martedì 12 marzo 2013

e per struccarti useranno delle nuvole cariche di piogge

E' tardi e mi restano poche ore per dormire, ma avevo assoluto bisogno di scrivere adesso.
E come al solito non ho idea di come cominciare. Ho emozioni e pensieri appallottolati dentro, il problema è che mi sono addomesticata ed ammaestrata così bene a tenermi tutto dentro che anche quando vorrei lasciar uscire almeno una piccola percentuale non ci riesco. Meno di prima. Ed è frustrante, dio com'è frustrante. La frenesia della vita quotidiana e la quantità spropositata delle cose che ho da fare (soprattutto studiare) m'impedisce letteralmente di pensare, e questo potrebbe essere un bene, il punto è che sotto sotto i pensieri ci sono eccome. Sono un fiume sotterraneo, che mi scorre dentro mentre mi dedico a tutta quella serie di altre cose tanto più importanti; ma prima o poi il momento in cui posso o devo fermarmi arriva, e allora sono fregata. Di notte passano ore prima che riesco ad addormentarmi, ore in cui mi giro e rigiro nel letto maledicendo la mia testa, il mio stupido cervello, senza capire il perché della maggior parte delle mie ansie o paure. Ogni sera mi chiedo se il giorno seguente riuscirò ad alzarmi al suono della sveglia, vestirmi in maniera decente, uscire di casa, farmi quell'odioso viaggio fino in città e occupare il mio posto a lezione. Mi chiedo se dopo aver ripetuto il viaggio al contrario riuscirò a studiare la quantità minima di pagine che devo studiare al giorno. Mi chiedo come mi sentirò tra la gente, immaginando che sia come tutti gli altri giorni, e non ne ho nessuna voglia, eppure ogni mattina in qualche modo mi faccio forza e tiro avanti quasi in automatico fino alla fine della giornata. Per ripetere la scena da teatro dell'assurdo che si consuma tra le lenzuola e tutti gli altri continenti*. Ma questo è il minimo. La parte più irrilevante. Perché poi c'è tutto il resto. E "tutto il resto" è un gomitolo intricatissimo di cui ogni filo è un piccolo disastro a sé stante. Me lo sto rigirando tra le mani scrivendo questo post, quel gomitolo, e già mi viene da piangere. Allora sale la rabbia, perché io e la tristezza abbiamo divorziato, e perché adesso che sei così forte che se piangi ti si arrugginiscono le guance*. Ogni giorno faccio stupidi tentativi per sentirmi minimamente più sicura di me, o per lo meno a mio agio, per apparire decente ad occhi esterni con cui non avrò nulla a che fare, ma che comunque mi vedranno. Parlo di cose come avere i capelli a posto, scegliere i vestiti con cura, truccarmi bene. Cose alquanto superficiali, insomma. E ogni giorno fallisco anche in questo. Mi guardo nello specchio di casa, e pur ben lontana dall'essere soddisfatta di ciò che vedo mi dico che ok, si può fare; poi inevitabilmente mi incontro in un riflesso esterno – lo specchio di un bagno, il finestrino di una macchina, una vetrina – e sento veramente qualcosa che si spezza dentro. Mi sento male al pensiero che quello è ciò che vedono le persone che m'incontrano. E non sto parlando solo del corpo che non è quel mucchietto di ossa che tutte vorremmo, no, sto parlando di tutto. Prima che il mio corpo io ho sempre odiato la mia faccia. E' il più crudele scherzo del destino che mi sia mai stato fatto, perché non c'entra nulla con me, non mi ci riconosco, non riesco a conciliarmi con i miei occhi, la mia bocca, le mie guance... non ci riesco. Le mie espressioni non dicono mai un cazzo, e se almeno quelle parlassero forse recupererebbero in parte a quanto io non sono (più) in grado di dire. Vado a pezzi ogni giorno, ma a piccole dosi, quasi impercettibili, sotto forma di lenta ed estenuante tortura cinese.
Subisco continue pressioni. Oltre quelle concrete ed obiettive, quelle che subisco come tali senza che la persona che me ne dà se ne renda conto. Fallo presente, mi direte, e avrete ragione, sono la prima che sostiene che il dialogo è un'ottima soluzione; ma non ci riesco, semplice. Non ci riesco e basta. Una minima parola e dovrei dare altre mille spiegazioni. Mi troverei invischiata in lunghe conversazioni che non ho la forza di sostenere. E il senso di solitudine che provo cresce e cresce e cresce. Più che altro perché mi sento sola anche quando di mezzo ci sono le uniche due persone che reputo a me davvero vicine. E' successo ad un certo punto che ho smesso di confidarmi. Ho smesso di parlare di quel che ho dentro, anche nelle forme più vaghe e generiche – perché non era più il caso, non era più tempo, non era più necessario. Ed è come se da allora avessi chiuso a chiave una porta, e poi buttato la chiave. Non ho proprio più gli strumenti per aprirla quella porta, anche se volessi, e se lo voglio o no nemmeno lo so. La mia migliore amica mi parla della sua ossessione per la perfezione, del desiderio di dimagrire di nuovo e abbastanza da farsi una foto in cui sporgano le ossa della spina vertebrale. Ed io la ascolto e mi comporto perfettamente come una che comprende ma non ha nulla a che fare con tutto ciò. Poi mi sento dire cose come “sono contenta perché ti vedo proprio bene ultimamente”, o “sì, rispetto a qualche mese fa si vede proprio che stai meglio” oppure “tu vivi proprio bene le cose”.
Così da sentirmi veramente invisibile. Non biasimo nessuno. Probabilmente sono solo stata troppo brava a trincerarmi dentro e non lasciar trasparire proprio nulla fuori, affinando un lavoro durato anni ed anni in cui ho imparato sempre più come mandare avanti la farsa del va tutto bene. Quel che mi fa male, è che quel paio di persone sembravano saperla smascherare quella farsa; ora ci cascano anche loro.

