quali mostri e creature si nascondono dietro l'angolo. Non è la paura a fermarmi, è solo che quando mi avventuro per quei labirinti non so come muovermi. E resto paralizzata. Nelle paludi, nelle sabbie mobili che mi riempiono le vene, i polmoni, il cuore - quella cosa incorporea chiamata anima. Ogni volta esco talmente stanca da queste camminate insidiose che mi costringo a pensare di non provarci mai più. Di lasciar perdere. Che non fa per me.
Ma non posso. Io non posso lasciar perdere. Anche se vorrei, anche se voglio, anche se c'ho provato. Per qualche dannato motivo, io prima o poi devo riuscire a scrivere - per intero - almeno una delle storie che ho dentro.


Col post precedente ho già avuto modo di dire quanto amo Alessandro Baricco. Tra i suoi libri, non saprei sceglierne uno solo, anche se Castelli di rabbia e Mr Gwyn sono qualcosa di particolarmente spettacolare. E poi c'è Novecento. Già, Novecento. Ci credete se vi dico che lo so a memoria? Quasi parola per parola. Sapevo che ne avevano fatto anche un film, La leggenda del pianista sull'oceano. E per qualche motivo non mi sono impegnata più di tanto per trovare il dvd o vederlo su internet. Da una parte avevo paura di rimanerne delusa - si sa che difficilmente i film fanno onore al libro da cui sono tratti, e quello per me è un libro fin troppo importante. Certe cose, però, devono accadere in determinati momenti. Le rimandi o le ignori, consapevolmente o meno, perché devi aspettare, affinché le vedrai o ascolterai o conoscerai solo quando sapranno entrarti dentro tanto a fondo da non lasciarti mai più. Ebbene, ieri faccio zapping alla tv e lo becco che stava iniziando su Rete 4. Ieri che mi sentivo così vuota, così sola, incasinata, distante, frustrata ed irrequieta. Beh, sono entrata in un altro mondo ed in un certo senso ci sono rimasta.
Avrei voluto parlarne con la mia migliore amica. Col mio ragazzo. Dir loro quello che avevo provato, come mi ero sentita. Ma poi ho tirato un sospiro, mi sono morsa un labbro, accesa una sigaretta sul balcone nella notte tiepida. Certe cose non puoi condividerle. Certe cose son solo tue. E per quanto triste, è giusto che sia così.


Mi rendo conto che tra pochi mesi tutto sarà diverso.
La mia vita cambierà così radicalmente che credo quasi subirò un lento e silenzioso shock, una cosa a cui non farò caso nemmeno io e che poi all'improvviso mi si riverserà addosso in lacrime versate apparentemente senza motivo - nel migliore dei casi.
Ad agosto il mio ragazzo verrà in vacanza da me ed a casa sua non ha intenzione di tornarci. Il che vorrà dire iniziare a tutti gli effetti quella convivenza che tanto abbiamo sognato. Mio padre non accetterà mai una cosa del genere, magari è la volta buona che smettiamo definitivamente di parlarci - non che adesso si possa dire che ci parliamo, o per caso se una persona ti scarica addosso una valanga di accuse e non fa che ribadirti quanto sei patetica ed inutile conta come conversazione? 
Sto già cercando una stanza doppia in affitto, in centro, in una zona comoda per andare e tornare dall'università. Entrambi dovremo trovarci un lavoro - sarebbe più facile trovare la pentola d'oro alla fine dell'arcobaleno in questo periodo - e conciliare questo con lo studio. Io devo passare il test di ammissione per Psicologia, per forza, altrimenti sono fottuta, senza mezzi termini. Insomma, non sarà per niente facile.
E la mia migliore amica, L., quella di cui parlo sempre, la mia vita, la mia àncora di salvezza... lei probabilmente a settembre se ne va a vivere in Australia. Almeno per un anno, forse per sempre. E' la cosa giusta, ha tutto il mio appoggio perché ha dei progetti sicuri e fantastici, è la cosa giusta a prescindere perché sono dell'idea che non c'è cosa migliore che andarsene da questo Paese ignobile. Ma ammetto che è dura immaginarmi senza di lei. Da quasi quattro anni a questa parte abbiamo condiviso tutto. E soprattutto è l'unica che mi conosce veramente, l'unica che sa come prendermi, l'unica a cui posso rivolgermi quando il mondo sta crollando. E stessa cosa io per lei. Dividerci sarà una vera a propria agonia. 
Il mio futuro prossimo un po' mi spaventa.


