sabato 9 giugno 2012

I'll hide my make-up smeared eyes, to show that I'm fine.

A lui piace cucinare.
A J., il mio ragazzo, a lui piace cucinare.
I suoi amici dicono che è bravissimo ai fornelli.
Lo dicono un po' tutti, tant'è che spesso in casa sua ci pensa lui al pranzo o alla cena.
Persino lui, che si fa complessi e paranoie per ogni minima cosa, ammette di sapersela cavare piuttosto bene. Dice che ci sono alcuni piatti che potrebbe definire addirittura come “le sue specialità”. Dice che cucinare è una cosa abbastanza obiettiva, ci sono i gusti personali, certo, ma un sugo fatto in casa o è venuto bene oppure no; la pasta è cotta al punto giusto, oppure troppo molla o troppo dura; puoi dubitare delle tue capacità quanto vuoi, ma finché le persone che hai a tavola mangiano soddisfatte quel che hai preparato, non puoi avere molto da ridire sulle tue abilità da chef amatoriale.
Dice queste cose ed altre ancora - a lui piace cucinare, piace mangiare, parla del cibo con la leggerezza e l'ingenuità di tutti quelli che si sporcano le labbra di cioccolato senza sentire il cuore che trema e gli occhi andare in frantumi. Quelli che nel corso della giornata hanno improvvisamente voglia di qualcosa, dolce o salato, e appagano quella voglia effimera senza pensarci due volte, senza farsene una colpa, senza conflitti interni.
Quelli che.


Questo pensiero mi ha massaggiato il cervello, negli ultimi giorni. E' comparso concretamente l'ultima volta che mi ha scritto in un messaggio che era soddisfatto di un piatto che aveva preparato - ho pensato a tutte le volte in cui mi aveva detto qualcosa di simile - ho pensato a tutte le volte in cui, direttamente o meno, ha detto che gli farebbe piacere cucinare per me, lo sento che ci vede della dolcezza in quel gesto, lo sento che lo farebbe con tutto l'amore possibile, col timore che io non apprezzi, sperando che il risultato sia quello giusto. Ho pensato che in tutto questo tempo, ciò non è ancora avvenuto.


Non è colpa mia, è mancata l'occasione (per chi non lo sapesse, viviamo a seicento chilometri di distanza). Ma. Sono talmente tanti i “ma” che forse faccio meglio a sottintenderli tutti in uno solo, senza spremermi nel tentativo di cacciarli fuori tutti. E' che accetterei l'invito, è che mangerei tutto ciò che mi prepara fino all'ultima briciola, è che sorriderei, gli direi che è tutto buonissimo e forse lo penserei davvero, è che gli vedrei quell'espressione che non so descrivere sul viso - quella che ha quando cerca di far qualcosa di buono ma non è sicuro al cento per cento di esserci riuscito veramente. E' che farei tutto ciò che ci si aspetta da me, come sempre. Ma. Ma dentro il film sarebbe di tutt'altro genere. Dentro mi starei insultando per ogni boccone, mentre una voce mi urla di smetterla o mi ricorda le conseguenze che pagherò poi e io cerco di non ascoltarla, le chiedo pure scusa a quella voce sconosciuta che in realtà è mia, chiedo scusa a me stessa, vorrei fuggire dalla mia testa, per finire questo piatto dovrei respirare forte e strizzare gli occhi finché fanno male ma non posso, devo farti vedere che sono una ragazza come tante, devo farti vedere che tu mi hai aiutato a sconfiggerli i miei mostri, che non ti mentivo quando ti dicevo che era così, devo farti vedere che sto bene.
Sì, c'è questo piccolo dettaglio: apprezzerei il gesto, ma non saprei apprezzarlo fino in fondo. Quel salto, quel “gap” tra l'apprezzare il gesto o la cosa in sé. Sarebbe come fingermi entusiasta di fronte ad un regalo che mi fa schifo - è esattamente così, non c'è nulla di diverso.


