mercoledì 27 giugno 2012

Perché vuoi essere magra?

Mia madre mi ha dato un'educazione fuori dal comune in questo posto. Sono cresciuta con una mentalità scandinava, e la ringrazio infinitamente per questo. Ma per certi aspetti, proprio questo è in un certo senso l'inizio della rovina. Perché è come mettere un oggetto di cristallo in un territorio di tormente e tempeste.
Riuscirà a sopravvivere? Ce la farà a sopravvivere?
Può imparare, ma è impossibile che resti senza crepe. Crepe che dovrà far attenzione a tenere sempre perfettamente incollate, dovrà controllarle per tutto il resto del tempo a venire, che appena si distrae un attimo potrebbe andare in frantumi. Senza poi possibilità di ricostruirsi, non ci sarebbe colla che tenga. E poi mille minuscoli frammenti trasparenti - difficile ritrovarli tutti, difficile rimettere ciascuno al proprio legittimo posto.


Mia madre è cresciuta in un posto dove le persone non ti giudicano. Mai. Tanto meno senza conoscerti, tanto meno per cose superficiali come le apparenze. Dov'è cresciuta lei questo lo sanno persino i bambini, a cui fin da subito viene insegnato che anche la più innocente presa in giro può causare delle sofferenze alla persona a cui è rivolta. Questo non significa che lì siano tutti dei santi, di gente marcia cattiva o insensibile ce n'è in ogni parte del mondo; dico solo che lì la mentalità è molto diversa, c'è il rispetto del prossimo. C'è tatto, c'è comprensione, c'è gentilezza. Cose che qui sinceramente ho visto di rado.
Mia madre questa cosa me l'ha inculcata bene in testa: non si deve dire che una persona è brutta, mai. Una volta che forse avevo fatto un commento su qualcuno alla tv, avrò avuto cinque o sei anni, lei me lo disse inchiodandomi sulla sedia coi suoi occhi azzurro cielo. Non si dice che una persona è brutta, è una cosa terribile da dire, pensa quanto potrebbe restarci male! E poi una persona non è brutta per il suo aspetto esteriore, non è quello ciò che conta di un essere umano. Mi sembrò una verità incrollabile, non si giudica l'aspetto delle persone, non si fanno commenti sui difetti fisici, nemmeno per scherzo. E quando da piccola credi fermamente in una cosa, per qualche motivo sei sicuro che tutto il mondo la pensi allo stesso modo. Che sia un dato di fatto, come il Sole che sale al mattino e tramonta di sera. Come il fatto che il cielo è blu e l'erba verde.
Ovvio, chiaro, lampante - è così e non potrebbe essere altrimenti.


Ora tenete ben presente questo, e trascinatevelo dietro fino ad un giorno qualunque di qualche anno dopo.
Terza elementare, otto anni. Immaginate una bambina dalla pelle chiara con un po' di lentiggini sul naso e gli zigomi. Capelli biondi che le arrivano al fondoschiena, leggermente mossi, con la frangetta a nascondere la fronte. Con un paio di occhiali dalla forma tondeggiante ad opacizzare un paio di occhi verde scuro che sembrano sempre distratti o annoiati - quando in realtà sono solo troppo attenti, anche se altrove.
Immaginate questa bambina col suo grembiule blu come tutti gli altri, che siede nei primi banchi nella fila attaccata al muro, sulla destra, in un'aula grande e comunque piena. Immaginate questa bambina che nonostante l'età che ancora si conta sulle dita delle mani già si sente un po' più grande rispetto a qualche anno prima, che in quell'aula si sente sicura perché con i compiti a lei richiesti se la sa cavare e soprattutto perché lì dentro si sente al sicuro. E' circondata da amici, bambini che le vogliono bene. A parte una forse, che tanto le è sempre stata antipatica quindi chi se ne frega. Immaginate che questa bambina si senta ancor più sicura perché ultimamente è entrata a far parte di un gruppetto specifico tra tutti quei bambini, e che questo la faccia sentire importante. 


Ora immaginate che questa bambina, un giorno, senta queste parole: “certo però che J. è proprio brutta!”
Immaginatela che si volta e che vede che a dirlo era stata una di quelle che più riteneva sue amiche. Che lo diceva ad un altro bambino a cui voleva bene e che quest'ultimo annuiva. Immaginate gli sguardi che s'incrociano, e poi quella bambina che torna a guardare il suo quaderno, aperto sul banco. Non esagero se dico che quella bambina subì un trauma. Ma come, la mamma aveva detto che non si dice, che è una cosa terribile da dire, com'è possibile che i miei amici l'abbiano detto di me...