Sabato parto, finalmente. Me ne vado per un mese nel Paese a cui appartengo davvero: la Svezia. 
(per chi non lo sapesse, ho origini svedesi per parte di madre, e la parte di famiglia che amo davvero è tutta lì: nonni, zii e cugini). Perciò, prima di sabato, vorrei davvero perdere questi 800 grammi di troppo. Che spero già domani siano un po' di meno. Negli ultimi due giorni è andata bene: ieri ho fatto colazione con un caffè, niente pranzo, un ghiacciolo al limone ed uno yogurt activia zero alla pesca di pomeriggio e cena con una piccola porzione di zucchine. Se ho fatto bene i calcoli, sono rimasta più o meno sulle 150 calorie. Oggi più o meno uguale:


c: caffè macchiato (ho dato due sorsi e messo via, stomaco chiuso)
p: /
m: crema di caffè, ghiacciolo al limone
c: due fettine di petto di pollo, yougurt al lampone


tot. 314


Il cibo condiziona le mie scelte. Quando tornerò a fine luglio, la mia migliore amica mi ha invitato ad andare un po' con lei e la sua famiglia nella casa che hanno in montagna. Mi aveva invitato già l'anno scorso ed avevo rifiutato, perché non stavo bene, non ce la facevo. Non posso dirle di no anche quest'anno. Ma mi preoccupa il come farò ad evitare di mangiare. Io non voglio mangiare. Fossimo solo io e lei non ci sarebbe problema. Lo sa, e poi lei è come me. Come noi. Ma ci saranno i suoi genitori, forse anche altri suoi familiari. Che non faranno altro che preparare pranzi e cene e offrirmi questo e quest'altro. 
E quando vivrò col mio ragazzo, come farò a farlo convivere con le mie - pessime - (dis)abitudini alimentari?
Ho l'ansia già adesso per tutto questo.


Sabato mattina però devo vedere lo zero dopo il quarantacinque.
Questo, almeno, mi farà partire più leggera.


Vi voglio bene.

sabato 23 giugno 2012

Premio Almohada.

Devo ringraziare infinitamente fuyu-chan per questo premio, e anche se le domande mettono un po' in crisi perché le risposte tra cui scegliere sono all'incirca infinite, ci provo e lo faccio con piacere.






1) Le tre frasi che ti rispecchiano:

Adesso si era appoggiata alla finestra. E io imparavo qualcosa di lei. Era una creatura leggermente scollata dalle cose, come se tra lei e il resto intorno ci fosse sempre un piccolo vuoto da attraversare, da violentare. Non c'erano ponti per lei, c'era un fiume che scorreva, e lei cercava un appoggio nell'acqua, una pietra affiorante, qualcosa. Ora l'aveva trovata, quella pietra, e poco importava che fosse il suo corpo.”
- Margaret Mazzantini, Venuto al mondo

“Non aprì gli occhi, non aveva bisogno di vedere. Si lasciò sprofondare in un muto buio, e quel buio era se stessa. Lo poteva fare, e senza paura, e facilmente, perché qualcuno la stava guardando - se ne rese immediatamente conto. Per qualche ragione che non capiva, era finalmente sola, in modo perfetto, come soli non si è mai - o di rado, pensò, in qualche abbraccio d'amore.”
- Alessandro Baricco, Mr Gwyn

Mi incoraggiavo a farmi avanti mentre, solo, nel buio di quelle scale iniziavo a capire che sarei dovuto venire a prenderti proprio lì dove non so stare. Nel bel mezzo della vita.”
- Silvio Muccino & Carla Vangelista, Parlami d'amore

2) Tre canzoni che ti piacciono: 


3) Esprimi un desiderio:
Convivere in pace con me stessa.
4) Scrivi una parola che rispecchi il desiderio:

Accettazione.

5) Consegna il premio a 7 blog:

The ice is getting thinner

wintergirl

Protège-moi de mes désirs

How To Disappear Completely

Saya Skinny Beauty

Creatlach.

