L'unica cosa che voglio - l'unica di cui sento il bisogno, la necessità - è scrivere. Sciogliermi in inchiostro nero, vorrei esser fatta d'inchiostro, vorrei aver pianto tutte le mie storie non scritte quando ancora non c'era la dogana sulla soglia dei miei occhi, vorrei aver vomitato tutti i dialoghi censurati tra i miei personaggi con l'esistenza messa in stand-by ogni volta che mi sono chiusa in un bagno per dedicarmi a quell'atto di squallida purificazione. Vorrei che dalle mie braccia, dalle mie vene, non fosse uscito che inchiostro ad ogni tentativo di squarciarle, mi porterei addosso cicatrici di valore, il degno e giusto sacrificio all'Arte e non a quell'odio verso me stessa che mi ha bendato gli occhi, presa per mano e guidato per labirinti senza uscita.
Le mie parole però non son mai abbastanza belle, compaiono e vagano e riempiono gli spazi vuoti di un foglio, vanno di corsa e d'un colpo s'arrestano senza preavviso - si caricano in spalla i loro punti, le loro virgole, sistemano i loro bagagli di punteggiatura e semplicemente se ne vanno, abbandonandomi incerta delusa e stanca privata dell'agognato continuo, del paragrafo successivo, del prossimo capitolo, di una giusta fine. Le mie storie nascono e nella mia testa per approsimazione si evolvono - compongono la loro melodia triste e disarmonica, nascono come fiori nell'asfalto, non fanno in tempo a godersi i colori della primavera che già si ritrovano ad essere petali secchi tra le pagine di un diario. Tristi e malinconiche, e sporche, e aggressive e deluse - i segni di una mano inzaccherata in un colore forte, rosso sanguigno ad esempio, sbattuta contro un vetro, le dita che colano segnando delle sofferte linee di serpenti - questo, son le mie storie. Le mie storie che si fermano e non vanno avanti. Che esplodono - nascono e muoiono nel medesimo istante. Che si concentrano in un breve estratto, che come i fuochi d'artificio abbagliano ma per un istante solo.
Scrivi, mi dicono tutti. Se vuoi scrivere fallo e basta, dicono.
Già, che ne sanno loro. Che ne sanno che non dipende da me. Che non c'è niente d'inventato, che gli occhi e gli sguardi e i capelli ed i gesti creati dalla tastiera su cui batto son reali quanto le dita attaccate alle mie mani, quanto le mie mani, quanto le mie braccia, quanto le mie vene e dritto diretto come una freccia scoccata da qualcuno con una mira perfetta - quanto il mio cuore. Che ne sanno che io son solo un tramite. Una voce che deve dare voce e spazio a chi, a questo mondo, non ha né spazio né voce - né corpo. Che ne sanno che queste anime son troppo fragili, impazienti, sfuggenti e si fanno sentire solo quando ne hanno voglia. Che raccontarsi li stanca e presto mi lasciano ancora - troppo presto, molto prima che sia quanto meno abbastanza. Che ne sanno che io senza loro a guidarmi non posso scrivere neanche una riga muta.
Si chiama ispirazione, dicono.
Beh, la mia è solo una troia ubriaca che torna da me solo quando ha finito i soldi per il suo vino a buon mercato. Ci faccio a botte ma lei viene scalfita solo dal suo grigno malefico, la sua risata alcolica e sguaiata - mentre io, io mi becco i lividi, l'affanno, i graffi, i capelli gonfi e strappati. Dopo tanta burrasca però mette via le unghie, si affretta ad indossare uno sguardo dolce, pieno di fascino, uno sguardo che promette tutto e niente ma al quale mio malgrado non so resistere. Rimango ferma a guardarla, indecisa, non so mai come comportarmi, non so mai se posso crederle. Sorride - senza più cattiveria - si avvicina, tutto in lei è seduzione. Mi sfiora e si morde le labbra, rimette a posto i capelli che lei stessa mi ha strappato. Non sarà mai completamente mia, lo so, non sarò mai io a possedere lei - ciò nonostante, a quello sguardo e a quel sorriso non potrei rinunciare mai.
E lo sa, la troia ubriaca lo sa.
Un gesto ancora e sono sua, completamente sua, perdutamente sua, per quell'attimo, per l'eternità, per l'eternità racchiusa in quell'attimo - per quell'attimo eterno che potrebbe rendere eterna me. Dove sei stata per tutto questo tempo, tra le gambe di chi?