Anni dopo mia madre trovò un diario in cui la calligrafia della mia mano incerta scriveva una lettera a Dio chiedendogli perché mi avesse fatto così brutta. Probabilmente la scrissi quel giorno. Quel giorno da cui poi niente fu più lo stesso. Prima di allora non mi ero mai posta problemi sul mio aspetto. Guardavo il mio riflesso come si fa una cosa qualunque, andavo fiera dei miei capelli lunghissimi, ero una bambina a detta di tutti fin troppo matura per la sua età ma in fin dei conti tranquilla. Senza troppi problemi, escludendo il rapporto inesistente col proprio padre.


Cercai d'ignorare quell'evento, anche se quella semplicissima frase aveva aperto la prima insanabile crepa.
Da allora ogni volta che qualcuno mi faceva un complimento io non ci credevo. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Il peggio cominciò col primo giorno di prima media, quando la prima cosa che fecero due nuovi compagni di classe fu prendermi in giro e iniziare a ridere fra di loro per il mio aspetto. Quel primo giorno continuò, uguale e senza sosta, per tutti e tre gli anni. Con la differenza che a quei due compagni si aggiunse il resto della classe. C'era chi si prendeva gioco di me liberamente, senza curarsi minimamente del fatto che io ero lì, che io stavo sentendo. Mi rivolgevano la parola solo per umiliarmi. Tra le ragazze di amiche ne avevo, andavo d'accordo praticamente con tutte. Ma nessuna di loro ha mai preso le mie difese, anzi, quando pensavano che non potessi sentire non si facevano problemi ad unirsi al coro di risate sul mio conto. Non do colpe a nessuno, a quell'età è così, devi far parte del gruppo, bisogna sempre trovare un capro espiatorio su cui sfogarsi; di certo non ero l'unica, ma uno dei bersagli più facili. E io, sapete, io non facevo nulla per difendermi. Avevo paura che se avessi reagito in qualche modo oltre che brutta mi avrebbero giudicata anche antipatica, e sarei rimasta sola. Così loro mi prendevano in giro ed io ridevo assieme e più di loro - mentre dentro mi sentivo morire, ogni giorno. Se solo provo ad andare un po' indietro con la memoria, dio che male... Tipo una volta che andammo a teatro e tra le ragazzine avevamo deciso di metterci la gonna. Io odiavo le gonne, ma avevo dato la mia parola. Ed il giorno dopo uno di quelli là disse ad una mia amica: “Che belle che siete oggi, tu poi ci stai proprio bene con la gonna mica come J...” - oppure quando misi l'apparecchio ai denti, e una mia compagna disse ad un altro che lei non avrebbe mai accettato di portarlo e quello rispose: “beh ma a te sarebbe un peccato che sei una bella ragazza, a lei è uguale...” - oppure un giorno che stavamo facendo un lavoro in classe in cui dovevamo scrivere qualcosa su noi stessi ritagliando le lettere dai giornali. Io, tra le altre cose, avevo scritto che se guardavi questa ragazza negli occhi avresti visto che avrebbe sempre saputo trovare la sua strada. Un compagno che passando lesse, disse: si questa ragazza... questo mostro caso mai!


Io ridevo, sempre. Sorridevo e sorridevo e sorridevo. Davo ragione a tutti.
Nel frattempo avevo smesso di guardarmi allo specchio. Chiedevo a mia madre se ero in ordine, prima di uscire e non mi guardavo, mai, per nessun motivo. Avevo iniziato a fuggire dalle fotografie come si evita la peste. Ripudiavo la mia immagine, la odiavo, con tutta me stessa, di un odio incalcolabile.
Ma nonostante tutto, riuscivo a sentirmi forte e dieci miliardi di volte migliore di loro: perché ero a conoscenza di un segreto che loro ignoravano, ovvero che l'apparenza è superflua, l'unica cosa che conta è ciò che hai dentro. Ed io, dentro, avevo un mondo infinito e sterminato in cui chiudermi e perdermi e sognare.
Avevo la musica, i libri, la scrittura, la danza. Tutto questo mi bastava. 
Aspettavo solo che quei tre anni finissero, non desideravo altro, al liceo sarebbe stato tutto diverso.