Teen struggle

Inutile dire che l'avrei rigirato anche a fuyu-chan, ma non avrebbe avuto molto senso.
Comunque, aggiungo due parole sulle mie scelte: io leggo moltissimo, quindi trovare delle frasi che mi rappresentino è una scelta abbastanza ardua. Più che altro per il fatto che, di solito, non mi rispecchio in una singola frase ma in un intero paragrafo, un intero capitolo, un intero libro. In un personaggio nella sua totalità. In qualcosa che gli sta intorno. Mr Gwyn lo dice: noi non siamo solo il personaggio, ma tutta la storia. Mi ritrovo in tutti i libri di Baricco, che è senza dubbio il mio scrittore preferito. Non riesco a parlare di lui, perché mi dà troppo con ogni cosa che scrive. Cercare di descrivere, di spiegare, sarebbe come sminuire.
Per quanto riguarda le altre due frasi, invece: la prima è tratta da un libro stupendo che vi consiglio, ed anche se attribuita a quel personaggio aveva un senso diverso, sta benissimo anche addosso a me; la terza invece è tratta da un libro che mi ha emozionato come pochi, più che altro perché il protagonista, Sasha, è fin troppo vicino a me. Ho sentito molti sottovalutare Silvio Muccino, paragonandolo a tutti gli altri scrittori improvvisati; beh, io sono pronta a smentire queste voci stupide, frutto di pregiudizi inutili. A me già piaceva moltissimo come attore, ha un qualcosa quel ragazzo che mi tocca, mi affascina, mi raggiunge. E si è rivelato essere all'altezza anche della scrittura e della regia - il film tratto da questo libro infatti non è da meno, anche se si sa, i libri hanno sempre un fascino diverso.

Per le canzoni: ne ho scelte tre dei gruppi che mi accompagnano da più tempo, che sono la mia ispirazione, a volte la mia forza, a volte sono tutto quel che non riesco a provare o dire io. Dei Placebo e dei Paramore, in particolare, ogni singola canzone contiene un pezzo di me. Di Let The Flames Begin vi ho postato la miglior versione live che sia mai stata fatta, se non seguite questo gruppo dubito la conosciate. Mi commuove ogni singola volta che la vedo/ascolto, nonostante ho il dvd di quel concerto e conosco a memoria persino le interviste. Sono fantastici, lei ha una voce unica ed i testi che scrive dicono sempre quel che non sono in grado di dire io. E se andrete a vedere quel video, arrivate fino alla fine - pelle d'oca assicurata.
Somewhere weakness is our strenght and I'll die searching for it - da qualche parte la debolezza è la nostra forza e morirò cercandola, dice all'inizio della seconda strofa. 

Più tardi aggiornerò, forse, con pensieri/considerazioni e l'andazzo della giornata di oggi (:
Un abbraccio a tutte!










Aggiornamento delle 00:54:
Tutto quello che avrei potuto dirvi viene cancellato da una schifosa abbuffata di stasera, quando invece nemmeno c'erano i miei in casa e avrei potuto pure saltare tranquillamente la cena. La tristezza ed un malessere talmente puro da rendersi impalpabile mi riempiono persino più del cibo. Il mio ragazzo non fa che ripetermi che per me ci sarà sempre, che quando ho bisogno di lui c'è e ci sarà sempre. Eppure, in un modo o nell'altro, quando davvero ne ho bisogno riesce a non esserci mai. Sempre per motivi validi, d'accordo, ma intanto io rimango gelata da un sms che mi comunica che deve andare, che ne riparleremo poi. Quel “poi” non esiste. Perché nel frattempo io mi rimetto a posto da sola, come ho sempre fatto. E' tutto così facile per lui, con me... c'è questa consapevolezza che io ho un casino dentro, che ho dei problemi, che soffro; ma c'è un muro tra me ed il resto del mondo, e quel muro l'ho costruito abbastanza bene da tener nascosti tutti i miei lati bui. Perciò non è colpa sua. Se non sa come oltrepassare quel muro, non è colpa sua. Se non sa come affrontare questi lati di me non lo si può biasimare. Se io non riesco a parlare, che può farci?
Mi chiedo però se ci prova davvero. Mi chiedo... no, non m'importa, non mi chiedo niente.
Ah, io domani digiuno o semi-digiuno. O magari per i prossimi due giorni, o magari per il resto della vita.
Sento salire l'odio verso me stessa, come ne misurassi l'andamento con un sismografo.


Fortuna che ho voi, dico sul serio. Fortuna che posso aprire questa pagina e sfogarmi qui. Fortuna che posso aprire le vostre di pagine e leggervi, leggervi anche tutta la notte; è l'unica cosa che riesce a non farmi sentire sola, ultimamente. 


Un abbraccio.