martedì 6 novembre 2012

Piena di niente.

Credo di star raggiungendo il punto limite.
E' un periodo terribile, mi sento sempre più sola e stanca, come se ogni sera arrivassi a letto con cento anni in più addosso. Tiravo avanti con un unico pensiero, un'unica prospettiva che mi dava un motivo di alzarmi al mattino: a fine dicembre avrei visto il mio ragazzo. Dai - mi dicevo - fatti forza, vedi di arrivare intera a quei giorni, poi anche se per poco potrai riposarti tra le tue braccia, potrai lasciarti proteggere e asciugare le lacrime, potrai farti un'iniezione di felicità da far durare il più a lungo possibile, dai... Era il mio unico e solo motivo, il traguardo verso il quale arrancavo. E mi è stato portato via. I genitori non lo lasciano venire. Non ci vedremo. Non ci vedremo per un anno intero. Avete idea di cosa voglia dire? Sono abituata a separazioni di quattro, cinque mesi, e già quelle mi hanno distrutto a sufficienza nel corso di questi quasi due anni. Ma un anno. Un anno intero. Io non lo so dove andarmela a prendere la forza stavolta. Proprio non lo so. Tant'è che mi sono ritrovata a piangere senza più riuscire a smettere, ieri, io che a piangere non ci riesco quasi mai. Adesso non farei altro. Avrei pianto per strada, avrei pianto al telefono con lui, avrei pianto nei corridoi dell'università, avrei pianto in macchina, avrei pianto ininterrottamente. E non so nemmeno perché non lo faccio. Non so come comportarmi, non so come reagire. Per istinto, nel tentativo di salvarmi mi sono chiusa a riccio, e non riesco a pronunciare con nessuno il modo in cui mi sento. Ho dato la notizia alla mia migliore amica e l'ho fatto con leggerezza, come se questa mazzata micidiale non mi avesse fatto niente. Urlo al mondo che sto bene, rido e scherzo e la gente mi prende a braccetto e crede a tutte le mie stupide recite. Ma dentro, cristo santo, dentro ho l'inferno. Blindato da una porta impossibile da varcare, chiusa con tutti i mezzi possibili. Sorrido - e penso a quanta strada mi manca per arrivare a quell'abbraccio che avrei potuto avere tra meno di due mesi. Faccio ridere tutti - e muoio coi flashback che mi pitturano la memoria. Rispondo a comando alla quotidianità - e mi trema la gabbia toracica perché sta contenendo un dolore troppo grande. Stavolta, veramente, non so come fare per farcela.
Mi manca, cazzo, mi manca e mi mancherà per ogni singolo stramaledetto fottutissimo giorno di tutti questi mesi. E non potrò farci niente. Dovrò continuare a mordermi le labbra, ingoiare le lacrime, ingannare il tempo, inseguire i ricordi, ignorare la nostalgia, giocare a fresbee con le necessità, spacciarmi per la ragazza divertente e spensierata che non sono, imprecare contro i soffitti per l'angoscia che mi schiaccia e piangere di notte, contro i cuscini, quando nessuno può sentirmi.
Quel poco che resta di me andrà ulteriormente in pezzi. Non riesco ad immaginare in che stato mi troverà quando scenderà da quel treno, nel caldo dell'estate che verrà. Non riesco ad immaginarmi nemmeno tra due mesi, quando sarò gelida e disperata in uno dei giorni più importanti della mia vita, il nostro anniversario, che passerò da sola. E siccome sono una verta artista del masochismo, già so che non saprò farne a meno e andrò comunque in quel posto, quello dove è cominciato tutto, quello dove saremmo dovuti andare insieme com'è tradizione. E mi sentirò amaramente compiaciuta di un dolore così meravigliosamente sublime.

Sono talmente piena di tristezza che di mangiare neanche se ne parla. Non so quanto peso.


(vi ringrazio con tutto il cuore per i vostri commenti, siete preziose, lo dico con tutto il cuore; e lo so che lo dico sempre, ma ci tengo a scusarmi se io non sono altrettanto presente. Vi leggo sempre però, tutte, e cercherò di trovare qualche parola di conforto con cui ricambiarvi. Scusatemi ancora, ma non lasciatemi, per favore.)