Ma nel frattempo i commenti e le prese in giro aumentarono, o forse ero io che vi ero diventata più sensibile e non le sentivo solo dentro quella maledetta classe ma anche in giro, sempre. Diventai paranoica. Non riuscivo a passare davanti ai gruppi di ragazzi appostati in giro per il paese, sceglievo sempre altre strade piuttosto che rischiare, camminavo a testa bassa, volevo coprirmi, sparire. Ed è così anche adesso.
Mentre tutte le mie amiche sperimentavano i primi baci, i primi amori io non potevo far altro che vivere queste cose in seconda persona. Dai loro racconti, dai film, dai libri. Sicura che a me non sarebbe mai successo, perché nessuno avrebbe potuto interessarsi a me brutta com'ero. Avevo dentro questa consapevolezza che mi guidava e accompagnava ovunque, mi spingeva a trasformarmi nella Cupido della situazione, che se non potevo provarle io quelle cose, se non potevo esser felice io, che almeno lo fossero gli altri.
Ed ero brava in queste cose, con le persone ci so fare, so capirle. Ci sono quasi sempre riuscita.


Il liceo finalmente arrivò. Mi ero illusa di dare inizio ad una vita vera, un'adolescenza di quelle piene di ricordi come quelle che raccontavano sempre i miei genitori ed i miei zii. Chissà quante novità, quante amicizie degne di questo nome, quante follie e nottate e risate e divertimento... Ma il mio entusiasmo durò giusto il tempo di aprire gli occhi e rendermi conto che invece mi trovavo solo all'inizio di un altro incubo che stavolta di anni ne sarebbe durato cinque. I commenti ora erano più delicati, avevano almeno la decenza di farli alle mie spalle. Peccato che io tutto questo ero ben allenata a percepirlo. Peccato che non erano solo i commenti, era tutto: le ragazze che avevo attorno erano bellissime, sicure, spigliate. Avevano ragazzi che le aspettavano fuori scuola in sella ad un motorino, ricevevano complimenti ogni giorno, io non so come spiegarlo, non era invidia la mia, non me ne fregava niente di essere come loro che dopotutto mi sembravano così frivole e superficiali ero solo stanca esausta di sentirmi così sbagliata, fuori luogo, inutile, invisibile.


Il mondo non lo puoi cambiare e se sei tu ad essere diverso forse sei tu che devi cambiare per sentirti adeguato. Che vuoi saperne a quattordici anni.
Così mi guardai. Prima mi guardai dentro e dentro, no, non volevo cambiare. Anzi, quel che avevo dentro volevo proteggerlo a tutti i costi dalla realtà maligna che c'era là fuori, non avrei permesso a nessuno di toccarmi, di vedere com'ero realmente. Era proprio questa la mia forza. Il mondo che avevo dentro nessuno poteva vederlo, era mio e soltanto mio sarebbe rimasto. E l'avrei protetto con ogni scudo che ero in grado di trovare. Dapprima imparai ad usare ad arte ironia e sarcasmo, che divennero un'arma a doppio taglio.
Poi, il mio corpo.


Ero brutta, me lo dicevano tutti, doveva essere vero.
E sapete qual era la cosa che faceva più male? Il fatto che non avessi nessun vero difetto. Non avevo un naso storto, una fronte troppo alta, un monosopracciglio, denti da castoro, non ero nemmeno grassa; non c'era niente in particolare che non andasse, di conseguenza niente da correggere. Era il tutto, l'insieme che non andava.
E l'unica cosa che potevo cambiare era il mio peso.
Fu così che iniziai a non mangiare.
A perdere peso.
A morire.


Tra settembre e dicembre iniziò la depressione.
A gennaio feci la conoscenza della bulimia - avevo paura che i miei genitori capissero qualcosa, forse lo speravo, non lo so, comunque c'ho messo anni per capire che a volte i genitori certe cose non le vedono nemmeno se gliele urli in faccia perché non vogliono vederle, son più spaventati di noi. Non sapevo che inventarmi per evitare i pasti, così mangiare normalmente e vomitare appariva la soluzione perfetta.
Nessuno sapeva, nessuno si accorgeva di niente. O meglio, vedevano che qualcosa non andava ma io attribuivo il mio atteggiamento al semplice fatto che non mi trovavo bene a scuola.
Dopo poco arrivò l'insonnia. Io stessa non capivo che stava succedendo, ed avevo paura.


L'unica persona con cui riuscii a parlare fu un ragazzo conosciuto su internet - ma di questa vicenda non voglio parlare, scusate, mi causa davvero troppo dolore.