Vi sembrerà stupido, forse, questo mio film mentale su una cosa che non è ancora successa né sta per accadere nell'immediato futuro; il punto è che questo film mentale riflette in piccola parte un problema molto più grande: Who is? mi ha scritto nel suo commento a qualche post più sotto che “amare se stessi è l'unico modo per amare realmente qualcun altro”. E' quel che mi sono chiesta dall'inizio della mia relazione con J. Mi chiedo se è così, oppure se tutto l'amore che non so provare per me stessa lo riverso su di lui. Ancora non so rispondermi. So solo che se la risposta giusta è la prima, allora ho paura. Perché vorrebbe dire che il mio resterebbe sempre un amore a metà. Inutile raccontarci balle, sono una di quelle persone nate con la predisposizione all'auto-distruzione. Una persona così non la correggi mai del tutto. Che tu te ne accorga o no, troverà sempre il modo di farsi male. Di soffrire. Come si può imparare a, non dico amarsi, ma almeno accettarsi? Star bene con se stessi? Mica esistono i corsi serali, mica puoi studiare e prenderti un diploma che ti dice che tu ti vuoi bene. Se c'è qualcosa che può insegnartelo, quello è l'amore - vero - di qualcun altro. Se non basta nemmeno questo, allora tu non ti andrai bene mai, e questo è quanto. Vorrei sbagliarmi, mi tornerebbe comodo in questo caso sbagliarmi, ma - purtroppo - credo proprio di avere ragione.


Ripenso a mille cose che potrebbero legarsi a questo stesso discorso.
A questo discorso legato al cibo e ai miei problemi legati al cibo.
Tipo le volte in cui lui mi ha chiesto se, parlandomi di cibo come di ogni altra cosa, fosse indelicato.
Tipo le volte in cui mi ha posto domande come “avresti problemi a prendere peso?”
Tipo le volte in cui mi ha confessato che certi argomenti non sa come trattarli, perché ha sempre paura di dire la cosa sbagliata e ferirmi involontariamente.
Tipo le volte in cui voleva dire qualcosa in un senso, probabilmente positivo, ed io capivo ciò che voleva realmente comunicarmi - ma nonostante questo interpretavo automaticamente a modo mio e mi sentivo morire. Cose come “stai bene così, non hai bisogno di aumentare” che per me significano “non sei ancora abbastanza magra”. Tanto per fare un esempio.


E mi chiedo come sarà quando saremo insieme a tutti gli effetti. Vicini abbastanza da vederci regolarmente, magari tutti i giorni, magari vivere insieme. Mi ha sempre detto che mangio poco. Quando sono con lui mangio il triplo di quel che mangio normalmente. Per comportarmi da ragazza normale. Per far vedere che sto bene. Tanto si tratta sempre solo di una manciata di giorni, poi avrò tutto il tempo di rimediare - questo il pensiero che mi ha accompagnato ogni volta. 
Non mi dico più che andrà tutto bene. Non è vero, non l'ho mai pensato veramente.
Il futuro mi spaventa.


Questo è circa l'un per cento di ciò che ho dentro.
Vorrei tirar fuori tutto, stanotte che riesco a scrivere. Ché ormai pure le mie capacità d'espressione scarseggiano, mi abbandonano, mi lasciano sola preda di tutte quelle cose che continueranno a non esser dette. Ho avuto un esame ieri, ancora non ho i risultati. So solo che ad un certo punto la concentrazione ha iniziato a vacillare perché non avevo pranzato, l'unica cosa che avevo nello stomaco era caffè. Quello stupido stomaco che reclamava l'attenzione che solo i fogli che avevo davanti meritavano. Mi sono sentita ridicola. Mettere a rischio il risultato di un esame pur di non mangiare. Mi sono sentita ridicola quando appena finita sono scappata via, camminando spedita verso la gelateria per affidarmi ad un piccolo frozen yogurt che con poche calorie mi avrebbe impedito di svenire e di tornare a casa sana e salva. Una mia amica mi aveva detto che lavorava in un locale lì nella zona, il che significava birra gratis. Avevamo più o meno deciso di ritrovarci tutti nel parco appena finito l'esame, per poi andarci a rilassare. Chiacchiere e risate, forse qualche pseudo-sbornia. Con loro mi diverto, nonostante tutto. Ma ho sempre quei momenti in cui guardo altrove, mi sento così diversa e fuori luogo, così irrimediabilmente inadeguata; quei momenti in cui, di punto in bianco, mi sento così triste da sciogliermi, anche se un solo secondo prima stavo ridendo, o avevo fatto ridere tutti con qualche battuta. Momenti in cui la stanchezza mi schiaccia e devo mettercela tutta per impedirmi di voltarmi e correre via senza dare spiegazioni. 
Beh, ieri sono andata via perché, disgraziatamente, dovevo per forza ingerire qualcosa, e dopo non me la sono sentita di tornare indietro. Ho inviato un sms inventando un impegno improvviso.
Mi sembra di mentire in continuazione. 