Non posso fare domande, non ne ho il diritto, non sono niente io - solo un fantoccio vuoto che ha bisogno di lei per esprimersi - esistere.
Facciamo l'amore, scopiamo furiosamente, con rabbia, con passione. A terra, sui letti, sui mobili, in tutte le città ed in tutti i posti del mondo che mai hanno un nome, un'indicazione, un colore.
Perché quei posti sono tutto il mondo in un posto solo.
Mi annulla nel piacere - in quel momento, allora, scrivo.
M'illudo ch'è mia, m'illudo che ormai lo è per sempre - col pensiero appena sbocciato in bocca arrivo alla soglia dell'orgasmo.
E lei smette.
Si alza.
Si veste.
Prende ciò che le serve.
E se ne va.
Mi abbandona così, nuda inerme ed insoddisfatta.
Debole e dipendente, e pronta a cederle ancora non appena tornerà.
Le mie parole però non son mai abbastanza belle, compaiono e vagano e riempiono gli spazi vuoti di un foglio, vanno di corsa e d'un colpo s'arrestano senza preavviso - si caricano in spalla i loro punti, le loro virgole, sistemano i loro bagagli di punteggiatura e semplicemente se ne vanno, abbandonandomi incerta delusa e stanca privata dell'agognato continuo, del paragrafo successivo, del prossimo capitolo, di una giusta fine. Le mie storie nascono e nella mia testa per approsimazione si evolvono - compongono la loro melodia triste e disarmonica, nascono come fiori nell'asfalto, non fanno in tempo a godersi i colori della primavera che già si ritrovano ad essere petali secchi tra le pagine di un diario. Tristi e malinconiche, e sporche, e aggressive e deluse - i segni di una mano inzaccherata in un colore forte, rosso sanguigno ad esempio, sbattuta contro un vetro, le dita che colano segnando delle sofferte linee di serpenti - questo, son le mie storie. Le mie storie che si fermano e non vanno avanti. Che esplodono - nascono e muoiono nel medesimo istante. Che si concentrano in un breve estratto, che come i fuochi d'artificio abbagliano ma per un istante solo.
Scrivi, mi dicono tutti. Se vuoi scrivere fallo e basta, dicono.
Già, che ne sanno loro. Che ne sanno che non dipende da me. Che non c'è niente d'inventato, che gli occhi e gli sguardi e i capelli ed i gesti creati dalla tastiera su cui batto son reali quanto le dita attaccate alle mie mani, quanto le mie mani, quanto le mie braccia, quanto le mie vene e dritto diretto come una freccia scoccata da qualcuno con una mira perfetta - quanto il mio cuore. Che ne sanno che io son solo un tramite. Una voce che deve dare voce e spazio a chi, a questo mondo, non ha né spazio né voce - né corpo. Che ne sanno che queste anime son troppo fragili, impazienti, sfuggenti e si fanno sentire solo quando ne hanno voglia. Che raccontarsi li stanca e presto mi lasciano ancora - troppo presto, molto prima che sia quanto meno abbastanza. Che ne sanno che io senza loro a guidarmi non posso scrivere neanche una riga muta.
Si chiama ispirazione, dicono.
Beh, la mia è solo una troia ubriaca che torna da me solo quando ha finito i soldi per il suo vino a buon mercato. Ci faccio a botte ma lei viene scalfita solo dal suo grigno malefico, la sua risata alcolica e sguaiata - mentre io, io mi becco i lividi, l'affanno, i graffi, i capelli gonfi e strappati. Dopo tanta burrasca però mette via le unghie, si affretta ad indossare uno sguardo dolce, pieno di fascino, uno sguardo che promette tutto e niente ma al quale mio malgrado non so resistere. Rimango ferma a guardarla, indecisa, non so mai come comportarmi, non so mai se posso crederle. Sorride - senza più cattiveria - si avvicina, tutto in lei è seduzione. Mi sfiora e si morde le labbra, rimette a posto i capelli che lei stessa mi ha strappato. Non sarà mai completamente mia, lo so, non sarò mai io a possedere lei - ciò nonostante, a quello sguardo e a quel sorriso non potrei rinunciare mai.
E lo sa, la troia ubriaca lo sa.