Nei mesi successivi iniziai a tagliarmi. A volte perché sentivo troppo male dentro, troppo, incontenibile, impossibile da sfogare. Quello fisico era niente in confronto, mi distraeva, mi calmava, per curarlo bastava un po' d'acqua fresca ed un cerotto. Altre volte lo facevo solo per provare qualcosa che mi ricordasse che esistevo.


Avevo sempre più l'aspetto di un fantasma, la gente iniziava a lasciarmi in pace perché provava diffidenza.
Tra febbraio e marzo smisi lentamente di andare a scuola. Non ce la facevo, mi sentivo morire al solo pensiero.
Mi chiusi in casa. Mia madre vedeva che stavo male, ricordo che una volta mi propose di andare da una psicologa, cosa che rifiutai categoricamente. Non avevo assolutamente intenzione di parlare con un'estranea.
Non avevo intenzione di parlare con nessuno in realtà.


Mesi vuoti - vuoti - vuoti - vuoti.
Presunti amici? Scomparsi. C'era solo quel tale di cui non voglio parlare, non so se dire purtroppo o per fortuna.
E la danza, che anche quando non riuscivo nemmeno a reggermi in piedi andavo comunque a lezione.
Giornate passate a fissare il soffitto, a mangiare, vomitare, tagliarmi, ad avere crisi di panico e di ansia che da sola ho imparato a soffocare, a pensare a come uccidermi.


In primavera andai con mia madre ad informarmi degli altri licei che c'erano in zona. Sapevo che mi avrebbero bocciata, sapevo che non potevo restare a casa a non fare niente. L'idea di tornare nel mondo, però, mi spaventava e non poco. Durante l'estate cercai di riprendermi. Ma lo sapete meglio di me come va.
Ti illudi di star meglio, solo fino alla prossima scivolata. Cadi, ti rialzi, vuoi guarire, non vuoi, ci provi, fallisci, torni indietro, mangi troppo, non mangi affatto, sei felice, sei depressa, le cose cambiano ma tu ti senti sempre uguale.


E' questo il punto: tu ti senti sempre uguale.
Le persone che ho conosciuto poi sono diverse. Io sono cresciuta, ho cambiato look, ne ho cambiati tanti in realtà, sono sempre stata quella strana e stravagante. E per questo a volte criticata e derisa, altre ammirata.
Nessuno mi ha più presa in giro o detto in faccia che fossi un cesso, almeno non con la stessa insistenza e cattiveria di quei tempi lontani. 


Ma a quanto pare non importa.
Sono come dei marchi a fuoco sul cuore. Ho letto da qualche parte questa frase: tell a girl she's beautiful, she will believe it for a moment; tell a girl she's ugly, she will believe it for the rest of her life.
La prima volta che il mio ragazzo mi disse sei bellissima fu uno shock pari a quello vissuto in terza elementare. Non era possibile, non era vero, avrei dovuto esserne felice ma non riuscivo.
Non riesco a crederci, non importa quanto mi piacerebbe crederci ma non ci riesco.
E per crederci non intendo che io stessa vorrei vedermi bellissima, questo sarebbe chiedere troppo, vorrei solo riuscire a credere nel fatto che lui lo pensi veramente. Razionalmente so che non avrebbe motivo di mentirmi, che di lui posso fidarmi, che non parla tanto per dar fiato alla bocca. Ma non ci riesco. Inconsciamente, io non gli credo. E questo mi uccide, mi fa sentire una persona orribile. Questo ed un miliardo di altre cose.


I motivi per cui volevo una magrezza eccessiva son cambiati nel corso degli anni.
All'inizio, come avete letto, per avere qualcosa che mi facesse sentire più a mio agio con la realtà in cui vivevo.
Poi divenne pura e semplice ossessione.
Poi un sogno irraggiungibile.
Poi l'unica cosa a cui aggrapparmi.
Un anestetico.
Un modo di farmi male, perché non ero abbastanza.
Qualcosa di cui non riuscivo a fare a meno.