Sono lunatica da far schifo - non mi sopporto più.
Ma i miei sbalzi d'umore, vanno comunque dall'apatia ai vari gradi di negatività. Sono stressata per tutto quel che ho da fare ( chiedo scusa per la mia scarsa presenza, ho altri due o tre esami nei prossimi giorni e tanti altri a settembre, saranno mesi quelli che ho davanti ), instabile per tutto il resto. Ieri ho realizzato che la distanza dal mio ragazzo mi sta lentamente distruggendo. Non tanto per la nostalgia e la mancanza - anche, certo - quanto per il fatto che è una situazione che comporta una tensione psicologica costante. Esco, vedo coppie spensierate e felici, mi deprimo - e devo fare uno sforzo per ricordarmi che una persona speciale accanto ce l'ho anch'io. E non perché non lo amo, sia chiaro. E' difficile da spiegare, difficile da capire se non si ha un'esperienza personale simile a questa. Alle volte mi sembra quasi che mi sia immaginata tutto, che sia frutto della mia immaginazione. Ogni volta che ci rivediamo, devo riabituarmi ad averlo vicino, a sentire tutto quel delirio dentro, al contatto fisico - e può sembrare una stronzata, ma per me è difficile; giusto il tempo di abituarmi, appunto, di illudermi che è sempre stato e sempre sarà così - che al mattino non mi sveglio da sola, che per strada c'è una mano incastrata alla mia, che se ne ho bisogno un abbraccio posso anche riceverlo - giusto il tempo di abituarmi, e devo disabituarmi di nuovo. Scivolare ancora nelle mia vita vuota, tra lenzuola fredde, davanti al mio riflesso anonimo, senza dover compiere nessuno sforzo al mattino per cercare di farmi bella, ché tanto non c'è lui per cui esserlo. Re-imparare ad essere sola, per sopravvivere, fino alla prossima volta.
Me ne fanno una colpa quando provo a parlarne. Di che mi lamento io, che ho un ragazzo che mi ama fino a tal punto. Non me ne lamento infatti, e mi ritengo una ragazza fin troppo fortunata. Ma porco giuda, vorrei qualcuno provasse a mettersi nei miei panni, provasse a vedere oltre quel ch'è facile vedere, e si rendesse conto di quanto tutto questo faccia male. Probabilmente andremo avanti così ancora per anni. Io non so se ce la faccio. Sto male.


Vi ho annoiato abbastanza, credo. Ed è anche tardi, domani devo continuare ad ammazzarmi di studio. Non m'importa, tanto non sarei riuscita a prendere sonno. Sarei rimasta a fissare il soffitto, al buio, con la musica a urlarmi e sussurrarmi nelle orecchie e dentro la voglia di piangere lacrime che non escono. Tanto valeva restare qui a scrivere.


Per quanto riguarda la dieta: avevo detto che avrei iniziato la Skinny. Purtroppo, con tutte le cose che ho per la testa, non ho lo spazio per pensare maniacalmente alle calorie. Le calorie le conto praticamente sempre, in automatico, per abitudine, ma non in modo tanto sistematico da seguire una dieta come quella alla perfezione. Indi per cui, ho ripreso la Dukan. E' molto più semplice, ed in due settimane avevo perso quanto bastava. Sono al secondo giorno di sole proteine, non voglio pesarmi per ora, però gli effetti sono immediati. Stavo pensando che, forse, quando torno ad inserire le verdure, se ho finito con gli esami di giugno e sono quindi più rilassata potrei combinare la Dukan con la Skinny. Bah, si vedrà.
Intanto devo perdere questi dannati due chili.


Bene, la smetto di blaterare.
Grazie a tutte per il sostegno, e per il semplice fatto che continuate a leggermi.
Nonostante papiri noiosi come questo.
Vi abbraccio, tutte.

Nessun commento:

Posta un commento