giovedì 13 settembre 2012

I'm in a crowd and I'm still alone.

I giorni scivolano via, tra le dita, lasciando un lieve fastidio come fossero di colla. Nel corso della giornata di domani avrò i risultati del test, non ho più quell'ansia, quella trepidazione, quell'emozione che mi muoveva circa due mesi fa. Sono spenta e apatica, passivo-aggressiva come dice la canzone che ho in sottofondo adesso. Voglio solo qualcosa d'interessante in cui impegnarmi e mettere tutta me stessa, per questo non vedo l'ora di cominciare. Per il resto, tutto è silenzio, tutto è bianco. Mi perdo nel mio mondo, le persone che ho attorno mi infastidiscono anche quando non ce n'è obiettivamente motivo. Le cose che li interessano, preoccupano, tengono in movimento - tutto quello di cui parlano - non mi riguardano se non da lontano. Di striscio, per sbaglio, per capriccio, di sfuggita. Io sono lontana migliaia di anni luce, chiusa nella mia gabbietta d'oro in cima al mondo, nella quale continuo a dondolarmi canticchiando una filastrocca triste. Sempre la stessa, monotona, stentata melodia. Se sapessero cos'ho in testa avrebbero paura. Si scatenerebbe una tragedia, una catastrofe senza fine. Sconvolgerei tutti, che nessuno se lo aspetta. Sarebbe La Catastrofe. Ma io non ho bisogno di far sapere un bel niente, mi sono sistemata nel posto che a quanto pare mi spetta ed ho imparato a starci bene. Quando c'è la mia migliore amica posso uscire a farmi un giro. Abbiamo letto insieme Wintergirls in un giorno ed una sera, cenando con litri di tè e una confezione di gallette di mais addolcite col miele. Abbiamo pianto insieme, abbracciandoci, e promettendoci ancora di non lasciare mai l'altra sola nella neve. Siamo l'una la guida dell'altra in questa lucida e calcolata follia. Abbiamo provato a salvarci a vicenda, per anni. Abbiamo convissuto coi sensi di colpa per il non riuscirci, facendoci involontariamente male a vicenda in continuazione. Dandoci tutto l'amore del mondo, sempre, sempre di più, sempre più a fondo. Poi abbiamo capito che nessuna delle due era la cattiva influenza, abbiamo capito che il virus nell'anima ce l'abbiamo entrambe e deciso che se non possiamo estirparlo alla radice allora ci terremo per mano mentre percorriamo il sentiero di pan di zenzero dentro la foresta, col sangue che ci gocciola dalle dita. Danziamo con le streghe e baciamo i mostri. Tanto ognuna lo farebbe per conto suo, tanto vale avere una spalla su cui poggiarsi quando capita di zoppicare.
Non so cosa diamine provo, sono una cazzo di ameba avvolta nella nebbia, nel silenzio, nel fumo, un cumulo di sentimenti repressi ad alto rischio di infezione - e pericolosamente contagiosi. Non voglio aprire le porte del cervello, mi trovo di nuovo in quella fase in cui respingerei tutti perché qualsiasi cosa mi costa troppa fatica. Sono ossessiva, col cibo sono ossessiva più che mai, sì. Calcolo preciso delle calorie giornaliere, neanche il più insignificante sgarro, senza (quasi) alcuna fatica. Non voglio niente se non vedermi diminuire ancora. La mia testa mi dice che tra un chilo o due la nebbia si diraderà, io mi sentirò meglio e non sentirò più il bisogno di piangere di fronte alla semplice necessità di scegliere qualcosa da mettermi addosso e uscire di casa. L'inverno sta arrivando, mi casca addosso sotto forma di acquazzone, mi fischia nelle orecchie la notte quando i suoni del vento mi rilassano. Mi dico che per allora sarò tornata a quarantatré chili e tutto andrà bene - i maglioni e le felpe mi nasconderanno, e comincerò ad essere finalmente piccola abbastanza. Stamattina ero quarantacinque punto tre, non un grammo in meno rispetto a ieri - dov'è che ho sbagliato, cos'ho messo in bocca di troppo? 
Le chiacchiere di tutti mi passano da parte a parte, mi sento viva solo tra le pagine di un libro e nelle tazze di cappuccino che non smetto di concedermi. Non ne ho motivo ma mi alzerò presto domani, andrò a far colazione al bar sotto questo cielo che spero resterà grigio. Lui riesce ancora a dirmi ti amo mentre io vago sperduta senza sapere perché tra gli scaffali di un supermercato. Lo accuso come un colpo, qualcosa dentro mi fa male ma non capisco cosa né perché, devo mordermi la lingua per cacciar via le lacrime. Non è il caso, non è il momento.
Oppure non sono in grado di rispondere perché la mia lingua è di legno e non riesco a parlare.
Since we're feeling so anesthetize in our comfort zone...

(la storia continua, forse.)

1 commento:

  1. Cerca di riprenderti un po'.
    Se vuoi parlare sono qui. Mi sento così inutile a non poter fare niente per te.
    Per ora ti lascio un sorriso.

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