Da un paio di anni, invece, è diventata un modo per esprimermi.
L'estetica, sì, forse c'entra in qualche modo, ma è circa il 10%.
Io soffro e sto male, perché non riesco a convivere con me stessa.
Sono irrimediabilmente diversa da quelli che mi circondano.
Tutti, tranne L., con cui nonostante anche tra noi ogni tanto siamo lontane, ho sempre potuto essere me stessa.
E le persone non mi vedono.
Non mi vedono per quel che sono veramente, neanche se provo a sbatterglielo in faccia.
Si ostinano a mettermi addosso etichette e ruoli che non mi stanno bene per niente, perché a loro piaccio così.
Piaccio dolce, educata, romantica, sensibile, intelligente, simpatica, buona, gentile, comprensiva.
Sempre disponibile. Sempre disposta a capire e perdonare.
Ma si rifiutano di vedere i miei lati neri, distruttivi, spaventosi.
- dei lati che invece sento più miei di tutto il resto.
Ed ho bisogno che questo venga visto. Non mi frega che sia accettato o meno, io voglio, porca miseria, che chi mi sta intorno e dice di volermi stare vicino si renda conto che io NON SONO SOLO QUEL CHE VOGLIONO VEDERE LORO. Che ho tante cose, alle spalle, che mi hanno segnato per sempre. Che quelle cicatrici sul braccio sinistro non sono unghie di gatto o incidenti vari che invento sempre. Ho bisogno che qualcuno, ogni tanto, apra gli occhi e mi veda davvero. 


E voi, voi perché volete essere magre?


















Questo post è forse la metà di quanto avrei voluto dire. Ma è fin troppo difficile scavarsi dentro così. Parlare di certe cose di cui in realtà ci si vergogna come fossero una colpa. Già, perché io mi vergogno della maggior parte delle cose che ho subito e vissuto. Non voglio rischiare di apparire come una che vuole fare la vittima. Non sono vittima di niente, perché l'unico male vero me lo sono fatta da sola, agli altri non ho (quasi) mai permesso di ferirmi. Mi sono sempre rialzata con le mie gambe. La mia famiglia, di tutto questo, non sa un accidente. Quel tale che era l'unico che mi è rimasto accanto, si è auto-dichiarato il mio eroe, che senza di lui non sarei nemmeno ancora qua. Stronzate, visto che poi non si è fatto alcun problema a fare il possibile per distruggermi. Ma niente, son caduta rialzandomi sempre, da sola. Sono una che è sopravvissuta a cinque anni di guerre con questo qua, a ventun anni di guerra col proprio padre, a otto anni di dca, uno o due di depressione, lunghi periodi di autolesionismo, sono una che si è sentita ricattare da un pezzente, sono una che di quel pezzente ha sentito le mani addosso e ha saputo difendersi - nonostante le parole che sanno fare più male di qualunque cosa, nonostante quelle parole che avrebbero fatto desiderare di morire a qualunque ragazza. 
Mi sono sempre rialzata e me la sono sempre cavata da sola. Dovrei sentirmi orgogliosa di questo, in realtà non me ne può fregare di meno. Perché mi ritrovo solo qui, oggi, stanca da morire. Sopravvissuta a tutto ma con un miliardo di segni, dentro, che nessuno può vedere. A cui nessuno fa caso, di cui nessuno sa niente; o peggio, di cui sa ma si dimentica, e infierisce. O ignora. O preferisce non vedere, non pensare. E' più facile trattarmi come la ragazza semplice e tranquilla che non ho mai avuto l'opportunità di essere.
Non voglio pietà, non voglio compassione, non cerco attenzioni.
Ho solo bisogno di comunicare quel che ho dentro.
Lo farei scrivendo, ma ci riesco per davvero una volta su mille.
Ecco perché uso il mio corpo.


A quanto pare perdo duecento grammi al giorno.
Stamattina il display della bilancia diceva 45.4

8 commenti:

  1. Ho il post tutto d'un fiato, un po' come faccio ogni giorno ormai. E ogni giorno mi rendo conto di avere di fronte una persona davvero fantastica (anche se a dire il vero questo aggettivo non mi sembra abbastanza appropriato, mi sembra troppo poco). Noi adesso sappiamo quello che hai passato e credimi se ti dico che mi dispiace tantissimo per quello che hai dovuto sopportare. Non ti voglio compatire, voglio solo farti sentire il mio affetto, insomma quello che provo leggendoti. Io penso che è grazie a te che il mondo è bello. Se prendi tutte quelle persone che ti hanno trattata male, che hanno detto di te tante cattiverie, beh, io non voglio giudicare nessuno, ma è anche a causa di queste persone che il mondo fa schifo. Se da una parte vedo queste persone, dall'altra vedo persone come te e il mondo mi sembra migliore. Credimi.
    Penso inoltre che la tua bellezza interiore rispecchia anche quella esteriore. Io sono convinta che non esistano persone brutte, che ognuno è bello in modo diverso. Che non ci sia distinzione tra la bellezza di una donna in carne ed di una donna magrissima. Ognuno vive la sua vita con le proprie esperienze e le proprie emozioni, ma ciò che fa di una persona una BELLA persona è sicuramente quello che hai dentro. Io sono italiana, di origini italiane, e come te so che dire di una persona cose del tipo "lei è brutta" o "quella è grassa" sono cose che non si devono dire, che non si devono dire perché davvero con le parole si può essere più taglienti di un'arma. Insomma tesoro, sei una persona speciale e sì, vivi da anni con un dca, ma questo non ti ha resa peggiore, anzi. Probabilmente giorno dopo giorno non fai che accrescere ciò che hai dentro e che ti rende una persona del genere. Ora sei grande e puoi capirlo questo, sei speciale e sei bellissima. Credimi, SEI BELLISSIMA. Lo posso affermare pur non avendoti vista in volto. SEI BELLISSIMA. Ricordatelo sempre.
    Ti abbraccio.
    Snotra.