Un gesto ancora e sono sua, completamente sua, perdutamente sua, per quell'attimo, per l'eternità, per l'eternità racchiusa in quell'attimo - per quell'attimo eterno che potrebbe rendere eterna me. Dove sei stata per tutto questo tempo, tra le gambe di chi?
Non posso fare domande, non ne ho il diritto, non sono niente io - solo un fantoccio vuoto che ha bisogno di lei per esprimersi - esistere.
Facciamo l'amore, scopiamo furiosamente, con rabbia, con passione. A terra, sui letti, sui mobili, in tutte le città ed in tutti i posti del mondo che mai hanno un nome, un'indicazione, un colore.
Perché quei posti sono tutto il mondo in un posto solo.
Mi annulla nel piacere - in quel momento, allora, scrivo.
M'illudo ch'è mia, m'illudo che ormai lo è per sempre - col pensiero appena sbocciato in bocca arrivo alla soglia dell'orgasmo.
E lei smette.
Si alza.
Si veste.
Prende ciò che le serve.
E se ne va.
Mi abbandona così, nuda inerme ed insoddisfatta.
Debole e dipendente, e pronta a cederle ancora non appena tornerà.
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Ciò nonostante, sono sulla via di concludere il mio primo vero lavoro.
Una raccolta di vari racconti e spezzoni che ho scritto finora, quasi senza accorgermene e senza pretese. Devo solo ribattere tutto per bene al computer, ed è fatta. La farò leggere alla mia ex prof di letteratura italiana, a settembre - l'unica di cui mi fido davvero per questo genere di cose. E chiederò a lei consiglio su cosa fare per tentare una pubblicazione. Non che ci spero molto, scrivo cose troppo strane e complicate per il mercato. Ma ci provo, tanto non ho nulla da perdere.
Mi hai lasciato senza fiato.
RispondiEliminaVedrai che nessuno rifiuterà un tuo lavoro.
Scrivi con il cuore e ad ogni lettera doni un'anima. é incredibile. Sei incredibile.
Un bacio
Gli argomenti che tocchi sono piuttosto profondi, quindi non adatti al mercato. Però dato che scrivi bene potresti comunque provare a farli pubblicare. Hai fatto bene a decidere di chiedere consiglio alla tua ex professoressa...al giorno d'oggi c'è tanta gente pronta a prendersi il merito per scritti non propri.
RispondiEliminaOh sì, non hai nulla da perdere e tanto da guadagnare. Le tue parole sono belle quindi non vedo perchè non tentare.
RispondiEliminaOnestamente, qualsiasi argomento tu abbia trattato è sempre stato un piacere leggerti.
Tu non hai bisogno di diventare una scrittrice...
RispondiEliminaTu sei già una scrittrice.
Ti stringo fortissimo.
Anche io devo chiederti scusa per tutti i commenti mancanti e so che sai cosa intendo. Solo che sai regalare momenti così intensi che è un delitto non ringraziarti. Perció per scriverle qui riprendo per la coda le mie parole, che sono peggio della tua ispirazione, mi abbandonano nel momento del bisogno lasciandomi galleggiare nel vuoto inespresso. Un vuoto di cu peró spesso non avverto l'esistenza, poichè i pensieri sono fatti di parole e senza di esse non possono esistere. Poi mi sveglio dal torpore e mi accorgo del tempo che ho passato dentro i miei silenzi bianchi. E allora tra questo bianco devo mettere distanza, devo delimitare lo spazio con l'inchiostro. Prima che le parole mi abbandonino un'altra volta, prima che le mie realtà tacciano di nuovo.
RispondiEliminaSono rimasta con la testa al post in cui parlavi della tua infanzia. Della tua adolescenza. Perché vedi, è anche la storia della mia vita, e mi ha fatto piangere e soffrire quel racconto. Perché ha riportato alla memoria tante cose. Io credevo di essere l'unica. E adesso ho capito perché ci assomigliamo tanto. Perché siamo state vittime dello stesso dolore.
Adesso più ti leggo e più mi sento nulla. E se quello che hai scritto è bello almeno la metà di quello che posti qui sul blog, è assolutamente tuo dovere pubblicarlo cara. Tanto io da te comprerei anche un'enciclopedia scatologica. Il resto del mondo capirai, ma intanto fallo per te stessa, perché ti meriti di essere riconosciuta come il genio che sei.
Ti stringo forte forte dolcissima stella <3