E nel frattempo io non faccio che mangiare. Mangiare mangiare mangiare. Non le definirei vere abbuffate, non sono raptus concentrati per lo meno, mi limito a mangiare qualsiasi cosa io voglia in qualsiasi momento. Non riesco a dire cosa provo. Per il semplice fatto che evito di pensarci, evito la questione, evito evito evito. Anche se provo un dolore sordo e pressoché costante; anche se sull'autobus sentivo rimbalzarmi i fianchi e ho dovuto mordermi forte le labbra per reprimere non so cosa; anche se ho sentito jeans e pantaloni vari che mi sono sempre andati più o meno larghi fasciarmi le cosce; anche se non ho più avuto il coraggio di salire sulla bilancia tant'è il terrore; anche se sono tutto l'opposto di quel che vorrei essere. Nessuno può lontanamente il dolore che sto provando, di cui io stessa sono appena consapevole. Forse voi sì, voi potete averne un'idea. Ma non riesco più. Non riesco più. E' una scusa, è una banalità, è un momento... non lo so. Non riesco più e non so più un sacco di cose. Una cosa che so per certo è che stasera sulla bilancia ci sono salita, ancora non mi spiego perché, e ho visto un numero per me improponibile: 51. Io non vedevo il numero 5 da quattro anni circa. Ed in questi anni bastava vedere un 48 per farmi scattare dentro quella molla che ti riporta a seguire qualunque dieta tu scelga nei minimi dettagli, senza sgarri né storie. Bastava un 48 e mi sentivo morire, non ce la facevo, mi rimboccavo le maniche ed in un paio di settimane tornavo ad un numero – per me – più accettabile. Avrei dovuto reagire così adesso, quella molla avrebbe dovuto fare un balzo di metri e metri, mandarmi a letto più triste e frustrata che mai ma farmi svegliare domani con la decisione necessaria a rimediare. Invece sapete qual è la verità? Che non me ne è fregato un accidente. Mi si è stampato in faccia un sorriso amaro, mi sono guardata allo specchio senza niente addosso, e mi sentivo come una che di fronte al nemico abbassa le armi e dice va bene, hai vinto. Guardavo i miei occhi un po' gonfi e arrossati, che mi sembrano così ispidi, insulsi e vuoti. Chi diavolo sei tu? Nella condizione attuale potrei continuare così per sempre. Soffocare quel dolore accumulandone altro, continuando a mangiare e mangiare e mangiare. Mettendomi addosso kg che non ho mai avuto prima. Ingrassando, schifosamente. Sperimentare il processo inverso a quello a cui ho sempre teso e per cui ho sempre lavorato. Come se il piano A fosse l'unico possibile, il piano A non ha funzionato, allora al diavolo tutto, lasciamo che accada l'esatto contrario di quanto era previsto.
Che poi per carità, magari domani per inerzia vado avanti a cappuccini e coca light.
Che poi per carità, è sempre tutto inutile sia in un verso che nell'altro e questo continuo a ripeterlo.
Ma come dice quel detto “i soldi non fanno la felicità, ma si piange meglio in limousine”, così la magrezza non fa la felicità, ma io piango meglio in 45 kg.


*citazioni de Le Luci della Centrale Elettrica

3 commenti:

  1. è vero il dolore che stai provando lo immagino solo per come posso farlo io...è vero per carità, è tutto sempre inutile, quando si sta male dentro si sta male dovunque e comunque...è vero, avolte è dura cercare le chiavi perse o cercare altre porte, ma tu hai gli strumenti x farlo se vuoi! ricordati che adesso non sei sola ok? anche se a distanza è difficile, magari mandami una foto ;-) Jul, ti sono vicina e ricorda "i soldi non danno la felicità, ma si piange meglio insieme a qualcuno, sulla sua spalla"

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  2. Ho i brividi e le lacrime agli occhi dopo aver letto questo post, e te lo dico col cuore in mano. Ti sono vicina.
    Saremo forse molto diverse, magari tanto distanti, ma non posso non sentirmi coinvolta dalle tue parole.
    Non ho nessun consiglio da darti, perché sono debole, perché quando mi sento come te non so aiutare nemmeno me stessa e ora non voglio fare l'ipocrita, quindi ti lascio questo commento un po' inutile, ma non potevo non scriverti nulla.
    Un abbraccio.

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  3. Non forzarti a dialogare se non ce la fai.
    Sei consapevole di quello che ti farebbe star bene.
    Sei consapevole della tua situazione.
    Pian piano tutto cambierà...non ti odierai più,non mangerai più per colmare il dolore,dialogherai con empatia.
    Ma ora,non forzarti.
    Va bene così...Sei forte,tanto tanto forte.
    Ti stringo<3

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