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    1. Appena ho letto questo tuo commento mi son venuti gli occhi lucidi.
      Potrei dire tante cose, risponderti punto per punto, ma credo che alle volte sia meglio tacere e tenersi strette le proprie sensazioni. Quindi perdonami se riassumo il tutto in un: grazie.

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  2. Ho conosciuto persone che vengono da quelle parti e confermo ciò che hai detto. Il giudizio dell'altro basato su cose superficiali è una cosa inconcepibile. Sono molto d'accordo con questo modo di educare...se tutti lo adottassero sarebbe meglio.
    Credo che tutto possa cambiare da un giorno all'altro...i cambiamenti non avvengono lentamente. Quelli molto profondi, almeno.
    Sembra che tu abbia abbastanza chiaro il concetto di etichetta: economizzazione del pensiero. La gente si basa sulle apparenze per poi non doverti più analizzare, non dover più pensare a chi sei veramente. Ma noi abbiamo bisogno di persone, persone vere. Persone disposte a rischiare tutto per essere sè stesse, abdicando al conformismo. Che è comodo come un divano.
    Personalmente, preferisco stare scomoda.
    Voglio essere magra, esageratamente magra, perchè è una condizione che mi porta vicina alla morte. Potrei cadare atterra e morire in qualsiasi momento. Per me la morte è la perfezione. Sento che la mia anima è prigioniera di questo corpo, e quando vedo le ossa le immagino come sbarre di una cella di carne a cui l'anima si può aggrappare e guardare fuori...sentire la brezza della libertà. Non mangiare per me è la vittoria della mente sul corpo, ed il dimagrimento il trofeo di guerra.

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    1. Ti leggo da tanto e tra un tuo post e l'altro ero già a conoscenza di questo tuo modo di pensare. L'ho sempre trovato molto affascinante. Tu sei una persona che mi sa di Arte, con tutto ciò che comporta. Può piacere o meno, può essere condivisibile oppure no - ma di Arte si tratta, e questo non può essere messo in discussione. Ti dirò, in parte mi trovi d'accordo. Anch'io, spesso, ho percepito il corpo come una gabbia. Dopotutto, le costole non ricordano forse le sbarre di una cella?

      Però poi mi è capitato di vivere momenti felici. In fondo ci sono tante cose che mi piacciono, tantissimi luoghi che vorrei vedere e altrettante esperienze che mi piacerebbe vivere. Questo mi fa pensare che la vita non è poi così male, a volte, anzi.

      Nonostante questo, rispetto moltissimo chi ha degli ideali come i tuoi. Il diverso da me mi ha sempre affascinato e non per mera curiosità, ma perché penso che lo scambio di idee e di pensiero sia la forma più alta di condivisione esistente. Io aiuto a crescere te, tu fai crescere me.
      E' il dono più bello che una persona possa farti.

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  3. Ti stringo. Perchè purtroppo è l'unica cosa che riesco a dire.

    edie

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  4. Se dico che questo è un post "rivelatorio" nel senso più intimo e profondo e, allo stesso tempo, trascendentale del termine esagero?
    Direi proprio di no. Mi hai fatto riflettere su tante cose. Ti devo molto.

    Ti abbraccio, bellissima.

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    1. Mi verrebbe spontaneo chiederti cose come “mi devi molto per cosa?” - “su cosa ti ho fatto riflettere?” ma capisco da me che certe rivelazioni, seppur dovute ad un'altra persona, restano abbastanza intime e personali.
      Dunque ti ringrazio, e sono felice di averti aiutato in un qualunque modo, se è così :)

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  5. sembra di guardarmi dentro a leggerti ...

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