Non ci sono praticamente più, lo so, scusatemi.
E' che non ci sto capendo davvero niente. Non sto capendo nulla di quello che faccio, da troppo tempo ormai. Scelgo la dieta, la seguo alla perfezione, poi mi abbuffo e continuo per giorni e giorni. Adesso ad esempio sono così piena che penso se mi pungessi la pancia con un ago esploderebbe come un palloncino. Penso in continuazione ai miei obiettivi – di peso, di studio, di vita – e faccio piani brillanti, mi esalto e divento iperattiva ma di concreto non faccio nulla. Immagino e guardo tutti gli altri e mi chiedo come diavolo facciano. Non capisco nemmeno più se è colpa mia, se non m'impegno abbastanza, se ho poca voglia, se sono un'inetta vigliacca e sfaticata, oppure se davvero ho problemi più grandi di me e più grandi di quanto io abbia riconosciuto finora. Non lo so, non lo so proprio. Oggi è cominciato il secondo semestre e dopo mesi e mesi ho rimesso piede in facoltà. Non conosco nessuno. Nessuno mi parla ed io di rado sono quella che fa la prima mossa. Sapete, è strano. Ho iniziato quest'anno con la razionale decisione di non fare alcuno sforzo per creare rapporti con la gente nuova che avrei avuto attorno. Mi sembrava una fotocopia in bianco e nero dell'esperienza vissuta un anno prima quando sono entrata a Lingue, con la differenza – ho scoperto dopo – che gli studenti lì erano molto più aperti e socievoli e si faceva "amicizia" anche solo a chiedere dov'era il bagno o che ora era. L'atmosfera, sì, era decisamente migliore. Ma ho fatto questo cambiamento per me, per il mio futuro, per quello che voglio nella mia vita, e certo non posso lasciarmi scalfire o dirottare da questi elementi di contorno. E' solo che a volte è pesante. E' solo che mi capita troppo spesso di sentirmi sola. Ho capito che non volevo davvero essere sola: era che finivo per sentirmi sola anche quando avevo gente attorno che mi cercava in continuazione, e questo mi metteva in una tale condizione di disagio che pensavo quasi che esser soli veramente sarebbe stato meglio. Beh, non è così. Ho avuto latino e filologia romanza, soprattutto il prof di filologia mi ha fatto un'ottima impressione e mi ha trasmesso qualcosa. Non ho nemmeno dovuto cambiare aula tra una materia e l'altra, ma prima che arrivasse il prof sono passati dieci minuti che mi sono sembrati un'insopportabile eternità. Le due ragazze che avevo accanto mi davano la schiena per parlare con i vicini. E non pensiate che sia l'unica "solitaria" perché vagando con lo sguardo mi sono accorta di diverse persone che se ne stavano per i fatti loro e non avevano nessuno con cui riempire quei tempi morti. Ma loro sembrano così disinvolti. A proprio agio. Normali. Io invece mi sento costantemente una sfilza di etichette addosso. Sfigata sfigata sfigata. E lo so – spero, a questo punto – che sono solo paranoica, ma...
Non facevo che pensare ad un paragrafo di un libro che ho amato:
A un certo punto mi ricordo di essermi chiesto (sul serio) se non fossi geneticamente modificato, se non avessi una minuscola alterazione nel DNA che mi separava appena appena ma in modo fondamentale dalla mia specie, un po' come i muli che possono accoppiarsi con gli asini ma non con i cavalli (mi pare). Sembrava che tutti fossero in grado di accoppiarsi, di unire le proprie parti in modi piacevoli e fecondi, ma nella mia anatomia e nella mia psiche c'era qualcosa di impercettibilmente diverso che mi divideva in modo irrevocabile dagli altri. Era una sensazione dolorosa che mi rendeva molto infelice.
Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile
